Giuseppe Tubi ve lo spieghiamo noi. Dalla A alla Z in Antologica. Con intervista al gallerista e alter ego Stefano Dello Schiavo

A volte ritornano. E spaccano. Che poi, a dirla tutta, non ritornano perché in realtà non se ne sono mai andati, hanno solo – come nel caso di Giuseppe Tubi – continuato a lavorare, ad essere artisti scegliendo di non esporsi per un po’, sottraendosi all’intera filiera del mondo dell’Arte per un tempo… x.

Artista misterioso, Tubi, che mutua il nome in parte da un personaggio apparso su “Topolino” della Disney: quel tale Giuseppe Tubi Idraulica – creato da Merrill de Maris e Floyd Gottfredson per le strisce giornaliere del 1938 intitolate Topolino e la banda dei piombatori – flemmatico malfattore, che copre la sua vera attività di rapinatore sotto la professione di copertura di idraulico.

La scelta dell’artista non è casuale dato che la sua reale identità è segreta, da buon hacker quale egli è (forse) stato (è)? Misteri accattivanti, quelli intorno alla sua figura che arricchiscono una narrazione biografica ma che servono a rafforzare la scelta di lavorare sul linguaggio dell’arte e il suo Sistema connesso.

L’uso dello pseudonimo è per lui finalizzato alla messa in discussione della nozione di autorialità per verificare le ricadute sul piano estetico e sociale legate alla scelta di agire nel contesto dell’arte da una posizione diversa da quella di qualsiasi artista e autore, che nel suo caso da centrale si fa laterale, situata sulla soglia tra presenza e assenza. L’obiettivo è politico poiché mettendo in crisi ruoli e processi del Sistema dell’arte, sottolinea che le regole di quest’ultimo non solo riflettano quelle del capitalismo, ma per certi aspetti ne esasperano le dinamiche e ne anticipino gli sviluppi.

 

Il suo procedere è caratterizzato, a sprazzi, dall’ironia (sarcasmo?!) del guastatore; la rileviamo anche in questa personale, titolata, provocatoriamente: Antologica delle mostre irrealizzate 2008-2018. Di fatto, la sfida si stempera nello sviluppo espositivo, che è davvero un’antologica di opere inedite, con differenti datazioni e specifici ambiti tematici.

Giuseppe Tubi è un pioniere della cosiddetta arte digitale: nel 1996 esordisce pubblicamente con la prima personale proponendo quadri eseguiti interamente al computer.

La Galleria Mascherino di Roma – riaperta dopo un periodo di pausa… sabbatica – lo rappresentava allora, negli anni Duemila e ancora oggi. A quella mostra c’ero, in anni di sperimentazioni tecnologiche, di giovani artisti artefici di quella che è stata definita – assai genericamente, a dirla tutta, con senno di poi… – “pittura digitale”; di una new-wave legata all’elettronica nella musica, ai Rave più creativi e a una produzione visiva contaminata.

Adesso è tempo di uscire nuovamente allo scoperto, per Tubi, e credo che finalmente oggi sia più agile comprendere la sua ricerca e le sue opere, a lungo fraintese, perché da pochissimi lette nel loro carattere  analitico, concettualistico, di chi è da sempre attento alla stereotipizzazione linguistica.

La densità artistico-culturale delle sue opere è enorme e lo è altrettanto la coerenza del suo presentarla… Già: come lo fa, in questa mostra? Lo chiediamo al gallerista e collezionista Stefano Dello Schiavo, l’unico che lo conosce, dovendo rappresentarlo e facendone le veci da sempre:

“Tutto è qui composto da ben quattro mostre, rimaste sin qui irrealizzate, progettate nel corso degli ultimi dieci anni da Giuseppe Tubi. Così, ecco quattro cicli di opere che, sebbene non siano stricto sensu nuove, perché realizzate nell’arco degli ultimi dieci anni, vengono qui raccolte ed esposte insieme per la prima volta secondo il modello consolidato della mostra antologica, ritenuto ancora oggi decisivo per istituzionalizzare il lavoro di un artista e favorirne l’ingresso nel canone della storia dell’arte.

Per tale ragione Tubi, interessato sin dall’esordio a indagare i meccanismi che governano il circuito dell’arte, in questa esposizione intende ridefinire i parametri stessi della mostra antologica, dove tradizionalmente vengono selezionate le opere ritenute più significative nel percorso di un autore, proponendo invece quattro nuclei di opere inedite, quindi non storicizzate, realizzate per altrettante mostre personali rimaste allo stadio progettuale.

L’artista simula dunque una storia espositiva mai avvenuta, o meglio, avvenuta soltanto nella forma potenziale del progetto, il cui statuto è per natura provvisorio e aperto al cambiamento.

Ponendo in questione il modello della mostra antologica e più in generale gli assetti del sistema artistico, Tubi prosegue a lavorare nel solco di un cammino già tracciato da tempo, a partire, come si è detto, dalla scelta di adottare un’identità virtuale, concepita all’epoca in opposizione alla crescente spettacolarizzazione e brandizzazione dell’artista.

 

Benché, dunque, la mostra sviluppi alcuni concetti chiave dell’opera di Tubi, la sua ricerca appare ora declinata secondo soluzioni diverse sotto il profilo tecnico-formale e ideativo rispetto alla sua più nota produzione di quadri digitali realizzati negli anni Novanta e Duemila.”

Ci puoi anticipare/raccontare meglio come è stata concepita la mostra, o meglio, dettagliarci i singoli cicli?

“Il primo è pensato per la mostra irrealizzata dal titolo shakespeariano La materia di cui sono fatti i sogni. E’ composto da due diverse serie di opere monocrome strettamente legate tra loro: la prima è formata da quadri di colore argento attraversati da bande verticali, in riferimento alle zip painting di Barnett Newman, ma contenenti frammenti di capelli e peli dell’artista, che include così nell’opera il suo DNA, potenzialmente rivelatore della sua identità nascosta, dando a queste opere il valore di un autoritratto.

La superficie dipinta d’argento è trattata seguendo le tecniche della fotografia delle origini e, se esposta ai vapori di mercurio come le lastre specchianti degli antichi dagherrotipi, dovrebbe, secondo le intenzioni dell’artista, fare emergere il suo ritratto fotografico.

La seconda serie è invece composta da quadri monocromi realizzati con lacerti di pellicce appartenute alla madre e alla nonna dell’artista: con la loro qualità tattile le pellicce sembrano trattenere la memoria tangibile di chi le ha indossate, evocando il ricordo del contatto fisico vissuto nell’infanzia dall’artista.

Si tratta dunque, in entrambi i casi, di opere di natura autobiografica, legate al ricordo e alla sfera personale, che alla luce della sparizione dell’artista (di cui non si conoscono età, generalità e sesso) assumono un carattere ambiguo e paradossale.”

La seconda mostra irrealizzata?

“Ha titolo Remake Remodel – Women in Revolt, comprende l’opera A Collection of Male Inducted Stereotypes: raccolta di cartoline 3d a soggetto erotico, risalenti agli anni Settanta, che compongono un campionario di immagini in cui il corpo della donna è rappresentato come feticcio pronto al consumo.

Donne di paesi ed etnie diversi vengono ritratte in pose stereotipate, frutto dello sguardo maschilista e colonialista che permea la cultura visiva dell’Occidente tardocapitalista. Per la stessa mostra era pensato anche il trittico Tribute to LGBTQ Pioneers, basato sull’ingrandimento di cartoline fotografiche degli anni Venti, realizzate con l’uso di finti fondali, all’epoca molto diffusi nelle fiere popolari.

In questo caso Tubi presenta immagini dove sono le donne a scegliere le modalità con cui ritrarsi, in coppia e in abiti maschili, sfidando modelli di rappresentazione canonici e soprattutto facendosi interpreti di nuove identità che sfuggono e confliggono con i ruoli dominanti del sistema eteronormativo.

A questo corpus di lavori appartiene anche l’ingrandimento di un’altra fotografia trouvée, realizzata anch’essa in una fiera popolare, dove compare una donna che, colpendo con un fucile un bersaglio collegato a un otturatore fotografico, si ritrae nell’atto di sparare con al suo fianco un uomo, presumibilmente il compagno.

L’immagine originaria era piegata in modo da nascondere la presenza maschile, come se la donna se ne fosse voluta liberare, azzerandola: la fotografia si trasforma così in una sorta di autoritratto della donna che assume un alto valore simbolico.”

La terza esposizione irrealizzata riguarda i paesaggi, un genere su cui Tubi ha a lungo lavorato…

“Sì, e vero. La mostra della terza sezione è stata progettata nel 2008 con il titolo Paesaggi. Comprende una selezione di quadri digitali, parte della sperimentazione più conosciuta di Tubi degli anni Novanta e Duemila…”

Ma le opere recano qualcosa di altro, uno sguardo critico sulla realtà e sulla situazione globale mondiale…

“Sì, tutto qui  ruota intorno a temi legati al conflitto e alle trasformazioni geopolitiche: dai flussi migratori in Human Migration, alle trasformazioni climatiche in Desert Snow, dal conflitto israelo-palestinese in Betlemme Landscape, alle odierne forme di controllo in Air Control.”

Torna la graffiante vis politica di Tubi, che qui si amplifica…

“Certamente, ma è pur vero che il contenuto politico non è espresso in modo esplicito: le immagini si aprono a letture ambivalenti, perché sono modellate sugli schemi formali della comunicazione mediatica o della tradizione pittorica: in Betlemme Landscape, ad esempio, la scena è rappresentata secondo una rilettura moderna dei canoni idealizzanti della pittura romantica di paesaggio.

Una modalità, questa, che solleva interrogativi di ordine etico ed estetico: può “il dolore degli altri” essere raccontato seguendo i canoni del bello? Bellezza e atrocità sono termini antitetici?”.

E ora veniamo al quarto blocco di opere, quelle più chiaramente legate al “proprio specifico” e al linguaggio dell’Arte…

“In questa serie di opere dal titolo Autografo ma non autentico, Tubi, riprendendo una soluzione già usata nei primi anni Novanta in opere come Terrorist.txt o Virus.txt, compila un elenco di espressioni e lemmi riferiti al mercato dell’arte, riconducibili allo stesso campo semantico dell’autenticità, nozione ritenuta un valore indispensabile per decretare la fortuna critica di un’opera e soprattutto la sua valorizzazione in termini culturali ed economici.

La serie ha una gestazione lunga: iniziata nel 1994, come omaggio ad Alighiero Boetti appena scomparso, è stata più volte rielaborata nel corso del tempo ed è presentata qui nella sua veste definitiva. Il progetto si presenta come una tassonomia che critica l’eccesso di tecnicismi e i paradossi del linguaggio burocratico diffusi nel mercato dell’arte e soprattutto riflette sullo statuto ambiguo del limite tra vero e falso.”

Non chiamatela più pittura digitale, questa di Giuseppe Tubi: il digitale è uno dei mezzi e linguaggi usati, necessari alla sua ricerca di contaminazione e metalinguaggio; la sua arte è, come ho premesso, concettualistica.

Info mostra

  • Giuseppe Tubi. Antologica delle mostre irrealizzate 2008-2018
  • Inaugurazione venerdì 29 novembre 2019 ore 18.30
  • Apertura della mostra fino al 15 febbraio 2020
  • Galleria Mascherino, Via del Mascherino 24 Roma
  • Contatti: tel: 3382699414; galleriamascherino@gmail.com
  • Orario: dal martedì al sabato ore 16.00-19.30
Barbara Martusciello

Barbara Martusciello

Barbara Martusciello è Storico e Critico d’arte, curatore di mostre, organizzatrice di eventi culturali e docente. Ha collaborato con riviste di settore, con i quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", il settimanale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente con altri quotidiani ("Il Manifesto", "Gli Altri") e periodici ("Time Out" - Italia"); è stata parte attiva nel progetto che ha dato vita, a metà anni '90, della prima rivista via fax di Arte ("Artel") e di Architettura ("Architel") e scrive regolarmente di Arti visive e cultura. Ha avuto la direzione artistica di spazi privati e gallerie; ha curato centinaia di cataloghi e di mostre in spazi pubblici e privati, attività che svolge tutt’ora. Docente di Storia dell’Arte e di Storia della Fotografia in diversi Istituti Superiori, è stata titolare di moduli didattici di Storia delle Arti Visive (Scuola Romana di Fotografia; Istituto Superiore di Fotografia e Comuniczione Integrata; Università del Design Istituto Quasar; etc.). E' stata ed è divulgatrice anche attraverso Master (Istituto Europo del Designa; Università Europea), Giornate di Studio (Università di Roma La Sapienza; Galleria Nazionale d'Arte Moderna, Roma) e convegni, seminari, workshop, conversazioni. Tra questi: per Zetema Progetto Cultura con Roma Capitale nell’ambito di Racconti di Storia dell'Arte; per il FAI nell’ambito di Visti da Vicino; per la Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma nell'ambito di L'artista, L'Opera, Il Museo; per Roma Design Lab (Creatività e Rigenerazione urbana: scenari nazionali e internazionali, casi di studio - Riconoscimento 3 C. F. dall'Ordine degli Architetti di Roma). Ha scritto alcuni libri e suoi saggi sono nei più recenti volumi "Le grandi pittrici nei secoli d’oro dell’arte – Un affascinante viaggio attraverso tre secoli di pittura al femminile" Keidos, Roma, 2018; "Guerra e Architettura" di Lebbeus Wood e "Ricostruire la moda italiana" di Nicola White (entrambi di Deleyva edit.); suoi testi critici aprono i libri fotografici "Sogni d'Acqua. Lungo il Mekong", Electa-Mondadori ediz., 2014 e “Finding Homer”, PostCart 2015. Ha ideato e curato la prima edizione del Concorso e della Residenza fotografica in Murgia nell'ambito di MurgiAMO (2014) e ha collaborato con Roma Design Lab 2014, piattaforma tra istituzioni e privati dedicata al Design, all'Architettura, alla Creatività e alla rigenerazione urbana: per entrambe, art a part of cult(ure) è stata Mediapartner. Ha collaborato e collabora con vari webmagazine e piattaforme culturali (MyWhere; Rotarian Gourmet; Roma on the Road), cura attività didattiche e culturali all’interno di artapartEvents. Membro della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per conto della Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano, ora in rimodulazione, ha avuto incarico nel MUSAP-Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara) per cui ha seguito l'area dell'Arte Visiva Contemporanea e ha curato mostre tra cui "Arazzeria Pennese-La contemporaneità del basso liccio", con importanti artisti contemporanei, MACRO, Roma, 2017. Responsabile del settore Arti Visive allo spazio polifunzionale e StartUp Howtan Space Roma per il quale cura serie di mostre fotografiche, ha recentemente curato una prima mostra con cui ha inaugurato per la prima volta in assoluto la sala espositiva della magnifica Stazione FI Napoli Afragola di Zaha Hadid.
E' Cofondatrice e Editor-in-Chief del webmagazine "artapartofcult(ure)"

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