ultimi articoli dell'autore

A che gioco stiamo giocando? Da campo d’esperienza a dispositivo critico nell’arte

di Barbara Martusciello

Nel dibattito teorico pluridisciplinare del Novecento relativo al concetto e alla natura del ludico, questo cessa di configurarsi come una mera parentesi ricreativa o intrattenimento (pur soddisfacente e formativo) per rivelarsi un vero e proprio dispositivo di inedita conoscenza dell’essere, di nuovo modo di esistere o di intendere la realtà.

Già Johan Huizinga (Homo ludens, 1938), riconosceva nel ludico il fondamento primario della prassi formativa e della comprensione: cultura e società non nascono dal gioco come semplice evoluzione, ma si sviluppano nel gioco e come gioco.

Il problema è quando il gioco è reso espediente per rendere digeribili decisioni e azioni che non riusciamo più a fermare, alle quali cui ci stanno persino anestetizzando: in molti ancora ricordiamo quanto la feroce, ignobile guerra nei Balcani (ex Jugoslavia) fosse fruita dalla massa davanti alla Tv e lì quasi tradotta in un videogioco a cui abbiamo assistito, via via senza nemmeno rendercene conto, assumendo su di noi una logica da gamification…

Ecco allora che porsi la domanda “ma è solo un gioco?!” dovrebbe svegliarci dal torpore di una muzak per la mente appositamente costruita in anni e anni di esperimenti sul controllo sociale e commerciale: hainoi, sino ad oggi ben riusciti.

Come reagire? Come, se non con l’arte visiva, la resistente, l’anti-mainstream, il non omologato alto e altro punto di osservazione sul mondo?

«[…] L’atto creativo è sempre un atto rivoluzionario perché è esso stesso a generare le regole del suo gioco, a comporle e a scomporle, a usarle o a non prenderle più in considerazione», scrive Anna Simone nel testo critico che accompagna la mostra alla Galleria Gilda Lavia di Roma.

Più precisamente, la collettiva titolata A che gioco stiamo giocando? apre (fino al 14 novembre 2026) un quesito e lascia agli artisti la possibilità di indicarci prospettive inedite sulla realtà e posizioni critiche attraverso le loro opere apparentemente leggere, giocose: che danno filo da torcere alla certezza sia della percezione, sia delle convinzioni del pubblico, sia, infine, alle sicurezze di certi equilibri mondiali e di una pur se imperfetta The Long Peace.

Elena Bellantoni, Marco Bernardi, Élle de Bernardini, Pamela Diamante, Lucia Marcucci, Sofia Mari, Claudio Martinez, Maria Eugenia Moya, Giancarlo Mustich, Leonardo Petrucci, Federica Rugnone hanno dato un loro personalissimo contributo a questa più o meno velata critica corale facilmente applicabile a quel che sta avvenendo nel mondo e che, un grado alla volta – come nella disturbante, celebre metafora della rana bollita di Noam Chomsky – ci sta portando verso una nuova e più pervicace distruzione globale.

Marco Bernardi (Roma, 1969) ha affrontato il tema con alcuni tessili a parete: arazzetti che riverberano vecchi videogiochi di guerra; e alcuni suoi emblematici imbottiti: tra questi, un’Italia trapuntata e sia un piccolo carrarmato sia un mini aereo che citano le armi inoffensive (nella realtà: ma non concettualisticamente) di Pino Pascali.

Questi di Bernardi sono gingilli creati per non fare male, quasi consolatori, feticci canzonatori, che fanno il verso a ben altri oggetti d’aggressione (ché chiamarli di difesa oggi appare inattuale), che saltano e ci fanno saltare a piè pari nel modo e nel mondo giocattolo non smemorando mai, però, quelli per nulla inoffensivi. Del resto, l’artista lo sa bene: anche Pulcinella, scherzando e ridendo, diceva verità…

immagine per Marco Bernardi, una delle opere, Carrarmatino
Marco Bernardi, una delle opere, Carrarmatino

Giancarlo Mustich (Taranto, 1986), vicino di studio di Bernardi (i due hanno atelier nell’area del Quadraro di Roma) ha trovato la sua chiave di volta dopo un periodo di sperimentazione essenzialmente pittorica.

Ha realizzato due grandi disegni calligrafici che, segno dopo segno, uno su fondo bianco, uno su nero, plasmano corpi umani che, in un non-luogo immaginario, sembrano marionette mobili e soldatini di piombo che, alla Muybridge, scandiscono passo dopo passo il proprio movimento, ma forse anelando a un personale centro di gravità permanente… che il nostro mondo sembra decisamente averci tolto e più globalmente aver perso del tutto.

immagine per Giancarlo Mustich - ph. B. Martusciello
Giancarlo Mustich – ph. B. Martusciello

Claudio Martinez (Roma, 1968) con il suo Suspended – fotografia, resina poliestere e barattoli di vetro – che ha origine nel lontano 2008, mette in fila una breve serie di foto di corpi sospesi dentro provette-barattoli pieni di quello che appare come un liquido da laboratorio.

Il tropo sembra eloquente ed è in ogni caso sempre potentissimo; è quello dei corpi immersi in acquosi o gelatinosi elementi e fa parte di una lunga cinematografia fantascientifica ed anche apocalittica.

Martinez, consciamente affida alla visione, pure ad un primo sguardo angosciosa, una possibilità duplice (come duplice si conferma l’interpretazione dei fruitori, come diremo): quei soggetti lì congelati ma vivi, e studiati, decideranno di agire e di mostrarsi, o resteranno immobili rischiando di essere derubricati come non rilevanti?

La scelta è tutta loro, ma l’artista ferma la narrazione sulla soglia decisionale. Parlando con l’autore, è sottolineata da lui stesso come quest’opera sia anche una sua «riflessione sulla fotografia intesa come fossile istantaneo», toccando ragionamenti ben definiti da Susan Sontag.

Di fronte a questo mondo immaginario e simbolico i fruitori potranno percepire maggiormente una o l’altra opzione oppure restare anch’essi sulla linea di confine in cui quegli umani in teca sono stati posti, in dubbio sul tipo di gioco che decideranno di portare avanti.

 

Leonardo Petrucci (Grosseto,1986; vive e lavora a Roma) ci spiazza ogni volta con opere ogni volta differentissime: qui due quadri con rispettivi primati, o più precisamente la raffigurazione di scimpanzé, non ci indicano una pur riuscitissima rappresentazione mimetica, fotografica, ma un’immagine allegorica ed epistemologica: con questo animale, che mette in campo l’evoluzionismo darwiniano e la sentinella sci-fi di Arthur C. Clarke e poi sceneggiata per Stanley Kubrick (2001: Odissea nello spazio, 1968.

L’artista sembra porre una sua indagine sui confini tra natura e artificio, sulle origini della coscienza, la dimensione spirituale-cosmica e le ramificazioni del pensiero scientifico e tecnologico.

L’osservato così come l’osservatore sono alla pari, posti davanti alla scintilla, momento primordiale del risveglio cognitivo, allontanando la lettura a senso unico di una lunga tradizione occidentale (G. Agamben, L’aperto. L’uomo e l’animale, Bollati Boringhieri, Torino 2002) e rievocando le suggestive ipotesi antropologiche sulla nascita della mente simbolica e della percezione del sacro (si consideri: Terence McKenna, Food of the Gods: The Search for the Original Tree of Knowledge, Bantam Books, New York 1992).

In un’altra sala, con i ludici idolini di Bernardi, trova il suo posto sempre Petrucci, che con Global WARming, indica esplicitamente il gioco con un tubo trasparente in cui sono ammassate pedine degli scacchi tutte uguali, bianche, su un tappeto-mappa, a onorare Boetti e a citare Duchamp, che è stato, come si sa, anche le roi des échecs… Contenitore e contenuto, collocati su quel morbido tappeto-scacchiera che reca anche una geografia del mondo, esibiscono un riferimento per nulla casuale.

Le artiste donne – che sono molte – hanno portato questioni di genere, femministe, sui cliché e in ogni caso legate a una visione politica che le riguarda e ci riguarda tutte.

Sembrerebbero dirci, con le loro opere, anche che, con la gonna più lunga o corta, e affidabili, serie, più stabili, oppure appariscenti (!!) – secondo gli ormai noti e retrivi suggerimenti al figlio del nostro Ministro Tajani – vogliamo, comunque sia, essere libere. Ovunque. Sempre. E vive.

Elena Bellantoni (Vibo Valentia, 1975) ripropone un’opera video e performativa del 2021, Pensate domani è la fine del mondo, titolazione da una paradigmatica citazione – oggi quanto mai profetica – dal film Nostalghia (1983) di Andrej Tarkovskij e da un’inquadratura emblematica.

Nell’azione e nel congiunto video di Bellantoni non c’è nulla della (presupposta) follia del personaggio cinematografico (Domenico, interpretato da Erland Josephson) ma la sintesi concettualistica vi si avvicina.

L’artista calabrese ha realizzato la performance che, sulla capitolina scalinata del Vignola al Campidoglio, richiamando una delle scene filmiche nella coreografia, vede però delle donne vestite di nero con maschere da corvo a far da folla organizzata. Agitano le braccia, come nel tentativo di volare, e ad un certo punto dalla Bellantoni prendono in mano ognuna una lettera di ottone che alla fine compone il citato monito.

Versi d’uccello e respiro fanno da colonna sonora. L’umanità ha perduto l’empatia e la pietà, la sciagura è nuovamente alle porte, il corpo femminile e quello dell’arte (e dell’artista) vi sono coinvolti, ribelli. Sono travolti o si pongono come ultimo baluardo e sentinella; anche il linguaggio entra in campo, come anche nella serie di quadretti tragicomici attinenti pure al corpo femminile e femminista, in mostra; ma tale idioma ha un suo potere o lo ha perduto?

Quel che è certa è la forza allegorica di quei lemmi ricomposti e della connessa azione lirica lasciata come avvertimento: qui evocato e infine palesato, e reso ancor più eloquente nella scultura da parco giochi per bambini, a forma di asse basculante ma reso tagliente, L’età dell’oro-dondolo, 2021, esposto in mostra.

Ma è quella performance restituita in video, con quella precisa coreografia e il travestimento-corvo, ad assurgere con più prorompenza a testimonianza, speranza e sprone, perché sì: «Pensate domani è la fine del mondo». E bisogna decidere: o adesso o mai più. E da che parte stare.

Anche Maria Eugenia Moya (Lima, Perù, 1985) sa da che parte stare… Aguzze e minacciose, le sue bellissime ceramiche smaltate richiamano utensili della quotidianità ugualmente trasformati nella struttura, nell’uso (o non uso: è arte!) e nel senso.

Infatti, convocano strumenti della cucina – grattugia, mestoli, coltelli etc. – come stereotipi del femminile (di quel focolare di antica memoria e oggi concetto antiquato e ancora patriarcale) a cui, con un leggero ma sostanziale scatto manipolatorio, di ibridazione, è dato un nuovo contenuto: per nulla docile.

Caustiche più che ironiche, perturbanti più che ludiche, simboliche più che raffigurative, queste sculture esplorano il rapporto complesso e spesso conflittuale tra il corpo umano, l’identità, la percezione e gli oggetti domestici mettendo in discussione i sistemi di valore acquisiti, ripetutamente iniqui soprattutto, e ancora, per le donne.

Pamela Diamante (Bari nel 1985), impossibilitata a sottrarsi alla sua essenza di artista – come ci disse qualche anno fa, mette a punto, con la sua ricerca e con un vocabolario linguistico eterogeneo – installazione e ambientazione, scultura, video, assemblaggio e performance – una serrata indagine analitica sulle logiche di potere e dominazione, sulla vulnerabilità dei corpi, sulle geografie della marginalità (e anche sulle frizioni tra presenza antropica e l’ecosistema).

Tecniche di distruzione di una cultura riporta quella machista: la scultura ha la forma di un grande bilanciere da palestra e culturismo ma trattando pure degli stereotipi sul Sud, dato che i pesi sono come tamburelli; Il personale è politico è un quadro polimaterico che, convocando una storica frase femminista, porta in sé anche una storia più privata, meno pubblica, quella della sua famiglia emigrata in Venezuela, territorio oggi conteso e controverso.

Queste, come tutte le sue opere, si fanno contenitori e megafono di tensione critica, prassi etica della resistenza, sistema che congloba e trasforma preconcetti, subalternità e invisibilità – sociale, di genere, o ecologica – in eccellente dispositivo di contro-narrazione.

Sofia Mari, musicista ed artista dal cognome preso in onore di sua nonna, ci consegna, con collage e assemblaggi di materiali poveri, colori e anche la possibilità di rispecchiamento del pubblico nell’opera, e affidando ad esempio a lemmi separati e in lingua inglese (WHY NOT YOU: un quesito), una trattazione sul desiderio, «[…] mettendoci anche in guardia dal pericolo narcisista, assai vivo nell’era della gamification», ci dice Anna Simone nel testo che accompagna la mostra.

immagine per Sofia Mari - ph. Paolo Di Pasquale
Sofia Mari – ph. Paolo Di Pasquale

Élle de Bernardini (Itaqui, Brasile, 1991), formatasi nella danza classica presso la Royal Academy of Dance di Londra e laureata in Filosofia, unisce la disciplina del movimento rigoroso e la speculazione teorica per disarticolare le strutture eteronormative ed eurocentriche della storia dell’arte.

Qui ci presenta un inedito alfabeto graffitato – come arcaico ritrovamento archeologico – su pelle nera «[…] quasi a volerci ricordare l’importanza della “coscienza negra” in Brasile, ma anche la necessità di pensare la sessualità al di là degli statici giochi di ruolo voluti dalla norma eterosessuale», sottolinea Simone.

immagine per Élle de Bernardini, una delle due opere - ph. Barbara Martusciello
Élle de Bernardini, una delle due opere – ph. Barbara Martusciello

Lucia Marcucci (Firenze, 29 luglio 1933), tra le più importanti artiste dell’arte verbo visiva di storica tradizione, lavorando decostruendo i linguaggi della pubblicità, dei mass media e della cultura patriarcale del dopoguerra (ma sino ai giorni nostri), porta nelle sue opere un impegno resistenziale e femminista: appropriandosi delle immagini patinate dei rotocalchi e dei messaggi consumistici, ne ribalta i significati per denunciare anche l’oggettificazione del corpo della donna.

Nella serie di magnifiche opere in mostra, tra le quali Kapital wolf, e come rileviamo in tutta la sua densa produzione, caratterizzata da un’ironia dissacrante, è costantemente predominante il senso critico e un’inedita commistione tra parola, segno e immagine iconica.

Federica Rugnone (Prato 1987), analizza le gerarchie e le prevaricazioni del potere e del privilegio, quindi le questioni di genere (specialmente femminili e femministe), politiche, culturali e inevitabilmente di intersezionalità; e anche il rapporto oggi sempre più disarmonico e predatorio dell’essere umano (anche nei confronti della Natura).

Smonta ogni dato di fatto, status quo e canone autoritario e oppositivo e ne svela distorsioni, disparità, iniquità e violenza, ricomponendo in senso critico e militante una sua geografia di oggetti, immagini, parole, simboli, poetica ed etica atta a denunciare.

Con questo materiale estetico e concettualistico non (si) scherza: Fai la brava (2025) riporta, con incisioni laser, dieci frasi in persiano (iraniano) e italiano su rispettive cesoie in acciaio.

Il titolo riporta una delle frasi che tutte noi, bambine e poi donne, abbiamo sentito ripeterci e ripetere in ogni salsa, mai con una versione al maschile rivolta agli uomini ma sempre atta a frenare la libertà, ad avvilire e dominare il femminile ed ogni eventuale azione di emancipazione.

Con questa sua installazione a parete di questi appuntiti utensili modificati, Rugnone trasforma il senso del taglio – della lingua, dei capelli, dei diritti, della stessa vita – aggressivo, intimidatorio, punitivo e di cancellazione in dispositivo di empowerment: ribelle cerimoniale contemporaneo e consapevole della rottura e della rigenerazione che si attua attraverso il corpo femminile e la sua memoria collettiva (e politica).

A che gioco stiamo giocando? non è una domanda retorica così come la mostra non è neutrale: e come potrebbe esserlo oggi l’arte ed ogni altra produzione intellettuale e creativa? Anche Anna Simone ce lo dice chiaro e tondo:

«[…] per essere davvero tale anche l’arte deve prendere coscienza del mondo in cui viviamo, trasformarsi in linguaggio sociale e culturale, politico, essere singolare e collettiva allo stesso tempo […] creando nuove regole e nuovi mondi, nonché nuovi modi di pensare il linguaggio creativo inteso come processo di trasmissione culturale, possibilmente accessibile a tutti».

Informazioni: A che gioco stiamo giocando?

immagine per barbara martusciello
+ ARTICOLI

Con una Laurea in Storia dell'Arte, è Storica e Critica d’arte, curatrice di mostre, organizzatrice di eventi culturali, docente e professionista di settore con una spiccata propensione alla divulgazione tramite convegni, giornate di studio, master, articoli, mostre e Residenze, programmi culturali, l’insegnamento, video online e attraverso la presenza attiva su più media e i Social.
Ha scritto sui quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", sul settimanale culturale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente su altri quotidiani nonchè su periodici e webmagazine
Ha curato centinaia di mostre in musei, gallerie e spazi alternativi, redatto innumerevoli cataloghi d’arte e scritto saggi in altri libri e pubblicazioni: tutte attività che svolge tutt’ora. Ha fatto parte della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano e è stata Art Curator dell'area dell'Arte Visiva Contemporanea presso il MUSAP - Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara), per il quale ha curato alcune mostre al MACRO Roma e in altri spazi pubblici.
E' Presidente del CoAC_Commissione Arte e Cultura della nota fondazione no profit Retake Roma.
È cofondatrice di "art a part of cult(ure)” di cui è anche Caporedattore.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *