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Antonello Viola. Oro, colore, stratificazioni, poetica e la Pittura rivive. L’intervista

di Barbara Martusciello

Con Antonello Viola (nato nel 1966 a Roma, dove vive e lavora) ci si incrocia da decenni; non abbiamo però mai parlato a fondo, né io ho seguito in maniera critica il suo lavoro fino a che non è capitato un accostamento – pensate un po’ che bizzarria – su un social: iniziato in un post, continuato in messaggio privato. Una lunga serie di botta e risposta, vivace, in cui abbiamo palesato le nostre divergenze su molti degli argomenti trattati, non solo d’arte.

Un successivo incontro qualche mese fa, a un’inaugurazione – perché Antonello Viola l’ho visto spessissimo proprio ai vernissage: è uno che le mostre le va a vedere e va anche alle esposizioni degli altri! – ci ha permesso di parlare, incuriosendomi e, insomma, ha generato in me il desiderio di approfondire il suo lavoro.

Così è nata questa intervista, anche stimolata dall’aver avuto modo di vedere la sua personale alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma e apprezzare la sua recentissima Oro.Viola. Antonello Viola Incontra un Dipinto di Filippo Lippi in corso fino al 31 gennaio 2023 a Milano da SALAMON&C (in collaborazione con Francesca Antonini Arte Contemporanea di Roma) in cui è allestita una selezione di sette opere inedite su carta giapponese, rese “con una serie di stratificazioni successive, di campiture e toni di colore che si rilanciano reciprocamente, reagendo l’uno all’altro e inspessendo la carta fino a farla dissolvere nel colore. Non è esattamente la carta, dunque, ma questa carta-colore il medium specifico dell’artista; l’approdo a un ultimo strato di foglia d’oro, o di oro bianco o rame, che restituisce a ogni lavoro l’aspetto di un quasi monocromo”.

Due mostre diverse ma in ogni caso mosse da una sinergia tra opere storiche – alla Galleria Nazionale la Gorgone di Aristide Sartorio, alla Salomon&C di Fra’ Filippo di Tommaso Lippi – di periodi e storie dell’arte differenti (Sartorio, nato nel febbraio 1860 a Roma, qui morto nell’ottobre 1932;  il Lippi, da Firenze, 1406, m. a Spoleto nell’ottobre 1469).

 

Prima di tutto, raccontaci come hai iniziato ad amare e a occupati di arte; quali i primi input? Mi raccontasti di Mario Schifano e di un flipper… Tu sei nato artista o ci sei diventato?

Se penso alle prime esperienze di Rotkho, quelle sul finire degli anni 30 e li paragono con quelle di Capogrossi negli stessi anni, se ci penso mi viene da ridere. Capita spesso. So riconoscere chi nasce artista e chi no… Conoscete Carla Teti? Io la conosco bene. E’ una costumista teatrale, è nata artista ed è in una condizione che non si discute né si può cercare. Tocca una cosa e la trasforma. Non c’è fatica sembra un battito di ali.

Se affrontassi questo argomento senza un refluo di romanticismo nessuno leggerebbe una riga in più e non voglio passare per distruttore di sogni.

Io non so se ci sono nato, per me è impossibile saperlo.

Mario Schifano (artista) un giorno mi regalò un flipper da bar, quelli degli anni 70 che con 100 lire si faceva una partita. Non avevo idea di chi fosse e cosa fosse un artista. Forse un pittore sì ma un artista no. Ma se a 8 anni, in quei 70s, qualcuno ti può regalare un flipper da bar, un bar come tanti con quelle cabine del telefono puzzolenti di sigarette e chissà di cos’altro, vuoi essere quella cosa lì, vuoi essere Mario Schifano che ha il potere di regalarti un flipper rumoroso e scintillante. Un flipper da bar.

Mario Schifano era un’artista. Un Pittore; e un pittore drogato fino al midollo. Non lo sai e non lo saprai mai, ma io posso sempre ridere ogni volta che passo davanti ad una sua opera.

Io c’avevo il flipper di Mario.

La storia è questa e potrebbe iniziare così.

Passa un angioletto e dice “amen”. Sei battezzato e non lo sai.

Tutto quello che ci sta in mezzo è quello che mi ha fatto diventare ciò che sono e quello che dipingo. I miei Maestri, quello che ho letto, studiato, atteso, conosciuto per caso, per fortuna o per sfortuna, conta anche quella, la sfortuna.

Devo raccontare una vita non particolarmente interessante? Non credo. Poi… conta anche la moto… ma anche le partite di pallone contano. Tutte le persone che ho conosciuto e che conosco contano. Tutte.

E tutto diventa amore per l’arte. Per me è diventato amore per la pittura; ovvio l’angioletto era un flipper luccicante e rumoroso.

Spero che queste righe possano bastare ma non bastano.

Non bastano ma spero che qui e ora siano almeno servite a riflettere sul caso, sulle possibilità che la vita ci regala e sulle quelle che con merito o per dono riusciamo a conquistare e che forse sono riuscito a costruire.

Questo potrebbe essere un inizio se volete poi passano 40 anni e più e mi ritrovo a dialogare con Filippo Lippi. Da artista.

Ora passiamo al tuo più recente progetto, non proprio comune, oggi, per l’uso che hai fatto non tanto della pittura lenta e stratificata, ma dell’oro e di una modalità pittorica che affonda le radici nella tradizione, nella storia…

Questo progetto nasce da un incontro e varie suggestioni.

L’incontro è con collezionista illuminato, Vincenzo Novembre. Ci siamo conosciuti ad ArteFiera anni fa e di persone così ce ne sono poche, di veri amanti dell’arte così ancora meno. Collezionisti che hanno la sensibilità giusta, che conoscono, che sanno leggere anche la pittura, che studiano; non credete, non siete molti. E mi sono “beccato” subito una lezione. Dopo acquisì una delle mie prime opere, (opere, mi devo dare un tono, perdonate), con la foglia d’oro e credo siano passati almeno una decina di anni.

Con Vincenzo si parla spesso e ho sempre saputo della sua passione per i fondi oro, non i miei, quelli veri. Opere che si inscrivono in un periodo che va dal 1300 al 1500 circa per dargli una forchetta temporale ma che di fatto il rinascimento non lo sfiorano neanche. Si fermano prima, molto prima. Sono opere straordinarie di grande fascino ma anche di grande durezza.

Un giorno, senza dilungarmi troppo, Vincenzo Novembre ha l’intuizione giusta, capisce che può funzionare e mi propone l’idea di una mostra. Un grande mercante, Matteo Salamon, l’opera adatta, il Filippo Lippi, la mia Gallerista Francesca Antonini. Ed io sono nella situazione ideale. Ideale intellettualmente, concettualmente e sento la sensibilità giusta. Cerco delle risposte dalla vita che mi sta decisamente maltrattando e l’unica cosa che mi dà delle risposte è l’arte.

Un anno prima grazie alla Galleria Nazionale e alla Dir. Cristiana Collu abbraccio la carne della pittura e un anno dopo ritrovo la dimensione del trascendente con l’oro e i colori. Non lavoro in maniera diversa, solo che vedo oro e colori in maniera diversa. E l’opera diventa altro.

Lavoro con la stessa dimensione e tipo di carta, lo stesso oro, gli stessi pigmenti; vario le tonalità. Procuro alla superfice delle vibrazioni nuove. Sensibili. Ascolto sempre Bach in questo caso le suite per violoncello

Radici e storia sono le mie radici e la mia storia. Non vedo quale altre dovrebbero essere. Faccio riferimento alla qualità, qualsiasi essa sia. Da qualsiasi tempo venga e in qualsiasi forma si manifesti. L’oro è stato sempre usato e lo uso anche io; diventa spazio, diventa incarnato, panneggio. Diventa emozione, si trasforma, lo faccio diventare ciò che voglio anche quando non voglio. Ecco la qualità, non l’oro, ma come lo uso. Non i colori, ma come li uso.  Dì per se la tradizione è una forma vuota, non serve a nulla.

Il concetto di tradizione nella contemporaneità è una questione totalmente irrilevante. Anacronistica. E’ tutto molto più semplice e riguarda fino dove riesco ad arrivare in ciascuno di voi che osservate il mio lavoro. Dove colpisco e quali strumenti uso, che corde tocco. Con quale sincerità.

La cosa dalla quale rifuggo ed è un punto fermo è la pretestuosità. Tutto deve essere circolare e perfetto, lontano, lontanissimo dal pretesto. Come il corso di un fiume. Io non corro dietro alla contemporaneità e francamente quando lavoro non la sfrutto. Non mi serve.

Il che non significa che sono ancorato al passato, neanche per sogno. Anzi mi sento super contemporaneo per il valore concettuale che restituisco al tempo passato a studio. Come già detto in altre occasioni mi sento più libero e il mio lavoro diventa politico. Non perché manifestamente schierato ma perché eticamente inattaccabile. Non transigo.

Se esistesse, non solo una storia estetica, ma una storia etica dell’arte è li che vorrei essere.

Tecnicamente, come hai creato queste opere, che tipo di difficoltà hai incontrato per realizzarle?

Nessuna difficoltà. Non c’è difficoltà nel fare esattamente quello che vuoi fare. La tecnica in arte non esiste: un altro falso mito, fatto secco almeno da 500 anni, e ce l’ha svelato Michelangelo in maniera molto chiara – basta gettare un occhio sulla Pietà Rondanini – e basta così. Se poi qualcuno la usa e sa cosa farne, di questa tecnica, buon per lui. Io il mio lavoro me lo sono cucito addosso…, tipo un vestito su misura. Lo registro ogni volta fino a che non mi calza a pennello. I momenti più entusiasmati sono confrontarsi con l’imprevisto e l’errore.

Raffinatissimi pigmenti ad olio, matite colorate, carta giapponese, foglia d’oro di varia natura. Ecco tutto. Le mani ce le metto solo io, ma per necessità. Vorrei fosse chiaro che è un mio problema. Un’opera può avere una gestazione diversa e 100 mani che ci lavorano. Va bene lo stesso.

Premettendo che, a mio avviso, hai calibrato Estetica e Poetica, quest’ultima come la riassumeresti?

Etica. Perché Estetica è un valore relativo, mi interessa il giusto; Poetica, invece, racconta chi sono, cosa penso e come agisco. Dove getto lo sguardo e su cosa rifletto. In tal senso potrei recuperare un po’ di estetica, ma unicamente nella funzione di mediatrice. Come se fosse un ponte sullo stesso fiume di prima descritto. Si può vedere da dove viene e anche dove va. Puoi avere la percezione dello scorrere dell’acqua, del suo fluire. La sua direzione. Non mi voglio nascondere, ho un senso estetico altissimo lo ammetto, ma non voglio si confonda con l’obbiettivo che è di altra natura; di natura etica, di qualità.

Se ho ben calibrato, ti ringrazio, significa che sono stato chiaro dentro e fuori la mia opera. Per me significa che ho rispettato l’etica di ciò che faccio, di come mi relaziono con la realtà, e di come restituisco questa postura e cosa intendo per pittura. In questo momento specifico e particolare della mia vita tutto questo è molto importante.

Un’ultima domanda, provocatoria ma che ci permette un approfondimento su una questione molto dibattuta da tempo: “La pittura è morta, viva la pittura”?

Certo che è morta la pittura. E perché dovrebbe essere viva: siamo nel 2023. Volete che io vi dica ora, in questo preciso istante che cosa sta succedendo là fuori mentre voi leggete? Non è il caso…

Mettiamo la questione su un altro piano. Spostiamo lo sguardo su un altro argomento, il “rito”. Siamo tutti ancora legati ad un rito, qualsiasi esso sia. Il mio lo svolgo ogni volta che monto in motocicletta. Io so che quando monto in moto non mi posso sbagliare, e il rito mi serve a ricordarmelo. Siamo così da sempre e se non ce lo ricordiamo noi, poi, nel mio caso, eventualmente, me lo ricorda l’asfalto.

Stessa cosa faccio quando entro a studio. Svolgo la pratica di un rito con la consapevolezza che l’asfalto è duro e anche la pittura lo è.

La questione dell’arte non esiste ma esiste un problema legato alla contemporaneità, e alla consapevolezza che si può sbagliare senza rischio, riguarda tutti. Fare della pitturaccia non costa nulla se non sei stato educato, ti sfugge il dono e hai la possibilità tutta aristocratica, nella migliori delle accezioni, del tempo perso.

Non nell’arte, ma non sei stato educato nel senso etimologico del temine. E questo tempo è stato educato al perdono, sempre, al relativismo, sempre, alla totale e assente percezione del costo e dell’assenza di rischio. Sempre. E così muore tutto, non solo l’arte. Certo ci sono le eccezioni ma quelle non fanno testo, sono come la stella cometa, neanche le nomino… Maledetto, mi è venuto in mente Guernica di Picasso, Vabbè è come Valentino (Rossi) l’eccezione.

Dunque la pittura è morta ma io la faccio rivivere tutte le volte che voglio e che ci riesco, così come fanno le “eccezioni” e tutte le volte che qualcuno si ferma e viene catturato da una mia opera. Lo faccio io e lo fanno tutti i miei amici pittori che stimo.

Tutto muore e tutto rivive finché saremo capaci di farlo avendo la consapevolezza del rischio ma anche delle possibilità, del costo che lo sbagliare comporta.

immagine per barbara martusciello
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Con una Laurea in Storia dell'Arte, è Storica e Critica d’arte, curatrice di mostre, organizzatrice di eventi culturali, docente e professionista di settore con una spiccata propensione alla divulgazione tramite convegni, giornate di studio, master, articoli, mostre e Residenze, programmi culturali, l’insegnamento, video online e attraverso la presenza attiva su più media e i Social.
Ha scritto sui quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", sul settimanale culturale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente su altri quotidiani nonchè su periodici e webmagazine
Ha curato centinaia di mostre in musei, gallerie e spazi alternativi, redatto innumerevoli cataloghi d’arte e scritto saggi in altri libri e pubblicazioni: tutte attività che svolge tutt’ora. Ha fatto parte della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano e è stata Art Curator dell'area dell'Arte Visiva Contemporanea presso il MUSAP - Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara), per il quale ha curato alcune mostre al MACRO Roma e in altri spazi pubblici.
E' Presidente del CoAC_Commissione Arte e Cultura della nota fondazione no profit Retake Roma.
È cofondatrice di "art a part of cult(ure)” di cui è anche Caporedattore.

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