Per parlare argomentatamente della mastodontica opera fallica Tu si ‘na cosa grande di Gaetano Pesce (La Spezia, 8 novembre 1939 – New York, 3 aprile 2024) a Napoli, in quella meravigliosa Piazza Municipio, martoriata da opere venute bene solo nelle foto, non possiamo non ragionare sul valore dello Spazio pubblico e sul (non)senso del Monumento oggi. Non solo: dobbiamo doverosamente tornare indietro nel tempo e citare, per richiamo evidente, qualcosa di più serio. Chiudendo infine in commedia.
Ma proseguiamo con ordine.
Guardiamo quindi al dramma dell’AIDS, piaga che dal 1982 In Italia stava mietendo vittime mentre né le istituzioni né la Scuola vollero impegnarsi in serie e durature campagne di informazione e prevenzione; ebbene: Oliviero Toscani riuscì a scalfire l’indifferenza e la riprovazione ufficiale raggiungendo un più vasto pubblico attraverso le sue immagini e un evento allora clamoroso.
Nel 1993 a Parigi, di notte, senza permesso a rischiando l’arresto, alla presenza di Tv, giornalisti e fotografi da lui convocati, inguainò – con il benestare di Benetton e la collaborazione con Act Up-Paris, collettivo paladino dell’operazione – l’obelisco alto circa 23 metri di Place de la Concorde con un gigantesco preservativo rosa.

Si riuscì quindi ad aprire finalmente un dibattito più popolare su una piaga stigmatizzata dalla pubblica morale trasformando un monumento nazionale di provenienza egizia in un grande fallo dedicato da una parte alla libertà di amare e di genere e dall’altra al diritto alla profilassi e alla cura: tutto attraverso un happening satirico e sovversivo.
A Pulecenella sarebbe sicuramente piaciuto.
Non siamo certi dello stesso suo gradimento dell’albero di Natale-supposta, pure dalla forma fallica, verde e gonfiabile, dell’artista statunitense Paul McCarthy, Tree, posto nel 2014, in occasione della FIAC, nell’elegante piazza Vendôme a Parigi (ma la farsa fu assicurata dallo sgonfiamento del capolavoro, reso dopo solo due giorni un moscio, inservibile ammasso di PVC da ignoti vandali).
Men che meno, crediamo, la più amata e celebre maschera napoletana della commedia dell’arte avrebbe apprezzato questa ulteriore disgressione sul tema, che prende in prestito una famosa canzone – Tu si ‘na cosa grande, con il testo di Roberto Gigli e la musica di Domenico Modugno che la cantò, vincendo, al Festival di Napoli del 1964 – giocando sul sottinteso vaiasso che non scandalizza ormai più nessuno.
Certamente non i napoletani, abituati ai falli-indicazioni per i lupanari mercenari di Pompei, gli affreschi eloquenti lì e a Ercolano fino al misticismo tra sacro e profano della misterica figliata-fallo del femminiello, parente dell’antico culto magnogreco della fecondità dedicato alla Grande Madre Cibele con il suo seguito di sacerdoti eunuchi, ma anche del mito greco degli ermafroditi di Platone nel Simposio. Cosa volete che sconvolga, dunque, in quella terra campana?
Sebbene la grande scultura di Gaetano Pesce volesse essere l’omaggio di questo noto designer ligure a Napoli, anche per via delle origini sorrentine della sua famiglia, ci pare palesi una pochezza estetica e poetica – con tutto il rispetto ma anche con il diritto di critica (d’arte) – per una serie di ragioni.
Succede anche ai grandi l’inciampo, la stanchezza creativa. L’operazione, curata da Silvana Annicchiarico nell’ambito del programma diffuso Napoli contemporanea, curato da Vincenzo Trione, consigliere per l’arte contemporanea e l’attività museale del sindaco Gaetano Manfredi, ha avuto un costo notevole (tutto compreso di circa 180mila euro, di cui 160mila della Regione Campania attraverso i Poc, fondi destinati alla promozione culturale) anche in fatto di giudizi negativi, non certo motivati da moralismo che oggi sarebbe solo risibile. No, le considerazioni sono altre.
Dunque: l’opera è un’installazione che si illumina ed è composta da cuori rossi di circa 5 metri trafitti da una freccia – uhhh che originale pensata! – con vicina un’enorme veste issata in verticale su 12 metri di altezza e bloccata da cavi con colorati fiori sintetici.
L’abito, che dovrebbe essere quello di Pulcinella, appunto, ha avuto una successiva, performativa sostituzione con un più colorato vestito allusivo a una mise da donna. In ogni caso, che sia (stato) maschile o femminile, tale outfit si erge come un ingombrante fallo che ogni altra spiegazione oscura. Mostrandosi, inoltre, un… tantino – o forse più – autocratico.
La gigionesca pratica del gigantismo, con vis più seriosa si è rivelata anche nella smisurata Venere degli stracci di Pistoletto, duplicata fuori scala, resa grandissimo megafono di poetica urlata; già, le proporzioni: sono proprio queste a rovinare, talvolta o spesso, una buona idea, un buon progetto, quando si crede che basti aumentare, dilatare, ampliare per mantenere intatto quel binomio a cui l’arte non può, non deve rinunciare. Etica ed estetica in mutua assistenza, per non cader nella cosmetica (cit. Ulay).
La verità è che l’arte come monumento è qualcosa di impositivo, lo è sempre stato ma oggi è proprio fuori tempo.
Lo spazio pubblico e l’arte dovrebbero avere tra loro un rapporto diverso, in primis dialogante, che richiede all’opera di essere site specific davvero, quindi in relazione con il luogo e il contesto e non, come sempre avveniva e ancora purtroppo si verifica, calata dall’alto come gigante soprammobile: bello e significativo che sia o appaia ai palati di bocca buona.
Oggi, modalità da celodurismo e da iosoioevoinunsieteunca…, come ne vediamo tante nelle nostre città, sono proprio patetiche, giurassiche e oserei dire fasciste e qualsiasi artista e curatore illuminato le dovrebbe evitare.
Quel Pulcinella di Gaetano Pesce sembra più un feticcio ammantato solo in superficie di supposta – è proprio il caso di dirlo – ironia e di quel carattere ribelle e canzonatorio che fa parte del mito partenopeo e di uno dei suoi più celebri simboli; nella forma e nel contenuto, oltre che nella sua collocazione, in quel verticalismo celebrativo, c’è molto di irritante e non è per quel che l’oggetto evoca. Tanto è vero che ha prodotto meme divertentissimi che, come alte risate, stanno seppellendo l’opera…
Qui, in questo Tu si ‘na cosa grande – per proseguire sulla parafrasi anarco-sessantottina – non è però la fantasia portata a distruggere il potere perché è essa stessa palesamento del potere, di quell’art-system che ormai ha svelato i suoi altarini.
Peggio ancora se il (nuovo) valore dell’arte si calcola dai like e dai selfie che essa ha ingenerato.
Che peccato: avremmo tanto voluto vedere in quella piazza il vitalismo, quella forza utopistica e una certa coscienza discordante sulle quali l’arte da sempre si muove.
Così oggi è toccato a Gaetano Pesce il cui linguaggio è sempre stato impostato sul fil dell’ironia ma il cui segno stavolta ci pare assai forzato, se non stravolto. Associabile – involontariamente per lui, o meglio per lo staff che lo rappresenta, poiché Pesce è purtroppo dipartito – a qualcos’altro.
Mi viene quindi in mente, per finire in commedia, quel trashissimo e allo stesso tempo esilarante film Arrapaho di Ciro Ippolito, del 1984, ispirato all’omonimo LP (allora così si chiamava il vinile per 33 giri) degli immensi, irrispettosi Squallor, che alla pellicola collaborarono.
Di tutto quel sottogenere filmico cult (“Nella tribù degli Arrapaho c’è grande scompiglio: Scella, figlia del capo indiano Palla Pesante, è promessa sposa di Cavallo Pazzo, ma è innamorata di Arrapaho, figlio del capo indiano Mazza Nera. Scoperti ad amoreggiare, Scella e Arrapaho vengono rapiti da Cavallo Pazzo…”) segnalo alcune scene di adorazione del totemico “pene“, peraltro oggi emblema politicamente scorretto in quanto simbolo di maschilismo e dominio del patriarcato, di nuovo da abbattere.
Speriamo però non venga in mente a nessunə di farlo, evitiamo di ripetere l’affaire Venere bruciata ma portiamo contributi seri e argomenti dotti in un dibattito che merita attenzione, sviluppi e rispetto mentre sotto il grande fallo, intanto, continuano e continueranno a ridere, a fotografarsi e a far gesti apotropaici. Non si sa mai…
Con una Laurea in Storia dell'Arte, è Storica e Critica d’arte, curatrice di mostre, organizzatrice di eventi culturali, docente e professionista di settore con una spiccata propensione alla divulgazione tramite convegni, giornate di studio, master, articoli, mostre e Residenze, programmi culturali, l’insegnamento, video online e attraverso la presenza attiva su più media e i Social.
Ha scritto sui quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", sul settimanale culturale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente su altri quotidiani nonchè su periodici e webmagazine
Ha curato centinaia di mostre in musei, gallerie e spazi alternativi, redatto innumerevoli cataloghi d’arte e scritto saggi in altri libri e pubblicazioni: tutte attività che svolge tutt’ora. Ha fatto parte della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano e è stata Art Curator dell'area dell'Arte Visiva Contemporanea presso il MUSAP - Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara), per il quale ha curato alcune mostre al MACRO Roma e in altri spazi pubblici.
E' Presidente del CoAC_Commissione Arte e Cultura della nota fondazione no profit Retake Roma.
È cofondatrice di "art a part of cult(ure)” di cui è anche Caporedattore.





















8 risposte
Ho postato su fb le tue stesse conclusioni, quella cosa è una flebile mappazza di un ormai esaurito artista.
L’ho letto tre volte, hai scritto un articolo perfetto. Complimenti
Letto l’articolo. Interessante, però mi permetto un’osservazione non polemica ma di merito sul tema del like – che è una reaction comportamentale. Nella società piattaformizzata dove tutto è misurabille come altro si dovrebbe “calcolare” il valore dell’arte se non utilizzando le interazioni digitali?
Gentilissimo Domenico, ha scritto bene: i Like afferiscono ai Social (e ne fanno parte integrante e anzi portante)… Il problema è proprio lì, ovvero che l’Arte di cui qui scrivo, e alla quale ci riferiamo in generale, vive a prescindere, fuori da queste dinamiche (o meglio, ci entra come pura immagine, sfondo e/o soggetto del disquisire) pertanto il suo valore non è in alcun modo legato ai Like, ai tanti selfie scattati. Era proprio questo uno dei punti da me indicati.
Cordialità, e continui a seguirci e a interagire! Grazie.
….SINTETICO….
Il mondo ruota, si crea e si distrugge per una semplice eiaculaz….
…si è vero ma oggi nemmeno quello.
Quindi un senso l’ammennicolo proposto in via ufficiosa potrebbe averlo.
A Trieste già volava!!!
In Sicilia già bruciava!!!
In Calabria il burca dilagava!!!
….ma se a Monza soggiornava Lele Mora approfittava!!.
….se a Viareggio passerà, nessun carro lo avrà…….
Ottimo ed interessante articolo, serio, pacato e ben documentato. Condivido pienamente l’analisi dell’opera d’arte e del processo creativo svuotato del loro senso ma sottomessa solo al facile consenso di uno o miliardi di likes!
Complimenti Barbara!
Articolo impeccabile. Se non fosse firmato, avrei potuto comunque intuire l’identità del critico d’arte!
Articolo perfetto, grazie, sono d’accordissimo