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Carlos Garaicoa. La lettura politica e sociale dell’Architettura, le sue rovine e la Natura che riprende gli spazi

La personale Carlos Garaicoa (L’Avana, 1967), I giardini di Piranesi, si sostanzia di più sottotesti concettualistici e formali ed anche per questa complessità stratificata è coerente con la sua riflessione sulla città: organismo analogamente molteplice, pieno di contraddizioni, in cui coesistono Natura e Cultura, edificazione, modificazione e rovina – questa anche intesa non esclusivamente come distruzione ma come un’opportunità – e memoria.

immagine per CARLOS GARAICOA, I giardini di Piranesi, veduta mostra, 2026 -Galleria CONTINUA, Roma -Ph. Giorgio Benni
CARLOS GARAICOA, I giardini di Piranesi, veduta mostra, 2026 – Galleria CONTINUA, Roma -Ph. Giorgio Benni

Di fronte alle sue architetture disegnate, dipinte, fotografate e manipolate, e anche a quelle simboleggiate attraverso le installazioni (galleria Continua, sede di Roma, spazio The St. Regis Rome, in corso fino all’8 agosto 2026) ci troviamo ammirati e immediatamente dopo spiazzati perché nella maggior parte delle opere queste strutture, frutto della progettazione umana ma pure del progressivo abbandono, sono invase da una Natura bellissima e inquietante che ha preso il sopravvento.

Ingigantite piante carnivore e tossiche si intersecano con i ruderi, a sostegno della tesi di Aristotele secondo la quale la Natura abhorret a vacuo (dove c’è un vuoto, la Natura sempre giunge a riempirlo) e, diversamente eppure similmente, di quella del sociologo e filosofo tedesco Georg Simmel (Die Ruine, 1907).

Vengono in mente certi paesaggi di luoghi segnati dalle catastrofi, non più antropizzate, in cui la flora, tornata padrona del territorio, per qualche misterioso meccanismo interagisce con siti e spazi preesistenti dando vita a straordinarie ibridazioni.

Probabilmente, conoscendo la vis critica dell’artista cubano, queste sue immagini di convivenza meticcia non sono solo significanti a livello di inventiva e specifico dell’arte ma interpretano la realtà sociale, antropologica e politica dei nostri tempi e del nostro habitat.

Il suo interesse per la biologia e la botanica, oltre che per la compagine sociale e urbanistica delle città, in cui l’architettura è oggetto e soggetto, appare chiarissima grazie a questa sua personale e alle opere in mostra.

Spieghiamo meglio di cosa parliamo descrivendo alcuni lavori: colpisce subito la grande, labirintica ambientazione Contrapeso (Ciudad Plomada) che, su incroci di fili tesi ancorati al pavimento tramite pesi metallici, che richiamano edifici, aggancia e sospende contrappesi in ottone dalle forme variegate che simboleggiano città dondolanti: un po’ fantasticherie ludiche, un po’ a rischio caduta, al contempo tra equilibrio raggiunto e precarietà.

Questa doppia angolazione, possibilità di molte letture contrapposte, caratterizza anche le altre opere allestite, come Atropa belladonna (Belladonna), Drosera Capensis, Nepenthes mirabilis (Planta jarra-Pitcher Plant), Pinguicula grandiflora-Drosera Capensis (Manger les pissenlits par la racine), solo per fare qualche esempio.

Tutto è concernente una ricerca che interfaccia l’Avana (“la sua architettura e la sua società mostrano i segni di secoli coloniali, di fasti borghesi, di rivoluzioni politiche e di crisi economiche, creando una convivenza costante tra bellezza e decadenza, ricchezza turistica e povertà quotidiana”: INU Istituto nazionale di Urbanistica) a un’altrettanto – pur differentemente – controversa, reticolare, difficile Roma.

Nello specifico, Garaicoa guarda a quell’Eterna visionaria del settecentesco Giovanni Battista Piranesi, che non a caso non ha originato puri divertissement ma testi plurilinguistici che, attraverso mirabili incisioni, raccontano criticamente la città svelando i sistemi di potere alla base delle sue strutture, anche le più innocue. Con un simile sguardo attento alla problematicità di tali costruzioni e meccanismi Garaicoa restituisce molto della sua capitale cubana.

La poetica delle rovine, seppure qui possa apparire ammantato di qualcosa di quello Sturm und Drang romantico, di quel concetto di Ruinenlust (il piacere di osservare, appunto, le rovine), ed anche riferirsi a quel “Terzo paesaggio” marginale e indicativo formulato da Gilles Clément come realtà e principio che chiama in causa l’intera umanità, in questa personale del nostro artista, e, per estensione, del pensiero che attraversa tutta la sua investigazione, lo sguardo è valutativo: la costruzione e l’ordine, che dovrebbero permettere una buona vita individuale e collettiva, sono costantemente precari, a rischio collasso, quando non corruttibili, pronti a trasformarsi in quelle prigioni congetturate da Piranesi e in ramificati, nidificati, eterogenei conflitti oggi sempre più evidenti.

La rovina si fa, in quest’ottica, punto centrale concettuale e metaforico.

In tale (pre)visione, la biosfera, da fulgida salvezza e resiliente potrebbe rivelarsi vendicativa.

Sta a noi capire fragilità, fratture e un allarme da tempo innescato e ormai palese, che l’arte indica con la sua grammatica e il suo idioma simbolico, fornendo ipotesi di modificazioni di sguardo e comportamenti, oltre che di luoghi (Beuys aveva ragione!).

Ebbene: Garaicoa ha saputo riassumere e sublimare temi tanto seri e connessi evitando la pesantezza moralistica e didascalica in una produzione d’ampio respiro, vivida e suggestiva, di godibile frizione.

immagine per barbara martusciello
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Con una Laurea in Storia dell'Arte, è Storica e Critica d’arte, curatrice di mostre, organizzatrice di eventi culturali, docente e professionista di settore con una spiccata propensione alla divulgazione tramite convegni, giornate di studio, master, articoli, mostre e Residenze, programmi culturali, l’insegnamento, video online e attraverso la presenza attiva su più media e i Social.
Ha scritto sui quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", sul settimanale culturale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente su altri quotidiani nonchè su periodici e webmagazine
Ha curato centinaia di mostre in musei, gallerie e spazi alternativi, redatto innumerevoli cataloghi d’arte e scritto saggi in altri libri e pubblicazioni: tutte attività che svolge tutt’ora. Ha fatto parte della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano e è stata Art Curator dell'area dell'Arte Visiva Contemporanea presso il MUSAP - Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara), per il quale ha curato alcune mostre al MACRO Roma e in altri spazi pubblici.
E' Presidente del CoAC_Commissione Arte e Cultura della nota fondazione no profit Retake Roma.
È cofondatrice di "art a part of cult(ure)” di cui è anche Caporedattore.

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