Picasso. La vita di un genio nelle fotografie affettive di Edward Quinn e André Villers

E’ un peccato ci siano così poche fotografie vintage nell’interessante e riuscitissima mostra Picasso e la fotografia. Gli anni della Maturità. Fotografie di Edward Quinn e André Villers, 1951-1973, a cura di J. Abelló Juanpere, M. Ancora e J. Fèlix Bentz  ma erano, quelli, periodi in cui non si stampava tutto quel che si immortalava; inoltre, quel che era impresso su carta fotografica era di piccolo formato e finiva quasi sempre chissà dove, perché consegnato alle Redazioni di giornali e riviste che pubblicavano disinteressandosi poi degli originali: il più delle volte, seppelliti in archivi o, peggio, persi.

Premesso ciò, a uso e consumo essenzialmente di esperti o feticisti del settore – me compresa –, in Palazzo Merulana a Roma la mostra in corso, il cui corpo fotografico proviene dal fondo del collezionista lussemburghese Guy Ludovissy, gestito dal Reial Cercle Artístic de Barcelona (di cui Felix Bentz è attualmente presidente), permette uno sguardo intimo e alquanto inedito sulla vita dell’artista e dell’uomo Pablo Picasso, reso attraverso gli scatti di André Villers ed Edward Quinn, i due fotografi che divennero tra i rari sodali e confidenti, ma anche collaboratori di Picasso.

Di loro, in generale, il materiale noto e certo non è moltissimo e il lavoro dei curatori è stato complesso, attento alle attribuzioni e alle didascalie da ordinare e verificare, cosa che non è stata agilissima, come ci confermano Joan Abelló Juanpere e Marco Ancora, incontrati per l’occasione; Abelló Juanpere e Ancora confermano che:

“i due fotografi realizzarono una serie di ritratti fotografici inaspettati e singolari, in cui il Maestro palesa le sue capacità istrioniche”.

Esse sono più o meno note al grande pubblico ma qui esposte, grazie a tante immagini in sequenza, ciò si tocca con mano:

“sì, si chiarisce bene, di Picasso, la sua propensione al travestimento, allo scherzo, alla caricatura e la parodia… anche attraverso il gioco con se stesso, e davanti all’obiettivo di due fotografi, evidentemente, in grande confidenza con l’artista”.

Picasso gioca, dunque, con la sua immagine e con quella che ci vuole restituire; o meglio, con “uno nessuno e centomila” se stessi che si ostenta: grazie alle fotografie e, prima, allo sguardo benevolo dell’operator. E qual è il punctum se non l’artista nel suo complesso, sovrapposto indissolubilmente all’uomo appassionato e controverso, ricco di interessi ma anche di manie e ossessioni?

Gli scatti – quasi novanta – incasellano Picasso in una sorta di capitoli che

“aiutano nella lettura di una narrazione globale”.

Utile, è vero; forse tutto va poco nello specifico fotografico, nella diversità di linguaggio dei due fotografi, ma certamente molto dentro Picasso di cui i curatori ci svelano:

“la personalità, la famiglia, il travestimento, lo studio… Riluttanze: poche. E’ straordinaria questa naturalezza del Genio davanti alla macchina fotografica dei due diversi autori”.

La carrellata, così come è, tutta insieme, funziona.

Ma il legame con i due fotografi? Si intuisce eccome, e ammorbidisce un po’ la reputazione di uno spigoloso, poco generoso Picasso che, invece, con i due amici fotografi non pare avere asprezze né troppa reticenza. Una rarità, dunque, che Abello e Ancora, con il collega Josep Fèlix Bentz sottolineano con le fotografie in esposizione.

Picasso uomo, Picasso marito, Picasso padre non è stato esemplare, ma in mostra vediamo delle immagini persino tenere di lui con la piccola Paloma in braccio al mare, con alcune delle donne che ha amato e che, soprattutto, hanno amato lui, e hanno maledettamente sofferto; perché il suo genio era talmente profondo che non usciva fuori nelle relazioni stabili e negli affetti da nutrire, dato che era soprattutto Picasso stesso da nutrire, quasi come un bulimico, d’amore, di passione (anche politica!), di consensi, di creatività, di ricerca, anche e specialmente della “verità“, che Picasso diceva di cercare e trovare.

In tutto questo impetuoso mordere la vita ed essere, Picasso, grande comunicatore, lascia testimonianze fotografiche di sé. Egli è stato immortalato spessissimo e tra le firme di immagini memorabili figurano Brassai, Robert Picault, Lionel Prejger, Lucien Clergue, Willy Maywald senza dimenticare le stills di Luciano Emmer come ad esempio quelle per il suo Picasso del 1953. Ma evidentemente con Edward Quinn e  André Villere il rapporto fu più stretto, fatto di affinità elettive e di vera simpatia.

Ma chi sono  Edward Quinn (Dublino, Irlanda, 1920-, Altendorf, Svizzera, 1997) e André Villere (Beaucourt, Francia, 1930-Le Luc, Francia, 2016)?

L’irlandese Quinn era nel posto giusto al momento giusto, in quegli anni Cinquanta della Costa Azzurra frequentata dal jet set, da artisti e intellettuali che l’elegante, flessuoso giovanotto fotografò costantemente, rendendo la spontaneità della loro rilassata vita in vacanza, nel relax meno patinato e più apparentemente privato, ma sempre attento a non scalfirne mai l’allure che essi esibivano in pubblico e che li aveva resi celebri.

Questo fece del suo lavoro qualcosa di speciale per i suoi soggetti/amici, e lo trasformò in autore famoso, mai un semplice paparazzo: nel suo pantheon di divi e star figurano Brigitte Bardot, Marlon Brando, Sophia Loren, Totò, Silvana Mangano, Orson Welles, Gina Lollobrigida, Cary Grant, Henry Fonda, Rock Hudson, Kim Novak, Jimmy Stewart, Joan Collins, Gary Cooper “adorato dalle donne” –, Steve McQueen, Alain Delon, Jane Fonda, Romy Schneider; Grace Kelly, che immortalò anche nel suo primo incontro con il Principe Rainieri poi divenuto suo marito; Aristotele Onassis e Maria Callas; John F. Kennedy, Gianni Agnelli, l’Aga Khan, Gunter Sachs; perfino un attempato, ancora potente Winston Churchill e il caustico scrittore e commediografo britannico William Somerset Maugham. E ancora: Josephine Baker; Charles Aznavour; Le Corbusier, Richard Paul Lohse e tanti  artisti eternati tra i quali Max Ernst, Cocteau, Salvador Dalí, Alexander Calder, Jean Dubuffet, Joan Miró, Marc Chagall, Henri Matisse, Giacometti, Guttuso, Alberto Magnelli, Jasper Johns, Julio Le Parc, Francis Bacon, Graham Sutherland, David Hockney e alla fine degli anni ’80 Georg Baselitz che sarà suo grande amico. Il suo archivio consta di più di 150.000 foto dagli anni ’50 fino agli anni ’70.

Ma fu Picasso il suo faro: si conobbero  nel 1951, data della prima foto dell’irlandese allo spagnolo. Forse le loro due personalità forti, appassionate, un po’ da guasconi li resero simpatici l’uno all’altro e, insomma, la loro amicizia durò fino alla morte di Picasso nel 1973. L’incontro con Picasso fu di grande influenza per lo stesso Quinn e per il suo lavoro successivo, fatto di circa 10.000 foto di Picasso e di numerosi libri e film su di lui. La vita del fotografo fu vivace, fatta di viaggi, incontri memorabili, foto magnifiche, mondanità, ma anche di tranquilla quotidianità in svizzera e in famiglia: dal 1992 fino alla sua morte nel 1997, Edward Quinn visse vicino a Zurigo con la moglie svizzera Gret, che morì nel 2011; il nipote di Quinn, Wolfgang Frei, attualmente ne gestisce l’ampio archivio fotografico (Edward Quinn Archive Ltd).

“Tutti i miei ritratti non sono mai stati commissionati: nascevano dal bisogno di incontrare il personaggio.”   

Così diceva del suo lavoro il francese André Villers (Beaucourt, 1930 – Le Luc 2016) che divenne fotografo quasi per caso: colpito da una grave forma di tubercolosi ossea, ricoverato a Vallauris per lunghi otto anni – dalla fine del ’47 –, ingessato fino al collo – , fu in quel periodo che si avvicinò alla fotografia, grazie a corsi tenuti all’interno del sanatorio. Iniziò quindi a ritrarre vicoli, case, paesaggi del luogo e i suoi abitanti e a fare primi esperimenti in camera oscura (1952), qualche deformazione ritrattistica di volti e, insomma, tentativi di non fermarsi alla pura tecnica e a visioni omologate. Fu in quel periodo, precisamente nel 1953, che conosce per caso, in paese, Pablo Picasso – Villers racconta questo incontro fortuito con Picasso in un articolo pubblicato nel 1998 su “The Independent” in occasione della mostra alla Royal Academy di Londra, Picasso: Painter and Sculptor in Clay – che gli permetterà di scattargli una sola foto e poi, incuriosito dal ragazzo e dalla sua scatola di foto, lo frequenterà e aiuterà: gli regalerà poco dopo una macchina fotografica fiammante: una Rolleiflex con un obiettivo Xénar.

E’ fatta.

Villers, che è anche un ricercatore, scatta molti ritratti a Picasso compresi un centinaio di esperimenti fotografici, una parte dei quali sarà pubblicata nel libro Diurnes (Daytime) edito da Heinz Berggruen nel 1962 e con un testo originale di Jacques Prévert.

Picasso e Villers se la godranno un mondo insieme, tra foto, collages e decoupages: Picasso crea poi – confermano i curatori – i suoi lavori sono “esposti in sovraesposizione su carta bromuro e fotografati da Villers”.

Chiarisce questa metodologia lo stesso fotografo che, nel 1983, scrive (stralcio poi reso in “Photobiographie”, numero speciale de “Les Cahiers Du Sud”, 1984):

“E ho incominciato a giocare con le sue opere: tutta la mia tenerezza andava allora all’Enfant au pigeon (Il bambino con il piccione). Tagliavo l’immagine come le tessere di un puzzle, le posavo sul foglio vergine e, vedendo i risultati, Picasso prendeva un’aria seria:

“Vedo che mi hai capito”.

Era una reazione che si ripeteva spesso quando guardava le mie immagini.

“La gente mi prende per pazzo, quando invece io cerco di dire la verità.”

Sono le parole che mi sono rimaste impresse del mio primo incontro con Picasso, ed esso risale al marzo 1953.
C’è una massima di Jean Cocteau che mi è sempre piaciuta molto e che mi ha parecchio aiutato…

 “Ciò che ti rimproverano, coltivalo, sei tu.”

E quando mi venivano rivolti dei rimproveri controbattevo che era colpa di Cocteau!”

Se il fotografo ha immortalato tantissimi grandi tra i quali Prévert, suo amico e grande esimatore della Fotografia, e Luis Buñuel, Federico Fellini, Léo Ferré, Christian Dior, artisti come Man Ray, Léger, Calder, Jean Arp, César, Hans Hartung , Pierre Soulages, Antoni Tàpies, Ben Vautier, solo per citarne alcuni, è Picasso il suo protagonista indiscusso.

Lo segue a Villa La Galloise, la straordinaria casa su Chemin du Fournas, poi a Villa La Californie, affacciata sulla baia di Cannes, e più o meno ovunque Picasso andrà. E con la sua capacità di analisi psicologica e un linguaggio ricercato e d’avanguardia – creando più avanti fotografia senza fotocamera, negativi da pezzi di carta da lucido e photocollage –, con sfoggio sapiente di luci e ombre, Villers, quando ha mostrato Picasso, è riuscito a farlo in modo originale: difficilmente lo spagnolo si concesse così ad altri.

Narcisista com’era, non fu difficilissimo eternarlo con la “camera chiara” ma fu mirabile come l’operator tirò fuori dallo spectrum un suo lato collaborativo, sodale, e un’anima seduttiva ma allo stesso tempo divertita e divertente, che il fotografo sovrappose sempre al suo personalissimo modo di fotografare.

Insomma: Picasso fotografato da Villers è e resta sempre Picasso ma è anche molto… Villers; non è stata impresa da poco: come non lo fu la loro amicizia fino al 1973, anno della morte di Picasso.

Questa mostra, con carattere itinerante, e tanto lavoro di ricostruzione biografica e di accordi d’archivio – liberatorie, vincoli d’uso delle foto, royalty –, un catalogo in fase di editing, un’allocazione in uno spazio bello ma non troppo adatto a mostre a parete da ospitare, con luci dell’ottima Erco ma non sufficienti a illuminare ad hoc foto di medio formato, e una sala polifunzionale al 4° piano che, nel nostro caso, era ingombra di banner, sedie e di uno schermo enorme a coprire – “temporaneamente” – molte opere, ci permette comunque – evviva evviva! – di vedere non solo, quindi, fotografie e Fotografia di due autori interessanti, e due storie parallele che si incrociano, ma anche un altro Picasso.

Plauso ai curatori e al progetto che dopo Roma punta a girare parecchio all’estero.

Info mostra

  • Dal 28 giugno al 26 agosto 2019
  • Palazzo Merulana
  • Via Merulana, 121 – Roma
  • Contatti: 06.3996 7800
Barbara Martusciello

Barbara Martusciello

Barbara Martusciello è Storico e Critico d’arte, curatore di mostre, organizzatrice di eventi culturali e docente. Ha collaborato con riviste di settore, con i quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", il settimanale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente con altri quotidiani ("Il Manifesto", "Gli Altri") e periodici ("Time Out" - Italia"); è stata parte attiva nel progetto che ha dato vita, a metà anni '90, della prima rivista via fax di Arte ("Artel") e di Architettura ("Architel") e scrive regolarmente di Arti visive e cultura. Ha avuto la direzione artistica di spazi privati e gallerie; ha curato centinaia di cataloghi e di mostre in spazi pubblici e privati, attività che svolge tutt’ora. Docente di Storia dell’Arte e di Storia della Fotografia in diversi Istituti Superiori, è stata titolare di moduli didattici di Storia delle Arti Visive (Scuola Romana di Fotografia; Istituto Superiore di Fotografia e Comuniczione Integrata; Università del Design Istituto Quasar; etc.). E' stata ed è divulgatrice anche attraverso Master (Istituto Europo del Designa; Università Europea), Giornate di Studio (Università di Roma La Sapienza; Galleria Nazionale d'Arte Moderna, Roma) e convegni, seminari, workshop, conversazioni. Tra questi: per Zetema Progetto Cultura con Roma Capitale nell’ambito di Racconti di Storia dell'Arte; per il FAI nell’ambito di Visti da Vicino; per la Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma nell'ambito di L'artista, L'Opera, Il Museo; per Roma Design Lab (Creatività e Rigenerazione urbana: scenari nazionali e internazionali, casi di studio - Riconoscimento 3 C. F. dall'Ordine degli Architetti di Roma). Ha scritto alcuni libri e suoi saggi sono nei più recenti volumi "Le grandi pittrici nei secoli d’oro dell’arte – Un affascinante viaggio attraverso tre secoli di pittura al femminile" Keidos, Roma, 2018; "Guerra e Architettura" di Lebbeus Wood e "Ricostruire la moda italiana" di Nicola White (entrambi di Deleyva edit.); suoi testi critici aprono i libri fotografici "Sogni d'Acqua. Lungo il Mekong", Electa-Mondadori ediz., 2014 e “Finding Homer”, PostCart 2015. Ha ideato e curato la prima edizione del Concorso e della Residenza fotografica in Murgia nell'ambito di MurgiAMO (2014) e ha collaborato con Roma Design Lab 2014, piattaforma tra istituzioni e privati dedicata al Design, all'Architettura, alla Creatività e alla rigenerazione urbana: per entrambe, art a part of cult(ure) è stata Mediapartner. Ha collaborato e collabora con vari webmagazine e piattaforme culturali (MyWhere; Rotarian Gourmet; Roma on the Road), cura attività didattiche e culturali all’interno di artapartEvents. Membro della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per conto della Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano, ora in rimodulazione, ha avuto incarico nel MUSAP-Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara) per cui ha seguito l'area dell'Arte Visiva Contemporanea e ha curato mostre tra cui "Arazzeria Pennese-La contemporaneità del basso liccio", con importanti artisti contemporanei, MACRO, Roma, 2017. Responsabile del settore Arti Visive allo spazio polifunzionale e StartUp Howtan Space Roma per il quale cura serie di mostre fotografiche, ha recentemente curato una prima mostra con cui ha inaugurato per la prima volta in assoluto la sala espositiva della magnifica Stazione FI Napoli Afragola di Zaha Hadid.
E' Cofondatrice e Editor-in-Chief del webmagazine "artapartofcult(ure)"

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