Inedito Ed Van der Elsken. La fotografia, la cultura giovanile e ribelle e il ritrovamento di Feest

“Non sono un giornalista, un reporter obiettivo, sono un uomo con simpatie e antipatie.”
Ed Van der Elsken

Ed (Eduard ) Van der Elsken (Amsterdam, 1925 – Edam, Paesi Bassi, dicembre 1990) è un fotografo e regista olandese apprezzatissimo a livello internazionalmente che si avvicina alla fotografia nel 1947 affinandola nel  1950 con il trasferimento a Parigi, l’impiego all’agenzia Magnum per la quale stampava le foto di Henri Cartier-Bresson, Robert Capa ed Ernst Haas, parallelamente immortalando la vita ribelle e creativa dei giovani in città e poi delle controculture a Tokyo e Amsterdam dagli anni ’50 agli anni ’80 sempre con una declinazione vagamente tenebrosa, nichilistica, che lo differenzia da molti suoi colleghi del periodo.

Non è un caso che sia diventato un punto di riferimento di autori tra i quali Nan Goldin: per l’affetto verso i soggetti immortalati, la resa di situazioni e ambienti intimi ma allo stesso tempo per l’impietosa verità quasi cupa, mostrata senza filtri.

Le sue foto, infatti, si basano su uno stile documentaristico contaminato da espedienti narrativi, ovvero da reportage che accoglie allo stesso tempo la propensione alla costruzione di set ad hoc. Pur se alla base delle sue immagini c’è uno sguardo attento e consapevole, nonché partecipe, in ogni caso tutto appare fotografato grazie a uno scatto fortunato su una scena di volta in volta sbucata sul suo cammino, casuale.

Sono rese durante i suoi approfondimenti su Amsterdam, Hong Kong, Parigi, Tokyo e l’Africa e sono rappresentative “del loro tempo e tuttavia assolutamente senza tempo” (Dimitris Lempesis, 2017): lo sono le serie appartenenti al genere cosiddetto Street-Photography; quelle della vita quotidiana e del mondo giovanile; i suoi autoritratti ambientati e i ritratti (compresi quelli di transessuali giapponesi, di comunità border, delle prostitute etc.); di una adolescente Brigitte Bardot alle prove di danza a Parigi (1952); o l’intera serie Love on the Left Bank (1956), un romanzo fotografico dalla struttura filmica e l’atmosfera vagamente disperata, ispirato alla sua stessa vita a Parigi accanto a un gruppo di giovani bohémien, uno dei primi libri fotografici a catalogare la nascita della cultura giovanile ribelle in Europa e giocato seguendo una ideale protagonista, Ann, interpretata dall’iconica Vali Myers; oppure la foto di Chet Baker durante un concerto ad Amsterdam (1955), di Dizzy Gillespie (1958), Ella Fitzgerald, Sonny Rollins trio, Miles Davis e di altri musicisti Jazz (riuniti in un libro fotografico in bianco e nero, Jazz, 1959) o della ribelle vita a colori ad Amsterdam negli anni ’70.

Modernissimo nella resa fotografica, ha quasi anticipato la comunicazione per immagini di Social come Instagram.

Nel 2017 lo Stedelijk Museum gli ha dedicato una importante retrospettiva poi accolta a Parigi al Jeu de Paume e a Madrid alla Fundación Mapfre, e si credeva di aver visto quasi tutto sulla sua produzione, con un archivio di più di 11.000 immagini, date dall’ultima moglie, Anneke Hilhorst, al Rijksmuseum di Amsterdam e al Netherlands Photo Museum di Rotterdam: invece, è stata ritrovata dalla vedova una sua raccolta inedita e incompiuta Feest (festa)che è stata studiata e pronta per essere esposta al Rijksmuseum, evento fermato dal Covid19.

Stranamente mai ordinate né editate prima (forse perché impegnato nel fotolibro Sweet Life, articolato diario di viaggio e progetto seminale editato nel 1966), in queste foto – circa 134 –, animate da persone comuni oltre che da personaggi famosi, si vedono visite di Stato, balli in società, party di compleanno, veglioni di Carnevale, banchetti, luna park, concerti e altri momenti ludici di vario genere: qualcuno solenne (tra questi: il viaggio della giovane 31enne Regina Elisabetta II e del Duca di Edimburgo nei Paesi Bassi nel marzo 1958), la maggioranza meno paludata,  nel pieno dell’allegria ma anche nella calma che giunge dopo l’ebrezza dell’evento. Ma c’è di più, come ha dichiarato Taco Dibbits, direttore del Rijksmuseum:

“[…] Feest cattura un’epoca, dagli anni ’50 ai primi anni ’60 […], dai sorrisi alle lacrime. Vedi persone che si connettono e persone che lasciano andare. Soprattutto, vedi cos’è che unisce le persone”.

Barbara Martusciello

Barbara Martusciello

Con una Laurea in Storia dell'Arte, è Storica e Critica d’arte, curatrice di mostre, organizzatrice di eventi culturali, docente e professionista di settore con una spiccata propensione alla divulgazione tramite convegni, giornate di studio, master, articoli, mostre e Residenze, direzioni di programmi culturali, l’insegnamento, video online e attraverso la presenza attiva su più media e i Social. Ha scritto sui quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", il settimanale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente su altri quotidiani ("Il Manifesto", "Gli Altri"), su periodici e webmagazine; ha curato centinaia di mostre in musei, gallerie e spazi alternativi, occupandosi, già negli anni Novanta, di contaminazione linguistica, di Arte e artisti protagonisti della sperimentazione anni Sessanta a Roma, di Street Art, di Fotografia, di artisti emergenti e di produzione meno mainstream. Ha redatto e scritto centinaia di cataloghi d’arte e saggi in altri libri e pubblicazioni: tutte attività che svolge tutt’ora. E' stato membro della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per conto della Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano e Art Curator dell'area dell'Arte Visiva Contemporanea presso il MUSAP - Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara), per il quale ha curato alcune mostre al MACRO Roma e in altri spazi pubblici (2017 e 2018). È cofondatrice di AntiVirus Gallery, archivio fotografico e laboratorio di idee e di progetti afferente al rapporto tra Territorio e Fotografia dal respiro internazionale e in continuo aggiornamento ed è cofondatrice di "art a part of cult(ure)” di cui è anche Caporedattore.

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