Elles font l’abstraction è un’ampia, straordinaria mostra sull’Astrattismo nelle sue tante e diverse declinazioni (pittura, scultura, fotografia, danza, cinema e arti grafiche e decorative) realizzate dalle artiste donne dal 1860 agli anni ’80. Esposizione da non perdere nelle sue tappe itineranti: al Centre Pomipidou a Parigi fino al 23 agosto 2021, al Museo Guggenheim di Bilbao dal 22 ottobre 2021 al 27 febbraio 2022 e, rimodulata e meno ampia, al Centre Pompidou di Shanghai nella primavera del 2022.
A Parigi la mostra inizia passando in rassegna i volti di queste artiste che hanno sperimentato forme astratte nell’arte: ritratti fotografici ce le presentano in un gioco al riconoscimento piuttosto difficoltoso, perché di troppe, nei libri di storia dell’Arte e in altri manuali, non era e non è ancora pubblicato un nome, né un viso…
A Parigi e a Bilbao lo sviluppo espositivo e i numeri saranno simili: una moltitudine di più di 500 opere di 106 artiste. Come è avventa la selezione?
Le artiste e le opere sono state scelte con uno sguardo più inclusivo e decolonizzato, nel senso che è rivolto anche a esponenti della produzione africana-americana, sudamericana, asiatica e medio-orientale.

L’Italia è presente, bontà delle curatrici – Christine Macel, curator capo del Pompidou, e Karolina Lewandowska -, con Dadamaino, Carla Accardi, Giannina Censi; e con quella Regina (Prassede) Cassolo Bracchi che la Gamec di Bergamo onora con una ottima retrospettiva (protratta sino al 19 settembre 2021) e il Centre Pompidou ha ufficializzato come rilevante con un’acquisizione di un corposo nucleo di opere: peccato che Carlo Belli, autore di Kn, del 1935, Edizioni della Galleria il Milione di Milano, il manifesto italiano dell’arte astratta, l’avesse al tempo liquidata inquadrandola all’interno di una produzione “domestica” (nell’ambito cubista: parlando con Edoardo Persico, che invece, apprezzandola da subito, ci vide lungo!).
Tanti i prestatori, tra privati, fondazioni e musei e corale l’adesione da parte anche di studiosi e storici dell’arte, che hanno permesso una panoramica ampia pure su altre discipline come le arti decorative, la fotografia (tra le autrici: Berenice Abbott) e il cinema; e la danza sperimentale (quella spettacolare di Loïe Fuller, oltre a quella della Censi).
Pur con evidenti mancanze (anche tra le artiste italiane, oltre che con le non europee e non angloamericanocentriche), lo spettro filologico è vasto: con opere di Hilma Af Klint, Sophie Taeuber-Arp, Liubov Popova, Sonia Delaunay-Terk, Vanessa Bell, Barbara Hepworth, Helen Saunders, Maria Helena Vieira da Silva, Véra Pagava, Georgiana Houghton, Lucinda Childs, Louise Bourgeois, Rosemarie Castoro, Judy Chicago, Verena Loewensberg, Helen Frankenthaler, Elaine de Kooning, Lee Krasner, Saloua Raouda Choucair e tante altre.
Evidente appare la volontà di (ri)scrivere la storia del peculiare contributo che le donne hanno dato al movimento artistico dell’Astrattismo ma che, nonostante il loro valore e il pionierismo, sono state a lungo (e ancora oggi!) penalizzate dalle mancanze di visibilità e giusti riconoscimenti internazionali.
La causa? Sempre la stessa: impostazioni socio-politiche e culturali patriarcali e un sistema (dell’arte ma non solo) maschilista.
Non staremo qui ad analizzare tale questione, complessa, controversa, reticolare, piena di ombre e qualche luce a squarciare il velo di opacità sessiste che hanno scientemente o/e per ignoranza o adeguamento a norme non scritte (ma talvolta anche per statuto) sottomesso la donna, sottostimato il suo valore, calpestato i suoi diritti e la sua volontà e, nello specifico della Storia e del Sistema dell’arte visiva, l’esclusione del suo operato e apporto significativo.
Del resto, nemmeno Elles font l’abstraction può affrontare tutto questo secolare affair: ha scelto di farlo quindi parzialmente e indirettamente, attraverso le scelte curatoriali e dunque l’arte e, appunto, un tema, o meglio, una ricerca precisa.
Non si tratta di portare alla luce il femminile in sé espresso nell’investigazione astratta delle artiste, anche se questo femminile in sé può entrarci indipendentemente dal suo smaccato palesamento nelle opere, o può non esserci per nulla, per un altro interesse: verso un’indagine più meramente formale, strutturale, compositiva. Tale attenzione è stata ed è invece centrale in altre ricerche e talvolta fa la differenza.
In ogni caso, non possiamo non pensare a quanto sia stato fondamentale l’impegno precedentemente profuso da studiose, storiche e critiche d’arte, collettivi e artiste donne nel denunciare la discriminazione femminile nel mondo dell’Arte (Mercato compreso) dai suoi esordi, nell’attivare un riposizionamento di questa ampia, articolata produzione e/o nell’affrontare tematiche di genere.
Negli anni di radicali lotte contro questa sorta di ginofobia, un contributo basilare è stato quello posto dalle e nelle arti sperimentali delle donne negli anni ’60 e ’70, nella Performance Art, nella Body Art, in una parte della Videoarte; e nel primo programma di arte femminista negli USA, al California Institute of the Arts (le fondatrici sono state, nel 1971, Judy Chicago e Miriam Schapiro, ideatrici pure del Womanhouse, dal 1972).
Nella AIR, la prima galleria d’arte cooperativa femminile a New York, che proteggeva e valorizzava il processo creativo e la voce individuale dell’artista donna (1972: vide, diversamente interessate: Dotty Attie, Mary Grigoriadis Maude Boltz, Linda Vi Vona, Nancy Spero, Louise Bourgeois, Howardena Pindell, Ree Morton, Harmony Hammond, Cynthia Carlson, Sari Dienes e la scrittrice, critica d’arte attivista Lucy Lippard); senza dimenticare le azioni delle Guerrilla girls (New York nel 1985).
In Italia la situazione è variegata e vede collaborare attiviste del femminismo tra le quali anche artiste, poetesse, intellettuali e critiche d’arte, riunite nelle realtà romane della Cooperativa Beato Angelico, del gruppo di via Pompeo Magno, di via Pomponazzi, del Collettivo Controstampa, della Duna (Unione Nazionale di Donne Artiste).
Non dimenticando l’attività di Rivolta Femminile dagli anni ’70, e di Carla Lonzi, e l’apporto dato dallo storico mensile “Noi Donne” e da altre teoriche impegnate come Lea Vergine: L’altra metà dell’avanguardia, 1910-1940: pittrici e scultrici nei movimenti delle avanguardie storiche (1980: mostra, libro-catalogo e case-study) è una pietra miliare per quella branca di studi che analizza l’espressione artistica delle donne, un continente nascosto, “un lazzaretto di regine, la metà suicidata della creatività del 1900”, come lo ha definito la stessa Vergine.
Hanno portato nuova linfa alla causa Anne Marie Sauzeau Boetti, Rosalind Krauss, Romana Loda, gallerista, curatrice e fondamentale promotrice dell’arte delle donne in Italia negli anni Settanta e tantissime prima (tra le varie: Valentine de Saint-Point; e anche la Leontine Sagan del film Mädchen in Uniform / Ragazze in uniforme, 1931: ma questa è un’altra storia) e dopo.
A tal proposito, quello del dopo, tra i segni rimarchevoli e italiani, accanto a singole personali dedicate a protagoniste femminili, hanno inciso positivamente la mostra Il Soggetto Imprevisto. 1978 Arte e Femminismo in Italia, una dettagliata indagine sui rapporti tra arti visive e movimento femminista in Italia, curata da Marco Scotini e Raffaella Perna a Frigoriferi Milanesi, Milano, 2019; la rubrica della Perna, Arte e femminismi, su “Flash Arte”, e più ampiamente un po’ tutte le interessanti e importanti pubblicazioni di questa autrice e storica dell’arte.
Anche il taglio curatoriale che emerge a La Galleria Nazionale di Roma guidata da Cristiana Collu va in questo senso; così come ci vanno le esplorazioni nell’arte femminista di Maria Grazia Chiuri /Dior, che ha coinvolto da Tomaso Binga / Bianca Pucciarelli Menna a Claire Fontaine, da Marinella Senatore a Silvia Giambrone, passando per Chimamanda Ngozi Adichie, Linda Nochlin, Judy Chicago, Nan Goldin, Brigitte Niedermair, Sarah Moon, Bettina Rheims, Lean Lui, Maya Goded, Julia Hetta, Janette Beckman, non tralasciando le surrealiste come le più visionarie Leonor Fini, Leonora Carrington e Jacqueline Lamba (Breton), e Lee Miller, Dora Maar.
Considerando utili pure i vari tentativi di confronti alla pari tra generi, come in Féminin-Masculin (esposizione del 1995–96 proprio al Centre Georges Pompidou), e l’originale tesi dichiarata in Ciao maschio (fino al 14 novembre 2021 alla GAM, Roma, a cura di Arianna Angelelli e Claudio Crescentini, catalogo favoloso, Gangemi edit., e serie di eventi, incontri e reading all’aperto, nel chiostro-giardino della Galleria e Casa del Cinema), che mostrando l’evoluzione della rappresentazione, del ruolo e dell’identità dell’uomo dalla seconda metà degli anni Sessanta fino al presente periodo post-ideologico, lo raffronta a quella delle battaglie e dei progressi femminili e femministi, ebbene: ancora però non si è avverata la visione insita nell’affermazione della Krauss, nella raccolta di saggi Bachelors, 1999. Scrive:
“L’arte fatta dalle donne non ha bisogno di nessuna particolare perorazione di difesa”.
Salvo poi concentrarsi, la stessa Krauss, in tutti i suoi saggi lì pubblicati, solo su artiste donne…
Il vento sembra tornato a soffiare nella direzione dell’Equality of Women’s Art negli anni più recenti, animati da convegni, libri, mostre, scoperte e riscoperte, approfondimenti e studi negli atenei, tutti focalizzati sull’arte delle artiste.
Attualmente, contribuisce a tal fine anche le Le signore dell’arte. Storie di donne tra 500 e 600 protratta fino al 22 agosto 2021 a Milano, Palazzo Reale), l’esposizione su Tina Modotti al MUDEC /Museo delle Culture di Milano (fino al 7 novembre 2021), la citata Ciao Maschio e l’imminente Essere umane (ai Musei di San Domenico di Forlì, a cura di Walter Guadagnini, da settembre 2021), un viaggio nello sviluppo del linguaggio fotografico mondiale ma con una specifica attenzione allo sguardo femminile.
Non ignoriamo l’eccellente proposte della Biennale Donna (organizzata fin dal 1984 dall’UDI | Unione Donne in Italia di Ferrara) e la prossima Biennale di Fotografia femminile di Mantova (3 – 27 marzo 2022). Questa attuale mostra francese è quindi in gran buona compagnia.
Proprio Elles font l’abstraction – adoro i francesi e il loro giusto rispetto della propria lingua: non hanno anglesizzato il titolo, come spesso facciamo in Italia! – denuncia una (ennesima) rimozione, seppur nello specifico ambito dell’Astrattismo, e indica una ulteriore lacuna da colmare, cercando di farlo bene.
È solo l’inizio: un nuovo inizio?
Con una Laurea in Storia dell'Arte, è Storica e Critica d’arte, curatrice di mostre, organizzatrice di eventi culturali, docente e professionista di settore con una spiccata propensione alla divulgazione tramite convegni, giornate di studio, master, articoli, mostre e Residenze, programmi culturali, l’insegnamento, video online e attraverso la presenza attiva su più media e i Social.
Ha scritto sui quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", sul settimanale culturale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente su altri quotidiani nonchè su periodici e webmagazine
Ha curato centinaia di mostre in musei, gallerie e spazi alternativi, redatto innumerevoli cataloghi d’arte e scritto saggi in altri libri e pubblicazioni: tutte attività che svolge tutt’ora. Ha fatto parte della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano e è stata Art Curator dell'area dell'Arte Visiva Contemporanea presso il MUSAP - Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara), per il quale ha curato alcune mostre al MACRO Roma e in altri spazi pubblici.
E' Presidente del CoAC_Commissione Arte e Cultura della nota fondazione no profit Retake Roma.
È cofondatrice di "art a part of cult(ure)” di cui è anche Caporedattore.





















