Richard Serra, l’uomo d’acciaio e l’orologio

Richard Serra, poderoso artista, scultore che collabora in Francia da almeno tre decenni, e già pluripremiato, ha ricevuto la chiamata per la Legione d’Onore francese. A N.Y. l’ambasciatore francese negli Stati Uniti Gérard Araud gli conferirà (1 giugno 2015), in una gran cerimonia, la massima onorificenza francese nata nel lontano 1802.

Classe 1939, di San Francisco, pioniere tra pionieri, per quanto concerne i suoi punti di riferimento egli ha Brancusi, Alberto Giacometti, Philip Guston e il Diego Velazquez de Las Meninas che fu una rivelazione per il giovane Serra, che lo intese come un tentativo di prolungamento della pittura e di apertura all’esterno del quadro… Egli guarda anche all’Italia: Giotto, Donatello, Mantegna e una certa metafisica dechirichiana. Il nostro Paese lo accolse nel 1966, quando l’artista venne a Roma da esordiente: la Capitale fu il suo “trampolino di lancio” e un italiano – un triestino negli States – lo appoggiò, Leo Castelli, un altro italiano che credette in me, diventando il mio gallerista. Era un genio, il dealer più importante del secolo” (intervista all’artista di Alessandra Farkas, “la Lettura” – “Corriere della Sera”, cit. in http://www.dagospia.com/rubrica-31/arte/artspia-people-cos-parlo-richard-serra-koons-hirst-artisti-81325.htm).

Deriva anche dalla sua esperienza in acciaieria – dove lavorò per mantenersi agli studi – la sua propensione per i metalli pesanti (per denigrarlo qualcuno gli affibbiò il soprannome Uomo d’acciaio, dimenticando l’inevitabile associazione a qualche super-eroe marvelliano!), le grandi dimensioni e una monumentalità dichiarativa che lo contraddistinguono. A questo si aggiunge un’espressività decisa, attenta all’essenzialità delle forme, all’asciuttezza compositiva e alla messa in atto di un rapporto con la Natura in cui al dialogo si affianca quel perentorio intento di fare dell’Arte un linguaggio assertivo. In tale apparentemente semplice concettualità – in realtà assai complessa e in quegli anni coraggiosa, portata a sfidare status quo, accademia e preconcetti – si rintraccia quella volontà politica e attivistica che caratterizza la sua produzione e quella della sua generazione importante perché portatrice non di azione d’imperio – nonostante la preponderanza del gesto dell’arte e dell’artista – ma di sintassi.

Capace di gestire magnificamente territorio, misure, spazialità, ciò è forse dovuto anche alla sua passata intensa, strettissima frequentazione del mondo della danza, del  gruppo Judson Church, di Yvonne Rainer e della performer e allora compagna Joan Jonas; lo riconosce egli stesso: “They taught me more about space and movement and gravity than anyone else.” (“The Guardian”, 5 ottobre 2008) / “I ballerini erano i radicali veri. Mi hanno insegnato di più sullo spazio, il movimento e la gravità di chiunque altro.”

La sua tridimensionalità astratta totemica e per certi versi apodittica, che fu per questo contestata da alcune protagoniste e teoriche del femminismo storico, che la decodificarono come intimidatoria,“ultimo rantolo” muscolare che poneva questioni e temi maschili, rientra nella sperimentazione della Land Art, del Minimalismo e oggi della Pubblic Art; la sua ricerca pone l’arte come presenza “che entra a far parte di uno spazio pubblico e crea un tutt’uno con l’ambiente e lo spettatore, la cui esperienza individuale è l’unica vera protagonista”. (Alessandra Farkas, intervista cit.).  Nel suo lavoro, “the person who is navigating the space, his or her experience becomes the content.”  (“The Guardian”, cit.) / “la persona che naviga nello spazio, la sua esperienza, diventa il contenuto.” Così, tutto il rapporto consueto soggetto-oggetto è invertito. Non dimenticando il Futurismo – nonostante Serra non lo ami -, è vero che, come l’artista individua: La Chitarra di Picasso , un’opera tra dipinto e scultura, ha iniziato un processo inarrestabile continuato dai russi Vladimir Tatlin, Kazimir Malevic e El Lissitzly che hanno visto in quel quadro l’apertura dello spazio e la possibilità per il pubblico di interagire con l’arte.” (A. Farksas, intervista, cit.). Dunque alla sintassi, come dicevamo, si aggiunge la relazione. Nonostante talvolta questa non sia facile, come dimostra la vicenda del Tilted Arc, la lunga curva in acciaio che nel 1981 fu installata al Federal Plaza di Manhattan, non amata dalla cittadinanza e soprattutto dalle istituzioni americane, Ronald Reagan in testa, fu infine fatta rimuovere nell’89. 

Ma, disse Serra, “I don’t think it is the function of art to be pleasing” (“The Guardian”, cit.) / “Io non credo che la funzione dell’arte sia piacere”, e, soprattutto, compiacere, ed è vero che, a dar ragione all’artista e a Charles Baudelaire, spesso “Il pubblico rispetto al genio è un orologio che ritarda.”. Eppure, in pochi decenni lo ha saputo capire e apprezzare. Forse, grazie alla geometria e alla sua interpretazione anche un po’ psicologica: della curva. Che Serra usò e ad un certo punto introdusse nelle sue forme/sculture. Già: il “Modernismo era un angolo retto; l’intero 20° secolo era un angolo retto” (cit.), ma poi la dolcezza della spirale, che rimandava all’idea di morbidezza, di percorso inclusivo, di sinuosità possibiliste, a una certa attitudine maggiormente relazionale – ecco di nuovo che torna questa parola e il concetto – ha fatto il miracolo. E così quell’orologio si è sincronizzato.

 

Barbara Martusciello

Barbara Martusciello

Barbara Martusciello è Storico e Critico d’arte, curatore di mostre, organizzatrice di eventi culturali e docente. Ha collaborato con riviste di settore, con i quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", il settimanale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente con altri quotidiani ("Il Manifesto", "Gli Altri") e periodici ("Time Out" - Italia"); è stata parte attiva nel progetto che ha dato vita, a metà anni '90, della prima rivista via fax di Arte ("Artel") e di Architettura ("Architel") e scrive regolarmente di Arti visive e cultura. Ha avuto la direzione artistica di spazi privati e gallerie; ha curato centinaia di cataloghi e di mostre in spazi pubblici e privati, attività che svolge tutt’ora. Docente di Storia dell’Arte e di Storia della Fotografia in diversi Istituti Superiori, è stata titolare di moduli didattici di Storia delle Arti Visive (Scuola Romana di Fotografia; Istituto Superiore di Fotografia e Comuniczione Integrata; Università del Design Istituto Quasar; etc.). E' stata ed è divulgatrice anche attraverso Master (Istituto Europo del Designa; Università Europea), Giornate di Studio (Università di Roma La Sapienza; Galleria Nazionale d'Arte Moderna, Roma) e convegni, seminari, workshop, conversazioni. Tra questi: per Zetema Progetto Cultura con Roma Capitale nell’ambito di Racconti di Storia dell'Arte; per il FAI nell’ambito di Visti da Vicino; per la Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma nell'ambito di L'artista, L'Opera, Il Museo; per Roma Design Lab (Creatività e Rigenerazione urbana: scenari nazionali e internazionali, casi di studio - Riconoscimento 3 C. F. dall'Ordine degli Architetti di Roma). Ha scritto alcuni libri e suoi saggi sono nei più recenti volumi "Le grandi pittrici nei secoli d’oro dell’arte – Un affascinante viaggio attraverso tre secoli di pittura al femminile" Keidos, Roma, 2018; "Guerra e Architettura" di Lebbeus Wood e "Ricostruire la moda italiana" di Nicola White (entrambi di Deleyva edit.); suoi testi critici aprono i libri fotografici "Sogni d'Acqua. Lungo il Mekong", Electa-Mondadori ediz., 2014 e “Finding Homer”, PostCart 2015. Ha ideato e curato la prima edizione del Concorso e della Residenza fotografica in Murgia nell'ambito di MurgiAMO (2014) e ha collaborato con Roma Design Lab 2014, piattaforma tra istituzioni e privati dedicata al Design, all'Architettura, alla Creatività e alla rigenerazione urbana: per entrambe, art a part of cult(ure) è stata Mediapartner. Ha collaborato e collabora con vari webmagazine e piattaforme culturali (MyWhere; Rotarian Gourmet; Roma on the Road), cura attività didattiche e culturali all’interno di artapartEvents. Membro della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per conto della Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano, ora in rimodulazione, ha avuto incarico nel MUSAP-Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara) per cui ha seguito l'area dell'Arte Visiva Contemporanea e ha curato mostre tra cui "Arazzeria Pennese-La contemporaneità del basso liccio", con importanti artisti contemporanei, MACRO, Roma, 2017. Responsabile del settore Arti Visive allo spazio polifunzionale e StartUp Howtan Space Roma per il quale cura serie di mostre fotografiche, ha recentemente curato una prima mostra con cui ha inaugurato per la prima volta in assoluto la sala espositiva della magnifica Stazione FI Napoli Afragola di Zaha Hadid.
E' Cofondatrice e Editor-in-Chief del webmagazine "artapartofcult(ure)"

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