Dreamland. Migrazioni, attivismo e arte contemporanea, I confini dell’immaginario. Con interviste a R. Jijon e F. Martone

Un libro che sta sul pezzo, come si usa dire in gergo giornalistico: questo è, anche, Dreamland. I confini dell’immaginario. Le migrazioni nell’arte contemporanea, curato da Rosa Jijon, Francesco Martone (e dal collettivo A4C-Arts For The Commons, realtà attivista e movimentista di cui vi sveleremo qui componenti e fini).

immagine per Dreamland. I confini dell'immaginario. Le migrazioni nell'arte contemporanea
Dreamland. I confini dell’immaginario, cover

Il volume fornisce un ragionamento sul rapporto tra arte e attivismo e attraverso una selezione di opere di artisti contemporanei che – come chiariscono Jijon e Martone – “si sono cimentati con il tema delle migrazioni, della frontiera, della cittadinanza.”

Una pubblicazione, si diceva, che sta sul pezzo ma che, grazie ai testi dei curatori, di quelli degli artisti coinvolti e alle loro opere – che sviluppano in modi e con linguaggi differenti l’articolato tema affrontato –, ci offre una diversa prospettiva da cui considerare la questione, il problema.

Esattamente: i confini, lo spazio, l’appartenenza, l’identità, la migrazione, i diritti e quelli negati, l’esclusione, l’accoglienza e la cosiddetta integrazione, la resistenza, la rivolta, il respingimento e la reclusione… sono tutti termini attualissimi, riferibili alla cronaca e, parallelamente, da sempre presenti nella nostra storia umana.

In questo senso, allora, il libro sta sì sul pezzo ma ha anche respiro globale, universale, e il qui e ora può essere trasportato indietro nel tempo e in ogni luogo e apparire (purtroppo) sempre valido, ogni volta riattualizzato e riattualizzabile.

L’afflato etico e politico, che l’approfondimento rivela, e che gli artisti mostrano, non può essere dunque che accolto a piene mani dalla società civile, come un punto di osservazione non omologato sulla realtà di oggi e di ieri con una capacità preveggente rivolta al futuro: è anche questo che fa l’Arte, o meglio che è l’Arte.

Ecco: è molto interessante la scelta di unire più discipline e posizioni relativamente all’indagine tematica, che mette studi e analisi radicali a fianco dell’immaginario, dell’Arte, appunto. Con la stessa importanza e dirompenza.

Non è risultato da poco e l’approccio è in questo senso atipico e, a nostro avviso, da riproporre come modalità intellettuale, politica ed estetica portatrice di inediti, positivi traguardi.

La trattazione del migrante come individuo, singolo soggetto e contemporaneamente intrinsecamente plurale, è qui sostenuta in modo ancor più considerevole perché lo rivela come entità attiva, non sempre e non solo come vittima e problema…

Insomma: permettendo di allontanarsi e allontanarci, per dirla con TJ Demos, “dallo spettacolo familiare della miseria, l’immaginario sensazionalista della sofferenza in questi tempi di proliferazione delle emergenze umanitarie”, per una nuova e più produttiva e virtuosa sfida: quella “di interrogare le complesse cause politiche ed economiche dietro gli effetti dell’isteria sulle migrazioni, e le guerre alle frontiere, e mostrare come la migrazione delinei un atto creativo di trasformazione politica ed un luogo di resistenza ed agency[1].

Quale l’intenzione da cui questa ricerca e la mostra ipotizzabile – perché la partecipazione degli artisti e delle immagini delle loro opere così appare potenzialmente – muovono, chiediamo a Jijon e Martone:

L’intenzione è stata quella di provare ad offrire uno strumento – non specificamente politico o solo artistico – di rappresentazione visuale e teorica, propria del mondo dell’arte, che si colloca nell’ambito di una collana promossa da una casa editrice come Manifesto Libri, portatrice di una storia oltre che culturale, fondamentalmente politica.

Nel pensare ciò abbiamo quindi adottato un approccio prettamente artistico, quasi che nel comporre il sommario di questa pubblicazione immaginassimo una curatela di arte contemporanea, in uno luogo immateriale, ma densamente popolato.

La nostra sfida è quella di esaurire lo spazio della messa in scena nella sede del volume prodotto, senza che tale ricerca debba diventare necessariamente una mostra, o un evento puntuale nel tempo e definito nello spazio. Il tema non è quello di fissare un punto, con i suoi canoni e ritualità, per non esaurire la potenzialità di altri possibili incontri tra l’arte contemporanea e l’impegno politico e sociale.

Dreamland, non è un catalogo preventivo di una mostra, né un volume che vogliamo destinare a bibliografie o scaffali di biblioteca, semmai immaginiamolo come un Museum in The Box, che possa passare di mano in mano, che possa essere presentato e circoli in luoghi dove si pratica mutualismo, e si prova a costruire un approccio innovativo nella visione e nella pratica che non escluda il conflitto e la disobbedienza.

Non a caso, la prima presentazione del volume è stata fatta all’interno del Festival SABIR, organizzato ogni anno dall’ARCI, e le prossime presentazioni le immaginiamo in centri sociali, o in luoghi periferici e liminali, proprio come gli spazi che abbiamo cercato di scandagliare nella scelta degli artisti e le loro opere.

Un approccio teorico e anche curatoriale, pertanto: per fornire chiavi di lettura altre

Esattamente. Letture che intrecciano una visione decoloniale della questione migratoria con una molteplicità di mezzi e dispositivi, dalla fotografia, al video, alla documentazione, al registro, al rendering, alla performance, ma anche alla ricostruzione quasi fosse di medicina forense di eventi e geografie, che sottendono a corresponsabilità ed a violazioni di diritti.

Qui l’arte oltre ad essere rappresentazione, diventa anche prova, evidenza, strumento di denuncia e di rivendicazione. La pluralità delle domande e soluzioni offerte dalle artiste e dagli artisti rappresenta in sé stessa, secondo la nostra scelta, l’urgenza di uno sguardo plurale, trasversale, intersezionale ai grandi temi globali, che siano le migrazioni in questo caso, o ad esempio l’emergenza climatica ed ecologica, spesso intimamente connessa alla mobilità umana.

Il libro anche nella struttura appare in qualche misura corale: come nasce il binomio professionale Jijon-Martone e quello con il collettivo A4C-Arts For The Commons?

 A4C è un percorso che abbiamo deciso di intraprendere come attivisti, professionisti, e partner nella vita contribuendo ambedue con i nostri saperi, esperienze ed interessi. Rosa dal punto di vista dell’arte, e della sua esperienza di attivista per i diritti dei migranti, e formatrice su temi relativi ai giovani ed alle periferie. Francesco dalla sua prospettiva di attivista impegnato da decenni nei movimenti e nella società civile internazionale, su temi relativi a ambiente, diritti umani, globalizzazione.

Da qualche anno abbiamo deciso di combinare questi elementi e sondare il terreno di convergenza tra arte e attivismo con piccole esposizioni ed interventi urbani, e la partecipazione in festival e rassegne artistiche.

Artsforthecommons è Rosa Jijón e Francesco Martone, ma si riconforma di volta in volta anche attraverso la proposta di piattaforme intorno alle quali possano essere convocati altri soggetti con i quali arricchire collettivamente la ricerca, l’elaborazione e la produzioe di progetti comuni.

A4C è un collettivo nomade, con sedi a Roma e Quito, ma anche a Montevideo, o in Salento nei luoghi dove può esistere la volontà di creare un “comune” di riflessione e azione artistica.

Su quali basi avete selezionato gli artisti chiamati ad esporsi?

Il libro è nato da una sollecitazione dell’editore Manifesto Libri, di dare risposta nella collana Mediterraneo al primo saggio pubblicato, un testo di Sandro Mezzadra sul concetto di confini come luoghi di produzione e di significato.

Allo stesso tempo si stava sviluppando il processo di elaborazione che avrebbe portato ad una sessione del Tribunale Permanente dei Popoli sui diritti dei migranti nel Mediterraneo, che si tenne poi a Palermo, e al quale Francesco partecipò come membro della giuria.

Da questi due spunti, quello più propriamente teorico e quello attivista, abbiamo identificato alcune tracce di ricerca, ispirati anche al lavoro di TJ Demos con il suo “The Migrant Image” e alla mostra La Terra Inquieta, curata da Massimiliano Gioni alla Triennale di Milano.

Ci siamo concentrati su artisti che hanno analizzato il fenomeno migratorio attraverso tutte le sue tappe, proprio per mostrare come se da una parte il migrante, o meglio il popolo migrante, sfida con la sua scelta di attraversare i confini, il concetto stesso di sovranità, dall’altro sono i confini ad attraversare il corpo migrante.

Abbiamo voluto anche offrire un’ipotesi di lettura centrata sugli spazi attraversati dai migranti e di come gli stessi vengono trasformati temporaneamente da questo transito. Ci interessava quindi collegare il lavoro di artisti italiani e stranieri di fama internazionale per creare un nuovo ed inaspettato spazio d’interlocuzione, soprattutto tenendo conto di quanto il tema migratorio abbia caratterizzato il dibattito pubblico nel nostro paese, e per capire come lo stesso tema sia stato affrontato da altre prospettive.

Chi sono e quali le singole visioni?

In Sahara Chronicle, Ursula Biemann ripercorre le rotte sahariane, i posti di frontiera, gli avamposti e i luoghi di ristoro. Estefanía Peñafiel Loaiza, artista ecuadoriana ormai naturalizzata francese offre uno sguardo sugli spazi fisici di resistenza e rivolta, quelli di un Centro di Detenzione Temporanea alla periferia di Parigi, storia di insubordinazione e rivolta narrata ne “et ils vont dans l’espace qu’embrasse ton regard”.

E ci sono anche spazi di esclusione, di frontiera come lo spazio sospeso nel tempo negli istanti precedenti l’intervista per la richiesta del riconoscimento di status di rifugiato, la stanza, il tavolo, il dialogo tra il migrante e la funzionaria dell’ufficio preposto alle interviste relative alla richiesta di asilo politico, in attesa dell’arrivo del mediatore culturale e rappresentato nella “performance” di Elena Mazzi e Enrica CamporesiPerforming the self-the interview”.

O quello manipolato ed alterato dalla mano dell’uomo per costruire fortezze e valli a protezione dell’Europa da minacce esterne, come raffigurato in una sorta di cortocircuito spazio-temporale in “1xUnknown” di Margherita Moscardini, che cataloga le macerie delle fortificazioni e bunker in cemento armato del Vallo Atlantico, costruito dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale.

Un richiamo neanche tanto velato alla sindrome securitaria della Fortezza Europa di questo tempo, che nasconde in sé il fallimento del suo progetto originario di spazio comune di diritti e cittadinanza, miraggio che attrae le migliaia di esseri umani in cerca di “conforto” e accoglienza. Questo il leitmotiv delle opere esposte nella mostra “Gemuetlichkeit” dell’artista peruviano Jota Castro.

Negli spazi è possibile praticare forme di “sguardo disobbediente” come fa il collettivo Forensic Oceanography di Lorenzo Pezzani e Charles Heller dei quali questa pubblicazione ospita uno scritto pubblicato su Il Lavoro Culturale e su Euronomade, e l’opera  “Left-to-die Boat”.

A mappare le tracce e le piste di un popolo che è quasi una nazione, come ci dice il collettivo artistico italiano Nation 25 (Elena Abbiatici, Sara Alberani e Caterina Pecchioli), con il “Nationless Pavillion” ai magazzini SaLe Docks atto proposto in occasione della 56esima Biennale di Venezia, un padiglione dei senza nazione per travalicare le frontiere materiali dei padiglioni dei paesi partecipanti, raffigurazione obsoleta della geografia umana.

Resistenza ed “agency” trasformano in una certa maniera gli spazi attraversati dai migranti, le frontiere, i luoghi liminali, in “mobile commons”, commons in movimento, che siano spazi urbani temporaneamente occupati (l’esempio del nostro lavoro come A4C-artsforthecommons, “Camera con vista/A room with a view) da comunità migranti o rom, nei quali si sono create vere e proprie comunità autogestite, con proprie regole e pratiche, finché gli stessi spazi non sono stati liberati con la forza per essere immessi nel mercato della finanza e della speculazione immobiliare.

È nello spazio terzo ed interstiziale tra società, potere e rappresentazione, che arte e politica oggi si possono muovere in una ricerca simile allo stato nomadico e liquido della cittadinanza e dell’umanità, della liquidità delle frontiere o la liquidità del Mar Mediterraneo (“La Mer Morte” il mare morto di stracci di Kader Attia), trasformato in fossa comune per migranti e richiedenti asilo, i “nuovi desaparecidos”.

In futuro questo grande lavoro che forma prenderà?

Come già detto, crediamo che questo libro possa offrire una piattaforma di riflessione, mobilitazione e scambio di idee. In sintesi, lo vediamo come uno strumento che mettiamo a disposizione di chi tratta oggi il tema migratorio dal punto di vista artistico, culturale e/o politico.

In un certo senso anche questa pubblicazione è stato il tentativo di creare un “commons” o spazio “comune” transitorio, la cui prima fase, quella della quale ci siamo incaricati insieme alla casa editrice e agli autori, termina con la produzione e la stampa. I prossimi passi saranno nelle mani di chi vorrà leggere il libro e farne uno strumento d’iniziativa e ricerca.

Per quanto riguarda i nostri progetti futuri, abbiamo in cantiere la partecipazione ad alcune mostre in America Latina, la prima delle quali, la Biennale Nomade avrà la sua prima tappa a Guayaquil a fine aprile. Presenteremo la nostra opera “Have a wonderful time”, un progetto sulle città del futuro, le “smart cities”, nel nostro caso la città di Song-Do in Corea del Sud.

Una ricerca durata qualche anno per indagare e scandagliare quegli spazi trasformati dalla tecnologia e dal mercato globale, nei quali la quotidianità delle relazioni sociali, del tempo libero e del divertimento, o i gesti più umani si convertono in atti di disobbedienza.

Stiamo anche raccogliendo materiali per una nuova pubblicazione che seguirà l’approccio adottato per “Dreamland” ma che tratterà di temi ecologici e che contiamo di pubblicare il prossimo anno quando si terrà anche in Italia la Conferenza ONU sul Clima.

Vi aspettate ricadute concrete? Che la politica si metta in ascolto? O vi… basta anche solo che lo facciano le singole coscienze?

L’arte non è mai stata capace di cambiare il mondo, semmai può offrire uno sguardo imprevisto, disobbediente, fino a quel momento inaspettato.

Non crediamo che la politica (se s’intende con questo termine la politica istituzionale) debba più ascoltare nulla, si è detto fin troppo e fatto fin troppo poco, basti pensare a come vengono trattati migranti, rom e rifugiati nel nostro paese, alle continue stragi nel Mediterraneo e alla cittadinanza mai concessa ai figli dei migranti in Italia. La politica dovrà assumersi le proprie responsabilità e agire di conseguenza.

Per quanto ci riguarda come già accennato nella risposta precedente, l’unica ricaduta che ci auguriamo è quella che il mondo dell’arte e il mondo dell’impegno politico dei movimenti e della società civile possano rafforzare spazi d’incontro, o crearne di nuovi, nei quali, secondo una prospettiva autenticamente decoloniale, i migranti siano soggetti attivi, che prendono parola in prima persona e non oggetto di studio o destinatari di interventi salvifici.

Link per info libro:

Note

1.  autore di The Migrant Image – the Art and Politics of Documentary during Global Crisis il cui suo capitolo introduttivo, pubblicato in italiano sul catalogo de La Terra Inquieta – mostra a cura di Massimiliano Gioni – Electa, 2017, lo stesso Demos ha accettato di ripubblicare qui in Dreamland.

Barbara Martusciello

Barbara Martusciello

Con una Laurea in Storia dell'Arte, è Storica e Critica d’arte, curatrice di mostre, organizzatrice di eventi culturali, docente e professionista di settore con una spiccata propensione alla divulgazione tramite convegni, giornate di studio, master, articoli, mostre e Residenze, direzioni di programmi culturali, l’insegnamento, video online e attraverso la presenza attiva su più media e i Social. Ha scritto sui quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", il settimanale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente su altri quotidiani ("Il Manifesto", "Gli Altri"), su periodici e webmagazine; ha curato centinaia di mostre in musei, gallerie e spazi alternativi, occupandosi, già negli anni Novanta, di contaminazione linguistica, di Arte e artisti protagonisti della sperimentazione anni Sessanta a Roma, di Street Art, di Fotografia, di artisti emergenti e di produzione meno mainstream. Ha redatto e scritto centinaia di cataloghi d’arte e saggi in altri libri e pubblicazioni: tutte attività che svolge tutt’ora. E' stato membro della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per conto della Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano e Art Curator dell'area dell'Arte Visiva Contemporanea presso il MUSAP - Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara), per il quale ha curato alcune mostre al MACRO Roma e in altri spazi pubblici (2017 e 2018). È cofondatrice di AntiVirus Gallery, archivio fotografico e laboratorio di idee e di progetti afferente al rapporto tra Territorio e Fotografia dal respiro internazionale e in continuo aggiornamento ed è cofondatrice di "art a part of cult(ure)” di cui è anche Caporedattore.

1 commento

clicca qui per inviare un commento

  • Ci accorgiamo via via che la dimensione critica da auspicare è proprio quella che consiste nel rendere visibile ciò che il consenso dominante tende ad oscurare.
    Ottimo progetto!