Virna Lisi, che con quel sorriso potè dire quel che volle

Virna Lisi, persona garbata e perbene, donna di successo senza eccessi, è stata attrice di talento, dall’eleganza innata, anche nei modi e nell’attitudine alla vita.

Nata ad Ancona nel 1936 da una famiglia di origini modeste, Virna Lisi ha avuto, nella sua lunga storia cinematografica, un David di Donatello alla carriera, un premio per la migliore interpretazione femminile a Cannes e ben sei Nastri d’Argento – tra i record di premi vinti in questa manifestazione organizzata dal Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani; ha, anche, preso due scivoloni, rifiutando due clamorosi film-cult, passando il testimone e regalando, in un caso, il podio a Jane Fonda… Me ne diremo più avanti.

Virna Pieralisi – questo il suo nome originario – calca le tavole del palcoscenico giovanissima, scoperta dal grande Giacomo Rondinella, amico di famiglia.

Entra nella casa degli italiani grazie a Carosello, che sollecita l’attenzione dei registi degli anni ’50 e ’60 tramite una celebre pubblicità del dentifricio Chlorodont con uno sketch in cui appare sorridente ed è commentata dalla frase recitata fuori campo: “con quella bocca può dire ciò che vuole”.

Pur se negli ultimi anni si era dedicata moltissimo alla Televisione, con Fiction che l’hanno confermata personalità amata dal grande pubblico, come già avvenne decenni prima con gli sceneggiati Tv, è il Cinema che la consacrata, con film di diversa temperatura e di generi differenti: negli anni ’50 si ricordano Le diciottenni di Mario Mattoli (di cui è protagonista accanto a Marisa Allasio), Luna nuova (1955) di Luigi Capuano, Lo scapolo di Antonio Pietrangeli del 1955 con Alberto Sordi, e il drammatico La donna del giorno, di Francesco Maselli; è accanto a Totò e Peppino De Filippo nella commedia Totò, Peppino e le fanatiche (1958) e negli anni ’60 gira con Raimondo Vianello e altri 88 grandi attori italiani Il giorno più corto (1962) di Sergio Corbucci e numerose commedie all’italiana tra le quali Sua Eccellenza si fermò a mangiare di Mario Mattoli in cui affiancò nuovamente Totò e Vianello, con Ugo Tognazzi, e Un militare e mezzo di Steno, con Aldo Fabrizi e Renato Rascel, e Signore & signori (1966) di Pietro Germi, premiato con la Palma d’oro al Festival di Cannes.

Ha anche successo in Francia con le pellicole: Eva di Joseph Losey (con Jeanne Moreau e Stanley Baker), Il delitto Duprè e Il tulipano nero (con Alain Delon), diretti da Christian-Jaque; è anche in Agente Coplan: missione spionaggio (di Maurice Labro), versione francese della saga di James Bond.

Proprio questo fu il suo errore: in A 007, dalla Russia con amore (1963) rifiuta la parte della bond-girl al fianco di Sean Connery: la sua parte fu presa da un’altra italiana, la bella Daniela Bianchi, che però non ne ricavò grandissimo successo; la Visi ammise, anni dopo, di essersi pentita del diniego.

Non fu l’unico, questo rifiuto e forse nemmeno l’errore, dato che nel 1968 disse nuovamente “no”: al ruolo di protagonista per Barbarella diretto da Roger Vadim! Sappiamo quanto, tale film, abbia rappresentato per la Fonda, che di fatto prese il posto della ritrosa collega italiana… Sia come sia, la fortuna negli States è una carta che tutte le star italiane e non tentarono, ad un certo punto della loro carriera: lo avevano già fatto, con successo, Anna Magnani che nel 1956, con La rosa tatuata, del 1955 (con Burt Lancaster, per la regia di Daniel Mann) è la prima interprete italiana nella storia degli Academy Awards a vincere il Premio Oscar come migliore attrice protagonista; e Sophia Loren nel 1957 (accanto a Cary Grant e Frank Sinatra in Orgoglio e passione di Henry Hathaway e a John Wayne in Timbutcù). Virna a Hollywood gira la divertente pellicola Come uccidere vostra moglie (1965), di Richard Quine, dove restano scolpiti nella memoria il suo due-pezzi e la sua prorompente e ironica uscita dalla torta di compleanno di Jack Lemmon.

La scena cinematografica americana l’accoglie con benevole interesse: è italiana, elegante, simpatica, bellissima, somiglia a Marilyn Monroe ed è brava. Ma non è abbastanza disincantata per quell’ambiente: la situazione hollywoodiana, in generale, non le piace: rifiuta la corte del “re” Frank Sinatra e le insistenti proposte del magnate di “Playboy” che la voleva, nuda e burrosa, sulle copertine del magazine tra i più piccanti e influenti di allora. Quella vita così scatenata, allo stesso tempo impegnativa e leggera non fa per lei, e, rinunciando a Barbarella – come abbiamo detto – rientra in Italia.

Alla fine del decennio, a Roma, alterna ruoli brillanti e drammatici, in film girati in Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna e tornando a collaborare con produzioni hollywoodiane, seppure girate in Europa, come, per esempio, La ragazza e il generale, di Pasquale Festa Campanile con Rod Steiger, Il segreto di Santa Vittoria, con Anthony Quinn, Anna Magnani e Valentina Cortese e diretto da Stanley Kramer, L’albero di Natale di Terence Young, con William Holden, La statua di Rodney Amateau, con i simpatici Terry Gilliam e David Niven, Il serpente, diretto da Henri Verneuil, in cui affiancò Yul Brynner, e Barbablù di Edward Dmytryk, in cui recitò con il guascone Richard Burton. Alla metà degli anni ’70, dopo aver interpretato, accanto a Franco Nero, il ruolo di Suor Evangelina nei film Zanna Bianca ed Il ritorno di Zanna Bianca diretti da Lucio Fulci rallenta gli impegni di lavoro per dedicarsi maggiormente all’amato marito Franco Pesci e al figlio Corrado.

“Tornò pienamente in attività alla fine dello stesso decennio, interpretando una serie di ruoli più maturi ed impegnativi, nei quali rivelò una straordinaria capacità di interprete, senza mostrare alcun disagio nell’apparire invecchiata e, spesso, imbruttita per esigenze di copione: nel 1977 recitò la parte di Elisabeth Nietzsche in Al di là del bene e del male di Liliana Cavani, grazie al quale fu premiata con il Nastro d’argento come miglior attrice non protagonista. Successivamente prese parte, nel 1979, al film Ernesto di Salvatore Samperi, interpretando la madre del protagonista, seguito da Bugie bianche di Stefano Rolla e soprattutto da La cicala di Alberto Lattuada del 1980: questo film, in particolare, le valse un David di Donatello come migliore attrice protagonista conferitole per la sua interpretazione di Wilma Malinverni. Per sostenere questo ruolo l’attrice jesina fu costretta ad ingrassare di sette chili.” (cit.: http://it.wikipedia.org/wiki/Virna_Lisi).

In seguito, Virna Lisi girò ancora a Hollywood – 1982: La donna giusta con William Tepper, diretta da Paul Williams – e in Italia, nel 1983, prese parte al film Sapore di mare di Carlo Vanzina, che le fece vincere il David di Donatello e il Nastro d’argento come miglior attrice non protagonista; l’anno successivo bissa con Vanzina in Amarsi un po’ e qualche anno dopo è ancora, ma per l’ultima volta, a Hollywood: è il 1987 e il film è I love N.Y. diretto da Alan Smithee.

Due anni dopo arriva un altro film impegnato: è I ragazzi di via Panisperna di Gianni Amelio, nel quale interpretò la madre di Ettore Majorana ricevendo ottime critiche, e nello stesso anno fu anche la protagonista della commedia di Luigi Comencini Buon Natale… buon anno: fu candidata sia al David di Donatello sia al Nastro d’argento, che vinse, come miglior attrice protagonista.

Gli anni ’90 la vedono attiva oltre che al Cinema anche in Tv, così come avverrà negli anni 2000, durante i quali si distingue per bravura nel film Il più bel giorno della mia vita (2002) di Cristina Comencini, che l’aveva già diretta anni prima in Va’ dove ti porta il cuore. 

Nonostante il suo poliedrico talento – mai, forse, così fulgido come la sua bellezza -, negli ultimi tempi ha fatto parte di cast televisivi poco rilevanti, se non imbarazzanti, anche per la pochezza della sceneggiatura che invade ormai  le nostre produzioni del piccolo e del grande schermo; pur tuttavia, queste scelte l’hanno resa popolare a livello più vasto e questo, in qualche misura, non le deve essere spiaciuto.

La sua vita artistica è stata costellata dal successo ma anche dalla misura e la sua esistenza parrebbe improntata al buonsenso e alla serenità, nonostante il dolore mai rimarginato per la morte del marito.

Il sonno la culla il 18 dicembre (2014) a Roma quando, all’età di 78 anni, a causa di un tumore da pochissimo diagnosticato, la morte la coglie.

Barbara Martusciello

Barbara Martusciello

Barbara Martusciello è Storico e Critico d’arte, curatore di mostre, organizzatrice di eventi culturali e docente. Ha collaborato con riviste di settore, con i quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", il settimanale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente con altri quotidiani ("Il Manifesto", "Gli Altri") e periodici ("Time Out" - Italia"); è stata parte attiva nel progetto che ha dato vita, a metà anni '90, della prima rivista via fax di Arte ("Artel") e di Architettura ("Architel") e scrive regolarmente di Arti visive e cultura. Ha avuto la direzione artistica di spazi privati e gallerie; ha curato centinaia di cataloghi e di mostre in spazi pubblici e privati, attività che svolge tutt’ora. Docente di Storia dell’Arte e di Storia della Fotografia in diversi Istituti Superiori, è stata titolare di moduli didattici di Storia delle Arti Visive (Scuola Romana di Fotografia; Istituto Superiore di Fotografia e Comuniczione Integrata; Università del Design Istituto Quasar; etc.). E' stata ed è divulgatrice anche attraverso Master (Istituto Europo del Designa; Università Europea), Giornate di Studio (Università di Roma La Sapienza; Galleria Nazionale d'Arte Moderna, Roma) e convegni, seminari, workshop, conversazioni. Tra questi: per Zetema Progetto Cultura con Roma Capitale nell’ambito di Racconti di Storia dell'Arte; per il FAI nell’ambito di Visti da Vicino; per la Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma nell'ambito di L'artista, L'Opera, Il Museo; per Roma Design Lab (Creatività e Rigenerazione urbana: scenari nazionali e internazionali, casi di studio - Riconoscimento 3 C. F. dall'Ordine degli Architetti di Roma). Ha scritto alcuni libri e suoi saggi sono nei più recenti volumi "Le grandi pittrici nei secoli d’oro dell’arte – Un affascinante viaggio attraverso tre secoli di pittura al femminile" Keidos, Roma, 2018; "Guerra e Architettura" di Lebbeus Wood e "Ricostruire la moda italiana" di Nicola White (entrambi di Deleyva edit.); suoi testi critici aprono i libri fotografici "Sogni d'Acqua. Lungo il Mekong", Electa-Mondadori ediz., 2014 e “Finding Homer”, PostCart 2015. Ha ideato e curato la prima edizione del Concorso e della Residenza fotografica in Murgia nell'ambito di MurgiAMO (2014) e ha collaborato con Roma Design Lab 2014, piattaforma tra istituzioni e privati dedicata al Design, all'Architettura, alla Creatività e alla rigenerazione urbana: per entrambe, art a part of cult(ure) è stata Mediapartner. Ha collaborato e collabora con vari webmagazine e piattaforme culturali (MyWhere; Rotarian Gourmet; Roma on the Road), cura attività didattiche e culturali all’interno di artapartEvents. Membro della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per conto della Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano, ora in rimodulazione, ha avuto incarico nel MUSAP-Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara) per cui ha seguito l'area dell'Arte Visiva Contemporanea e ha curato mostre tra cui "Arazzeria Pennese-La contemporaneità del basso liccio", con importanti artisti contemporanei, MACRO, Roma, 2017. Responsabile del settore Arti Visive allo spazio polifunzionale e StartUp Howtan Space Roma per il quale cura serie di mostre fotografiche, ha recentemente curato una prima mostra con cui ha inaugurato per la prima volta in assoluto la sala espositiva della magnifica Stazione FI Napoli Afragola di Zaha Hadid.
E' Cofondatrice e Editor-in-Chief del webmagazine "artapartofcult(ure)"

2 commenti

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  • Gli “artisti” fanno cose che a loro piacciono, non sempre. Scelgono cosa fare, non sempre. Amano il loro lavoro, non sempre. E come mai “non sempre”? Ma perchè è un lavoro e come in tutti i lavori non sempre si può scegliere quello che si deve fare: si sceglie il tipo di lavoro e non le singole questioni inerenti alla tipologia scelta, almeno con un buon margine di approssimazione. Le contingenze vengino decise dal momento, dall’uzzo dei fruitori del lavoro svolto e il lavoratore ha solo un ristrettissimo margine di scelta se vuole che il suo lavoro gli fornisca il sostentamento quotidiano. Certamente il livello di sostentamento deciso da Virna Lisi (come da altri “artisti”) era piuttosto alto, ma questo fa parte delle scelte personali di vita quotidiana. Diversa la questione di chi, ad esempio,nel ‘700 si autodefiniva “dilettante di musica” (Benedetto Marcello, ma ne esistono tanti anche oggidì): lì le contingenze selezionate non trovano più alibi e la qualità artistica del lavoro svolto è per intero nella responsabilità dell’artista che “fa, sceglie e ama” sempre.
    Ma la retorica (soprattutto) italiana delle lodi e delle trasfigurazioni post-mortem (a volte, necrofilisticamente, anche pre-mortem) di artisti famosi quali Gassman, Manfredi, Fellini, Nino Rota, Sinopoli e innumerevoli altri che, immemori degli alti e bassi della qualità artistica dei morti (o dei quasi-morti), li ergono sui decotti altari catto-romantici dell’ispirazione, del sacro fuoco dell’arte, della perfezione dei prodotti per intonare threnoi celebrativi di una carriera senza macchia, ha una grave colpa nell’attuale collocazione e concezione sociale ed economica degli operatori dell’arte. Quella di pretendere lavori artistici nei quali parte della ricompensa (spesso tutta, in corrispondenza del potere di trattativa del singolo operatore) sia comunemente accettato essere di forma immateriale, ovvero sostituendo “la soddisfazione di fare ciò che piace” ad un dovuto e regolare pagamento delle prestazioni.
    Si potrebbero scrivere (e lo sono state) altre centinaia di osservazioni su tutte le questioni che ho sollevato ma difficilmente una qualsiasi base razionale le indirizzerebbe altrove rispetto a quanto ho brevemente osservato qui di sopra. Resta il danno grave, cinicamente prodotto al quotidiano degli operatori artistici viventi dai panegirici acriticamente agiografici di quelli morti.