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Carlo Ribersani e la Dynofluid. Racconti d’arte e d’ingegno italiani. L’intervista

di Barbara Martusciello

Carlo Ribersani – Carletto per gli amici nato a Roma nel 1937 – è una personalità nota e apprezzata nel settore aziendale qualificato e molto amato nel mondo romano e dagli artisti. Con Bruno Neri fondò, poi con l’ingresso anche del fratello Massimo Ribersani, la celebre Dynofluid, azienda-officina specializzata in costruzioni oleodinamiche, pneumatiche e meccaniche, nata nel 1969 e operativa fino al 2016.

La sede era in Via dei Sabelli n. 100, a San Lorenzo, storico quartiere capitolino nato operaistico e fieramente popolare, diventato anche studentesco e gremito di artisti e creativi che a SanLo trovavano assistenza per realizzare le loro opere più complesse.

Infatti, alla Dynofluid hanno realizzato congegni luminosi, macchinari semoventi e dispositivi sonori molti artisti celebri tra i quali Gilberto Zorio, Maurizio Mochetti, Mario e Marisa Merz, Oliviero Rainaldi, Bertrand Lavier, fino ai più recenti Micol Assaël, Betta Benassi, Aaron Young e Alfredo Jaar.

Persino un apparecchio fotografico ha sfiorato la nascita, tra quelle mura; la storia riguarda Claudio Abate, grande fotografo sodale di artisti e amico dei due fratelli Massimo e Carlo; ed è proprio Carlo a raccontarmi e a raccontarsi:

“Sì, che meravigliosa amicizia, e che tempi: ci si frequentava tutti…”

Chiedo a Carlo dei suoi inizi…

“Mio padre era di origine emiliana, di Parma, emigrò a Roma come Capo Officina della struttura di un suo paesano che aveva bisogno delle sue competenze. Settanta persone erano sotto la sua supervisione e gestione. Devi sapere che in quegli anni a Roma c’era il boom dell’edilizia ma c’era poca meccanica quindi serviva proprio quel lavoro e personale che avesse competenze in quell’ambito, che arrivò da fuori.

Ebbene: durante le vacanze scolastiche, che allora erano piuttosto lunghe, oltre a godere delle mete di villeggiatura, io passavo gran parte del mio tempo proprio in quell’officina. Io non amavo molto stare chiuso in classe, né studiare: il mio rendimento scolastico mediocre lo testimoniava senza alcun dubbio; fu quindi deciso in famiglia che io lavorassi. E così fu.

Divenni da operaio anche disegnatore, mi specializzai, insomma, sul campo.  Da noi si diceva: progettista ci nasci, tecnico ci diventi.

Poi, in seguito, decisi autonomamente di riprendere gli studi tralasciati e mi iscrissi a una scuola serale: fui premiato dai miei con una bicicletta nuova che mi permetteva, dopo il lavoro, di arrivare in tempo in aula e di non tardare troppo rientrando la sera…”

So che, oltre alla meccanica, avevi un interesse per le… invenzioni e per la Fotografia…

“È vero; in particolare, ero appassionato di fotografia subacquea – la realizzavo anche io, come fotografo amatoriale – e mi resi conto che sarebbe stata utile una custodia ad hoc che non esisteva sul mercato; così, ne costruii una per una 24×24 Esacta completa di flash.

Non fu facile ma ce la feci, e venne bene, funzionale. Questa ideazione – stiamo parlando della metà degli anni Cinquanta, più o meno – incuriosì quello che era diventato mio amico fraterno, Stefano Carletti, che era uno dei più accreditati sub italiani e al mondo, un esperto di subacquea – tutti i più approfonditi trattati di archeologia subacquea di quei decenni avevano la sua firma –, oltre che valido componente del Gruppo Vailati al quale mi invitò per entrarne a far parte come Tecnico.

Ebbi quindi l’incarico di progettare e costruire vari dispositivi e attrezzature tra cui luci e custodia per una cinepresa 16 m/m e una gabbia anti-squalo da calare in mare e rendere sicura e possibile sia la ripresa sott’acqua di fotografi e cameramen, sia di chi doveva effettuare manodopera alle navi, anzi: alla nave (n.d.R.: l’Andrea Doria).

Ricordo che quella gabbia era talmente grande e complessa che dovetti montarla in strada, la qual cosa impressionò tanto la gente del quartiere!”

Questi ultimi due macchingegni di cui ci racconti erano nell’ambito di una collaborazione specifica, di cui sei molto orgoglioso… Ci racconti meglio?

“Ti riferisci a uno degli accadimenti che mi ha gratificato di più nel mio percorso di vita oltre che professionale, ovvero la partecipazione ai lavori per l’Andrea Doria, forse non la nave da crociera più veloce del mondo a quei tempi ma sicuramente la più ammirata, la più confortevole – aveva più bar, ben tre grandi piscine, saloni da ballo! – e all’avanguardia, bellissima, design e arredi di altissimo livello, made-in-Italy (n.d.R.: grandi nomi quali Ponti, Zoncada, Pulitzer Finali, Minoletti…; e arte, tanta arte italiana, dagli arazzi ai tappeti dai mosaici di Lucio Fontana alle ceramiche di Fausto Melotti, agli specchi dipinti da Edina Altara…). ”

Un sogno, davvero. Io non ero a bordo durante la famosa, famigerata spedizione del 1956…”

…che, guidata dal comandante superiore Piero Calamai, doveva tra l’altro portare anche molti emigranti italiani negli Stati Uniti…

“Sì. Che prestigio, per l’Italia… che brutto finale…

Per quella nave importante ho creato la gabbia antisqualo, che doveva servire per proteggere sia cameramen e fotografi sia chi doveva fare manutenzione alla nave; e lo stocco – un arnese appuntito per allontanare gli squali, che io resi più funzionale rispetto ai modelli in commercio –, oltre ad altri dispositivi vari e le luci della telecamera…

Ho avuto l’aiuto di Arnaldo Mattei, il cameramen della spedizione, persona meravigliosa che mi vide così giovane e timido ma anche così volenteroso, ingegnoso e instancabile – allora lo ero! – che mi mise molto a mio agio, mi presentò a tutti quelli dell’Andrea Doria – ho un libro con tutte le foto di cui sono molto fiero! – e facilitò il mio lavoro.

Purtroppo, di quel team dell’Andrea Doria siamo rimasti testimoni viventi solo in due: io e Carletti. Ecco, Mattei e Carletti sono le persone a cui devo di più in assoluto; oltre a provare per loro grande affetto devo gratitudine per avere imparato a livello fotografico e subacqueo tutto quel che so…”

Sia Carletti che Mattei presero parte al famoso documentario italiano sull’affondamento dell’Andrea Doria, Andrea Doria -74: nel luglio del 1968 vi fu la prima spedizione italiana, organizzata dal regista Bruno Vailati, insieme ad All Giddings, noto ed esperto subacqueo statunitense, a Mimì Dies e ai nostri Stefano Carletti e Arnaldo Mattei; il documentario vincerà sia il Premio della critica “David di Donatello” sia il Premio della Giuria al Congresso di Tecnica Cinematografica di Parigi…

“Premio meritatissimo; l’apporto dei miei due amici fu fondamentale, sai?!”

Torniamo alla tua formazione: prima della Dynofluid cosa ci fu, ancora?

“Dopo l’esperienza con mio padre feci per un po’ lavori come free-lance: feci il collaudatore di macchinari per una ditta di Padova e poi di Milano.”

Hai lavorato anche per l’Alenia Aeronautica…

“Nel 1975: ero prototipista.
Ma ero curioso, volevo sperimentare, fare cose diverse…”

…più ingegnose…

“Sì, proprio così: ingegnose!”

Così arriviamo alla nascita della Dynofluyd…

“Sì. Io già conoscevo Bruno Neri che aveva un’originale idea imprenditoriale: mi fissò un appuntamento per propormi di costituire un’Officina in società, a Roma, che costruisse banchi di prova didattici.

Era il 1967, poi questo progetto si allargò; successivamente vi entrò come socio anche mio fratello Massimo perché Bruno, che era stanco, decise di ritirarsi.

All’inizio ero titubante, fu mia moglie Livia (ci eravamo sposati nel 1964) a insistere, a darmi coraggio; così accettai; avevo un’auto Flavia, l’ho venduta per comprare un furgone… La sede era molto ampia, industriale, lì al civico 100 di Via dei Sabelli…”

Più su, al civico 16, dal 1989 aveva lo studio Claudio Abate, grande fotografo e amico, che lì lo aveva trasferito dal Tridente, da Via del Babuino… giusto?

“Oh, sì… anche io venivo da lì, che malinconia a pensarci, e che mancanza quegli amici…”

Ne riparliamo più avanti; dicci del lavoro targato Dynofluid… il nome come nacque?

“Il nome fu un’idea di un amico di Bruno, che era Vicepresidente della Bosh in America. Dino da Dinosauri, animali forti, atavici, deinos, ovvero mostruoso, che però allude a qualcosa di grandioso; sono spesso associati alle Sequoie che pare siano ancora più antiche, precedenti agli stessi sauropsidi diapsidi.

Questo amico si disse certo che “da questo semino nascerà un’azienda forte, resistente e duratura come una bella sequoia”.

Io pensai che Fluido Dinamico, o Dinamica dei Fluidi – appunto Fluid, Fluids e Dynamics – suonasse benissimo, e poi io avevo studiato molto bene oleodinamica e pneumatica… Insomma, da tanti input diversi nacque il nostro brand Dynofluid.

Il marchio era e resta bellissimo: lo realizzò Claudio, mio cognato… lo registrammo e proseguimmo nell’impresa, che si sviluppò nel tempo in un’attività sostenuta: costruzioni di prototipi per industrie importanti, carpenteria metallica e automatismi per spettacoli RAI… oltre che tanti aggeggi per le opere degli amici artisti…”

 

Chiedo a Carlo di raccontarci di uno dei più impegnativi congegni realizzati:

“Sicuramente la pedana semovente commissionata dalla RAI TV per una trasmissione di intrattenimento: la star era Raffaella Carrà.

La ricordo come una professionista rigorosa, perfezionista, stakanovista, persino severa pur se sempre gentile; quando lavorava era una guerriera, e allora era necessario per una donna, perdipiù giovane, bella, moderna, essere combattiva e stakanovista.

Poi si scioglieva e quando aveva finito di lavorare era umanamente affabile, spiritosa, premurosa. Si mangiava anche insieme, era piacevolissima. Insomma… La pedana fu una bella impresa, riuscì alla perfezione.

Poi una volta terminato il varietà – come si chiamava allora – lì alla RAI non sapevano dove tenere quel grande macchinario e ci chiesero la cortesia di riprendercelo. Così facemmo.

Poi una parte la riciclammo… Con la Carrà avevamo un rapporto stretto, continuativo, eravamo i suoi meccanici di fiducia, lì alla RAI; anche le casseforti di Carramba! (n.d.R.: (sottotitolato Che sorpresa dal 1995 al 1998 e nel 2002; e Che fortuna dal 1998 al 2001 e nel 2008) erano le nostre…

Per la RAI abbiamo lavorato molto, ci chiesero e ci inventammo tanti manufatti scenografici; abbiamo realizzato strutture meccaniche pure per il Festival di Sanremo.

Una volta venne da noi un boscaiolo di Rocca di Botte, sopra Carsoli; aveva un bel terreno con un bosco di castagni e aveva avuto un appalto dalla Perugina che voleva, però, le castagne tutte grandi uguali.

Lui, il boscaiolo, ingegnoso, aveva messo su una macchina straordinaria, realizzata con un motore di lavatrice e altri pezzi riciclati; funzionava ma non perfettamente… Chiese perciò il mio aiuto e io gliel’ho ingegnerizzata: vedessi che lavoro!

Castagne pulite, selezionate della stessa dimensione, lucidate e pronte per essere confezionate per la Perugina. Quel tipo era geniale, e lì ho avuto la conferma che l’acume può stare davvero dappertutto…

Noi ci siamo occupati di tante cose: anche del rifacimento della struttura di sostegno dell’Angelo di Castel Sant’Angelo di Roma; del gigante di barletta; del germanico sito del Museo di Amelia; della revisione e dell’automazione del cancello dell’Altare della Patria di Roma; e abbiamo messo mano alla Tomba del cardinale Debrye di Arnolfo da Cambio: oh, solo particolari in acciaio inox e teflon per il restauro!

E lavorammo anche a Cinecittà, ci chiamò il cognato di Mochetti, l’Ingegner Sperandio…”

Raccontaci del Piper di Via Tagliamento a Roma, di Crocetta, Bornigia e Diotallevi: la discoteca leggendaria patria del beat e dell’underground inaugurata nel 17 febbraio 1965 con opere di Claudio Cintoli, Andy Warhol, Robert Rauschenberg, Mario Schifano e Piero Manzoni

“Un luogo all’avanguardia, sicuramente; noi realizzammo nei primi anni ’70 la grande palla semovente, psichedelica, oleodinamica; facemmo giungere dagli Stati Uniti una speciale elettrovalvola Mug la cui spola si muoveva intercettando la musica; un automatismo che allora era un’assoluta novità, meccanizzata al suono della musica e con le luci…”

…poi?

“Abbiamo collaborato con tante associazioni artistiche e gallerie, tra le quali la Galleria Continua; e con l’Accademia di Francia…”

…e stando a San Lorenzo, quartiere degli artisti, era inevitabile collaborare prima o poi direttamente con qualcuno di loro per la realizzazione di installazioni e opere varie…

“Eccome: devi sapere che la meccanica entra dappertutto, e quindi anche nell’Arte!”

Prima delle collaborazioni come Dynofluid tu avevi già incontrato da vicino un artista, assistendolo per un’opera scultorea, giusto?

“Sì, è vero; il primo con cui lavorai, quando ero giovincello, nei primi anni Sessanta, fu Marino Mazzacurati, che stava facendo il monumento dello scugnizzo a Napoli (n.d.R.: un gruppo scultoreo realizzato nel 1963,  per ricordare le quattro giornate di Napoli, i caduti del ’43, la liberazione della città medaglia al valore della Resistenza; l’opera fu poi smontata  per consentire i lavori della linea 6 della metropolitana di Napoli ed è tornata al suo posto al centro della rotatoria in Piazza della Repubblica).

Beh, gli serviva qualcuno che saldasse le armature che sostenevano il gesso per l’opera. Ecco, il primo incontro ravvicinato avvenne son lui, lì a San Lorenzo, dove lui stava da Amleto Rossi, scultore marmoraro romano in Via dei Piceni.”.

E come Dynofluid quando e quali sono state le prime collaborazioni con gli artisti?

“Dopo una decina d’anni che già eravamo avviati. Gli artisti li frequentavamo da tempo, ma i primi lavori per loro sono arrivati poi.

Considera che fino agli anni Sessanta non c’era ancora la location di Cerere del  Marchese Misciattelli (n.d.R.: il pastificio, costruito nel 1905 e attivo fino al secondo dopoguerra, fu dismesso e venduto e solo a partire dagli anni Settanta, la fabbrica è stata ripopolata, con studi e abitazioni di artisti, e diventando un luogo di frequentazione di critici, intellettuali, esponenti del mondo dello spettacolo, artigiani) che ha portato o riportato tanti artisti a SanLo

Ricordo una foto di Claudio Abate che mi è rimasta nella mente, mai più dimenticata, potente, bellissima, color seppia: una donna incinta, seduta su uno sgabello, nuda ma con un drappo e una rosa in mano tenuta e odorata e con un atteggiamento e un’atmosfera di una forza spirituale incredibili…”

Una foto privata, immagino; ma ci credo che ti abbia così tanto colpito: Claudio ha rappresentato il femminino sacro, un mito, un’energia, una caratteristica e un’attitudine atavica…

“Un capolavoro, Barbara…

Claudio è stato un testimone oculare di più di un periodo storico ma sicuramente di momenti ineguagliabili, da fotografo-artista che sapeva cogliere l’anima degli artisti e delle opere…”

Sì, riassumeva un mondo in una foto, anche quello più intimo dell’artista pur se in veste ufficiale…

“Verissimo, brava! Pensa alle foto dei Cavalli di Jannis Kounellis all’Attico, del 1969…”

…a quella de Lo Zodiaco di Gino de Dominicis del 1970; all’iconica Vedova blu di Pino Pascali (1968), all’altrettanto iconica Rovesciare i propri occhi di Giuseppe Penone (1970)… per tacer dei Contatti con la superficie sensibile del 1972, e del colore poi…

“Le foto di Carmelo Bene, di Mario Schifano, Joseph Beyus, Eliseo Mattiacci, Anselm Kiefer; di Roy Lichtenstein di passaggio a Roma nel 1988; e una, pazzesca, della mostra Amore mio a Montepulciano, 1970… Che puoi dire se non che è stato un grandissimo?

Sul lavoro, poi, era rigorosissimo, selettivo, ma quando scattava… scattava l’empatia con opere e artisti… E poi… ci siamo anche tanto divertiti, sai? Bevute e mangiate in allegria… e lì non si parlava di lavoro…”

E poi la luce, la sua luce, e quel “blu Abate”, come lo definì Germano Celant…

“Eh già… Capisci perché ho sempre amato lavorare con gli artisti?!”

A tal proposito, come azienda, con chi lavorasti all’inizio? So anche che alcuni tuoi segreti per aiutarli riguardano un… riuso…

“La prima collaborazione fu con l’allora giovanissima Micol Assaël (n.d.R.: Roma, 1979), nipote della brava Ester Coen e ottima artista, ingegnosa.

Micol voleva fare un’opera che scintillasse ma pensava fosse necessario il rocchetto di Ruhmkorff (n.d.R.: un tipo di bobina a induzione), un trasformatore piuttosto grande che sarebbe stato troppo impattante nell’opera, creando troppo volume.

Così, come dici tu, riusai qualcosa adattandolo a quella nuova funzione: uno scintillatore delle caldaie – lo comprammo da un’azienda storica romana, Verrino – che funzionò magnificamente allo scopo.

Svelaci di un altro riuso fortunato…

“Sì, per un’opera di Betta Benassi, una grande persona e artista (n.d.R.: Roma, 1966), con la quale ho lavorato tanto, a lungo… Bene: Betta passa da noi all’officina e vede quella pedana di cui ci siamo detti, quella per la Rai e la Carrà, e pensa di riusarla per una sua opera.

La modificammo appositamente e venne bene. Avuto uno spazio alla Stazione Termini, Betta ideò questa installazione/performance: mi vestì da homeless, posizionò su questa pedana due giovani che lottavano e predispose che ogni volta che io fermavo la pedana i due performers si fermavano anch’essi…

Ci siamo impegnati moltissimo ma ci siamo anche tanto divertiti!”

Dato che con la Benassi c’è stata una collaborazione reiterata, raccontami di quella volta che vi siete incaponiti per un… tamburo…

“Oh sì, questo tamburo – per una sua opera – doveva produrre un ritmo in modo automatico tramite un pedale meccanico.
Fu complicatissimo ma ci riuscimmo, fu una grandissima soddisfazione vedere tutto usato e concretizzato in Arte!”

Faceste anche lavori per Mochetti, per Merz, anche per Bertrand Lavier, mi pare…

“Mochetti, un artista immenso, e una persona squisita; Merz burbero, anche con la moglie; lei, Marisa, paziente e molto poetica nel lavoro…; che opere meravigliose, le loro, diverse ma da cui si percepiva un legame…

Mario Merz me lo mandò Abate, io ero amico dei neonisti di Via dei Sabelli (n.d.R.: dove si realizzavano i neon non industriali, molti resi ad hoc per opere degli artisti); doveva creare una delle sue famose spirali luminose, venne con il progetto, io lo ridisegnai in scala rendendolo realizzabile, e loro lo produssero in forma e misure perfette.

Con Lavier collaborammo per un’installazione al neon in Villa Medici, all’Accademia di Francia; e anche con Aaron Young, per un’opera di allestita al Teatro Marcello, nel 2010.

Ma in tantissimi altri casi abbiamo solo dato qualche consiglio, oppure ideato modifiche che poi gli artisti realizzavano da soli perché eravamo troppo impegnati e remunerati altrove, ma volevamo favorire gli artisti che spesso non avevano tante possibilità economiche, quindi erano abituati a confrontarsi con noi per avere qualche dritta e talvolta del materiale che gli regalavamo.

Erano chiacchierate di grande piacere e soddisfazione, sai?!”

Con chi altri, nel mondo dell’arte, hai avuto sinergie?

“Ho un ricordo bellissimo di Graziella Lonardi Buontempo; una signora, donna di un’eleganza unica; venne in officina, le serviva un lavoro particolare, complesso, in vetro, per un’opera di un artista – non ricordo più di chi, purtroppo – ma noi eravamo tutti impegnati con una ditta per grossi lavori per le Autostrade (abbiamo lavorato molto con l’ANAS) ed eravamo a corto di personale; io stesso ero così assorbito in quella commessa che le potetti dare solo dei consigli e suggerii dei bravi artigiani che la potessero aiutare.

Mi ringraziò. Peccato non aver potuto collaborare, ma fu piacevolissimo chiacchierare con lei, ci raccontò di Achille Bonito Oliva, di Pistoletto, di Andy Warhol…, di una Roma centro della sperimentazione e, per certi versi, del mondo, perché qui volevano venire tutti…

Poi c’erano quelli di San Lorenzo, molti erano ormai un po’ amici, ed erano tutti lì: Oliviero Rainaldi, Gallo, Nunzio, Tirelli, Ceccobelli, Dessì, Pizzi (n.d.R.: Pizzicannella)…”

Hai fatto lavori per alcuni di loro? E per chi altri?

“Non posso dirtelo ufficialmente: molti artisti, sai, non avevano e non hanno piacere di condividere i loro segreti creativi, di svelare le loro collaborazioni… Posso dirti che ho aiutato a fare installazioni, fontane, opere in movimento, elettriche, luminose, un po’ tutto…

Ci sono artisti famosissimi e molto quotati che hanno avuto il supporto di grandi artigiani: pensa a Livio Scatolini, apprezzatissimo e notissimo artista marmoraro dal 1952, con la bottega qui vicino, ora con il figlio Otello che ne continua la tradizione… Però (n.d.R.: ride) non possiamo raccontarlo…

C’era un certo Sciusco di Cerignola, che stava in Via dei Reti ed era formidabile nel lavorare la lamiera, e anche lui ha dato una mano per opere di artisti (n.d.R.: ride di nuovo).

Via dei Sabelli, poi, era conosciuta come la strada delle fonderie (Bastianelli, oggi purtroppo demolita; Marazzi; L’Umanitaria; Carnevali; poi c’era Barnabino, un fonditoretto più piccolo, più creativo; e c’era Paciotti alle Mura che lavorava leghe leggere); c’erano artigiani unici, in tutta San Lorenzo e se serviva qualcosa per fare un’opera complicata era sicuro: lì qualcuno riusciva a fare miracoli.

Noi li facevamo in tutto quello che era meccanica.”

Mi risultano collaborazioni anche con Marina Abramovic e con Alfredo Jaar…

“Con l’Abramovic non abbiamo parlato in alcun modo: molto distaccata, distante…; con Alfredo Jaar invece abbiamo lavorato bene, sarà stata la prima quindicina degli anni Duemila, per la Biennale d’Arte (n.d.R.: Jaar rappresentò il Cile alla 55. Esposizione Internazionale d’Arte – la Biennale di Venezia del 2013, ll Palazzo Enciclopedico di Massimiliano Gioni, e nel suo padiglione temporaneo all’Arsenale doveva realizzare quella che risulterà la suggestiva installazione Venezia, Venezia).

I lavori glieli fece la I.C.U.M. (n.d.R.: Italiana Costruzioni Utensileria Meccanica), io una serie di disegni e pensai a una certa meccanica per un modellino plastico di Venezia con un movimento alternato di sommerso e immerso di Alfredo… un grandioso lavoro!”

Chi ti è rimasto più impresso anche come artista?

“Sono molto legato a Maurizio Mochetti, un genio, con una ricerca e capolavori sempre sorprendenti.

Sono molto amico di Stefano Carsetti Esposito, oltre che gallerista e organizzatore di mostre e Land Art, un gran fotografo, con il quale ho collaborato recentemente per realizzare il movimento per la scultura-installazione Horus di Mauro Magni, un progetto della Takeawaygallery a Pietrapertosa…; Stefano e io eravamo tanto vicini a Claudio Abate, sai…?”

Ecco: raccontaci di Claudio Abate e della vostra amicizia… Quando vi conosceste?

“Io abitavo a Via del Babuino, Claudio era lì pure lui; andavamo entrambi all’allora famosissimo Caffè Notagen (n.d.R.: negli anni 1930 diventò ritrovo di artisti e intellettuali italiani e stranieri che continuarono a frequentarlo anche nel secondo dopoguerra fino agli anni 1980) e all’Osteria di fronte, da Davide (n.d.R.: più precisamente in Vicolo del Babuino, 4, oggi c’è Edy Ristorante).

Chi frequentavi, anche?

“Considera che i miei amici di scuola erano Alfonso Gatto, Giancarlo Sbragia, Mario Pisu: mi chiamavano Metalmeccanico, perché allora già lavoravo con mio padre al laboratorio-officina…

Gli artisti, in quelle zone del Centro, erano tantissimi, lì avevano le gallerie, i loro studi…

A Via Ripetta c’era l’Accademia, c’erano i colorari, le librerie; e Via Margutta era uno spettacolo, piena di persone che avevano a che fare con l’arte, il cinema, la cultura…”

Quindi Claudio Abate lo conoscesti allora in area Tridente…

“Sì, ci conoscemmo lì in quel periodo; lui conobbe anche mia moglie Livia, poi quando mi spostai a San Lorenzo Claudio passava spesso…

Andavate anche da Zoe Spazio Arte di Vittorio Pilenga e Zoe, in via dei Falisci, nel loro piccolo locale dove si alternavano sempre mostre e della frequentazione bohémien?

“Sì, a bere un buon bicchiere, a incontrare amici, artisti, musicisti ma questo era già quando Claudio trasferì anche lui il suo studio lì a due passi dalla Dynofluid e ci vedevamo praticamente sempre, anche con Stefano Carsetti Esposito, che a un certo punto lo accompagnava nei lavori fotografici, che lo aiutava; insomma, diventammo una combriccola di amici, andavamo tutti a mangiare da Pommidoro, in Piazza dei Sanniti (n.d.R.: dove ci fu la famosa ultima cena di Pasolini), e dove potevi incontrare da Moravia a Fabio Capello ai ragazzi della Scuola di San Lorenzo (n.d.R.:  Bruno Ceccobelli, Gianni Dessì, Giuseppe Gallo, Nunzio, Piero Pizzi Cannella, Marco Tirelli) fino, in tempi più recenti, artisti, critici e intellettuali delle più giovani generazioni…

Ci raggiungevano gli amici che vivevano o avevano lo studio all’ex pastificio Cerere, che era ormai gremito di artisti.

Oppure facevamo le famose merende da noi: chi portava il vino, chi il dolce, una volta si mangiava pane e porchetta, a volte fave e pecorino, si parlava di arte, fotografia e meccanica!

C’è un bel video, di Emiliano Sacchetti, del 2007 che mostra questo nostro rito conviviale, pagano…

C’erano mio fratello, i sodali operai, Claudio Abate, Nino Giammarco che con Marta Alicia Balbi spesso intonavano canzoni argentine, e poi Marcello Sacchetti, Angelo Lisandri, Rodolfo Fiorenza, Oliviero Rainaldi, Andrea Porcu e qualche volta Nunzio e Romano Di Carlo…”

So di un progetto particolare a cui avete lavorato con Claudio, me lo ha raccontato un paio di anni prima che morisse

“Beh, insomma: era il 1972 e ideammo la macchina fotografica più grande del mondo; il progetto, che non si realizzò mai, è firmato a 4 mani, da una sua idea, una necessità; lo aggiornammo nel 2018 e ti assicuro che avremmo potuto concretizzarla, quella macchina: diaframma a lamelle, otturatore a ghigliottina…e una grandezza di nel 20 metri x 180…”

A che sarebbe servita? Perché a Claudio venne quest’esigenza??

“Perché voleva avvicinarsi al massimo della definizione e alla realtà dell’immagine. Era una necessità e un progetto visionario…”

Oggi abbiamo la tecnologia che ci è venuta in aiuto… forse l’avrebbe sfruttata in maniera arguta e creativa…

“Oggi è tutto affidato al digitale, all’algoritmo, tra poco all’IA – artificiale sicuramente, intelligenza chissà…? – e la manualità, l’ingegno meccanico e la… necessità che fa virtù non servono più… o, comunque, stanno sparendo.

Eppure, anche quello, e la gente della mia generazione, di Claudio, di Mochetti, per dire, ha permesso all’Italia di ricostruirsi e di sedersi al tavolo con le Nazioni che contavano.”

immagine per barbara martusciello
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Con una Laurea in Storia dell'Arte, è Storica e Critica d’arte, curatrice di mostre, organizzatrice di eventi culturali, docente e professionista di settore con una spiccata propensione alla divulgazione tramite convegni, giornate di studio, master, articoli, mostre e Residenze, programmi culturali, l’insegnamento, video online e attraverso la presenza attiva su più media e i Social.
Ha scritto sui quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", sul settimanale culturale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente su altri quotidiani nonchè su periodici e webmagazine
Ha curato centinaia di mostre in musei, gallerie e spazi alternativi, redatto innumerevoli cataloghi d’arte e scritto saggi in altri libri e pubblicazioni: tutte attività che svolge tutt’ora. Ha fatto parte della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano e è stata Art Curator dell'area dell'Arte Visiva Contemporanea presso il MUSAP - Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara), per il quale ha curato alcune mostre al MACRO Roma e in altri spazi pubblici.
E' Presidente del CoAC_Commissione Arte e Cultura della nota fondazione no profit Retake Roma.
È cofondatrice di "art a part of cult(ure)” di cui è anche Caporedattore.

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