Che bella la copertina del vinile Elvis Presley, forse il pezzo più raro della discografia italiana di Elvis The Pelvis, distribuito nell’ottobre 1956 e primo LP di Elvis di nazionalità nostrana.

Stampato in più versioni grafiche – una con etichetta nera, una blu; una con la scritta rosa chiara a cui fu poi preferito un tono di rosa più forte – l’album, che uscì il 23 marzo 1956 con la RCA Victor, fu il primo a vendere un milione di copie e raggiunse il primo posto nelle classifiche americane, aggiudicandosi anche il Disco di platino della RIAA.
In Italia, dove la rivoluzione internazionale Rock è arrivata dopo, lo abbiamo avuto più tardi, ed è stato comunque uno… tsunami, anche relativamente alla sua composizione tipografica.
Non che nel nostro paese ci mancassero esempi grandiosi di graphic design anche nel campo dei vinili – come vedremo: ma questo fu senza dubbio un esemplare a suo modo sovversivo e… da scossone. Perché? Per via di caratteristiche pionieristiche che oggi definiremmo… queer.
Infatti, quel rosa chiaro scelto per la scritta (quella che precede la verde del titolo), colore che nell’allora immaginario stereotipato del costume – non solo italiano – si associava al mondo femminile, (quello che precede quello verde del titolo), colore che nell’allora immaginario stereotipato del costume – non solo italiano – si associava al mondo femminile, deflagrava con la comunicazione machista e sessualmente esplicita di The King of Rock ’n’ Roll.
Proprio per questo è da considerarsi un must, straordinariamente innovativo, oltre per il gran lavoro fotografico di William V. “Red” Robertson di Robertson & Fresch che lo immortalò al Fort Homer Hesterly Armory di Tampa, in Florida, il 31 luglio 1955. Popsie Randolph, a lungo ritenuto l’autore dello scatto, firmò foto sul retro della copertina (prese a New York City nel dicembre 1955).
Non meraviglia che geniacci sagaci come The Clash citassero Elvis, quel debutto e soprattutto proprio quell’inconsueta copertina per il loro London Calling del 1979.
Queste e altre chicche si possono vedere nella bellissima mostra Immaginari Rock nell’era del vinile, curata da Stefano Dello Schiavo all’Auditorium Parco della Musica di Roma.
Dello Schiavo, che è un raffinato collezionista anche di rarità discografiche, è stato già protagonista di precedenti esposizioni sul tema: Synchronicity. Record Covers by Artists (2010), dedicata alle copertine firmate da artisti visivi e Grandi fotografi a 33 giri (2012), incentrata sulle cover realizzate da celebri fotografi.
Tutte hanno palesato una connessione molto interessante tra musica e immaginario visivo che ha trovato proprio nelle copertine del disco spazio fertile per la fantasia e non solo.
Come ci dice lui stesso:
“sono state un potente strumento di espressione artistica e comunicazione culturale, con esiti talvolta molto radicali”.
Non dimentichiamolo: allora i vinili erano piuttosto grandi, anche i singoli, pertanto lo era anche la superficie grafico-artistica destinata alla composizione creativa e promozionale che in uno spazio adeguato poteva godere di grandi soddisfazioni espressive.
Questo sin da quando la copertina del disco divenne lavorata, molti decenni fa: tra i contributi imprescindibili, quello di Alex Steinweiss, creativo e direttore artistico alla Columbia Records che ne 1939 comprese l’utilità di rendere il packaging più di un semplice involucro di protezione del disco in gommalacca.
Che via via si fa iconica. Si pensi alla citata copertina di Elvis, a quella allusiva e irriverente di Andy Warhol per i Velvet Underground & Nico (Velvet Underground, 1967) o all’audace Abbey Road dei Beatles (1969: da un’idea di Paul McCartney e foto di Iain Stewart Macmillan) in cui per la prima volta manca volutamente il nome della band e il titolo dell’album…
L’esposizione all’Auditorium progettato da Renzo Piano presenta più di 150 copertine cool (e ci sono anche 4 opere pittoriche, pure della collezione Dello Schiavo e legati alla musica) che dipanano narrazioni anche d’arte: in un loro specialissimo modo.
Come conferma il collezionista e qui curatore:
“questi cimeli ci raccontano come, tra la seconda metà degli anni ’50 e la fine degli ’80, la grafica discografica sia diventata un fenomeno culturale non riservata a pochi appassionati”.
Non furono solo suggestionate da mode, stili ed estetiche presenti e passate – e non esclusivamente giovanili – ma a loro volta le hanno influenzate fortemente e radicalmente e in tutti i casi alimentandosi di suggestioni variegate e contaminazioni linguistiche; e non ignorando le tensioni politiche e le lotte femministe (si pensi a Gianni Sassi, Antonietta Laterza e Nadia Gabi per Alle Sorelle Ritrovate, Cramps 1975; o ad Art Studio L.A.L. Steiner, Anna Steiner e Franco Origoni per Giovanna Marini de I Treni Per Reggio Calabria, I Dischi Del Sole, 1976; o a Uscita di sicurezza di Teresa Gatta).
L’esposizione, concentrata sul periodo di massimo splendore del vinile, si articola in sezioni tematiche e autoriali che mettono in luce la creatività dei graphic designer italiani e internazionali – Mario Convertino, Cesare Monti, Gianni Sassi, Roger Dean, Rick Griffin, Martin Sharp – e di studi affermati come Hipgnosis, a cui si devono alcune delle cover più iconiche della storia della Rock Musıc.


Va ricordato che fino a circa il 1964, la grafica Rock era piuttosto basica rispetto a quella più ricercata della musica classica e jazz e che la svolta decisiva arriverà dalla metà degli anni Sessanta, quando le band e le Case discografiche compresero quanto la copertina del vinile fosse parte integrante non solo dell’immagine caratteristica del gruppo ma anche e soprattutto del suo messaggio musicale.
Una sua estensione, diciamo, che diverrà la mecca dei collezionisti del genere. Insomma, così si sviluppò un’identità visiva di volta in volta coerente con lo stile sonoro che si andava a raccontare (e a vendere).
È così che nacque quello stretto legame tra musica e immagine, testimoniata dalle copertine psichedeliche, hippy e visionarie di Beatles, Rolling Stones, Grateful Dead, Frank Zappa, David Bowie, Kraftwerk ma anche di Franco Battiato (strepitosa quella di Pollution, ed. Bla Bla, album ispirato al distopico Il mondo nuovo di Aldous Huxley e sperimentale trattazione del tema dell’inquinamento che Gianni Sassi e Mino di Cecco indicano con carattere avanguardista sulla copertina).

Apprezziamo la presenza in mostra, sempre attraverso la comunicazione visiva – spesso integrata – di altri protagonisti della Controcultura che trovarono una delle sue espressioni più radicali nell’estetica punk dei Sex Pistols, di Richard Hell, Ramones, X-Ray Spex (pure presenti in mostra) e di cui Stefano Dello Schiavo marca l’importanza:
“Il punk, attraverso il rifiuto dei codici visivi dominanti e l’adozione di uno stile estremo e provocatorio, imprime una svolta radicale nella storia del design musicale, trasformando la copertina in uno spazio di dissenso visivo e di sperimentazione politica, in aperta opposizione alle logiche dell’industria culturale”.
Ma non basta, perché in questo ambito nuovo e di intrigante libertà di verifica, proprio il supporto discografico “si configura sempre più come un territorio ibrido, capace di attrarre autori provenienti da ambiti contigui ma autonomi, come il fumetto d’autore”.
Ecco quindi che autori tra i quali Robert Crumb, Guido Crepax, Hugo Pratt e Andrea Pazienza riconoscono nelle copertine la possibilità di articolazioni espressive: “un laboratorio grafico in cui linguaggio musicale e narrazione visuale si intrecciano in forme spesso audaci”.
In questo senso, un elenco di grafici e artisti, di band e di edizioni sarebbe assai riduttivo e vi rimandiamo a qualche immagine scattata in mostra e all’esposizione; senza dimenticare di citare alcune opere pittoriche che evidenziano lo scambio reciproco tra grafica musicale e arti visive contemporanee:
“Sì: i graphic designer guardano con interesse alle avanguardie artistiche, mentre molti artisti si ispirano alle atmosfere e alle iconografie delle cover. Ne sono esempi emblematici le opere di Pablo Echaurren, Giuseppe Tubi e Prof. Bad Trip” anch’esse in esposizione.

Informazioni Immaginari Rock nell’era del vinile
- A cura di Stefano Dello Schiavo
- mostra promossa dalla Fondazione Musica per Roma
- AuditoriumArte – Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, Roma.
- dal 20 giugno al 6 agosto 2025 e dal 29 agosto al 9 settembre 2025
- Orari: tutti i giorni dalle 17.30 alle 21.30 – Ingresso libero

Con una Laurea in Storia dell'Arte, è Storica e Critica d’arte, curatrice di mostre, organizzatrice di eventi culturali, docente e professionista di settore con una spiccata propensione alla divulgazione tramite convegni, giornate di studio, master, articoli, mostre e Residenze, programmi culturali, l’insegnamento, video online e attraverso la presenza attiva su più media e i Social.
Ha scritto sui quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", sul settimanale culturale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente su altri quotidiani nonchè su periodici e webmagazine
Ha curato centinaia di mostre in musei, gallerie e spazi alternativi, redatto innumerevoli cataloghi d’arte e scritto saggi in altri libri e pubblicazioni: tutte attività che svolge tutt’ora. Ha fatto parte della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano e è stata Art Curator dell'area dell'Arte Visiva Contemporanea presso il MUSAP - Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara), per il quale ha curato alcune mostre al MACRO Roma e in altri spazi pubblici.
E' Presidente del CoAC_Commissione Arte e Cultura della nota fondazione no profit Retake Roma.
È cofondatrice di "art a part of cult(ure)” di cui è anche Caporedattore.
































Bellissima mostra! Ma anche l’articolo brava Barbara.
Grazie Pino!