Al primo impatto, la copertina del volume Roma Special Effects di Pier Luigi Manieri mi ha colpita. “Toh – ho pensato – un quadro di Esteban Villalta Marzi, di quelle sue fumettose raffigurazioni dove il (neo)Pop si fa – finalmente! – più scarno e ruvido, quasi street…”. Mi è piaciuta quindi tale scelta, caduta su un’opera (Roma non fa la stupida stasera) quasi insolente, nella sua enormità anatomica, e sicuramente maschia nella scelta del soggetto e della posa dell’antico romano combattente. L’associazione quadro-libro mi ha fatto pensare a quella tra quadro-Cinema: a Jean-Léon Gérôme, artista francese ottocentesco dallo stile tardo-neoclassico che è stato un riferimento per il Ridley Scott de Il Gladiatore (2000) nelle scene di combattimento al Colosseo (guardate il suo Pollice verso)… Il dipinto di Villalta Marzi, inserito ad hoc, mi ha introdotta in modo assai coerente nella lettura delle sei novelle accorpate da Manieri con l’ampio sottotitolo: di vampiri, mutanti, supereroi e altre storie.
Premetto, iniziando questa zoomata sul volume di Manieri, di essere di parte. Di parte perché ho parteggiato per molti degli eroi (e della eroine: ma per loro molto meno) di questo godibile inanellamento di racconti che saltellano tra i generi: spy story e thriller, horror, soprannaturale, urban, apocalittico (molto)… Lo ammetto: sono stata avvinta da Nero, che ha rivelato la sua umanissima fragilità dando di stomaco dopo avere ucciso (ma, accidenti a lei, se l’è proprio cercata…); egli ha imposto la sua scelta politicamente corretta, ma assolutamente scorretta e insensata dal punto di vista del suo contratto di agente segreto…; e sono stata attratta dall’Alfiere Nero, un Super Eroe dall’elegante scaltrezza tutta italiana tratteggiato in maniera non così scontata.
Roma Special Effects è un libro a tratti muscolare – inevitabilmente, conoscendo l’autore e la tipologia dei generi da lui perseguiti – con tinte, qua e là, di imprevista tenerezza; un dolceamaro che alla fine lascia in bocca un sapore speziato. Speziato poiché gli ingredienti usati sono tanti, pungenti, come i voluti omaggi, le citazioni, i rimandi… Manieri ha messo molto di quello che ama, che conosce e su cui si è formato.
Nell’archeologia leggera delle sue narrazioni si fa spazio la tragedia umana che sembra seguire la traiettoria dell’ineluttabile ma anche la sacralità del gesto estremo alla Sam Peckinpah (scomodiamo ora Il mucchio selvaggio, 1969). Ciò e tutto quel che segue – va precisato – mostrano una tenuità e una spaccona giocosità che rende questa creazione editoriale piacevole, veloce, senza la pretesa della puntigliosità enciclopedica dell’aderenza da una parte a un genere preciso, dall’altra a una qualche saggistica.
L’impasto è ben amalgamato, la lievitazione lenta, come è giusto che sia, e – per restare nell’allusione culinaria – il risultato è croccante. Il piatto si può servire caldo o freddo, fa lo stesso, perché ha un ingrediente segreto (ma, in verità, dichiarato sin dal suo titolo) che lo rende sempre appetibile, originale rispetto all’enorme produzione indipendente o, comunque, dell’editoria meno paludata che svela un incontenibile popolo di scrittori (piuttosto che di navigatori, santi ed eroi…). Qual è questo elemento? E’ un contesto, è un luogo, uno scenario: è Roma.
Proprio così.
Sorprendentemente, è credibile trovare solitudine e sirene minacciose in una Torvaianica alla Waterworld (la pellicola di fantascienza del 1995 di Kevin Reynolds); e caccie e sparatorie noir in un Testaccio dalle tinte fosche e fantapolitiche, con non pochi sfoggiati omaggi al Tarantino migliore (Reservoir Dogs, 1992); inseguimenti in un plumbeo EUR dove si ergono malinconiche e ammalorate le strutture del LUNEUR, il lunapark ormai lasciato nel più osceno degrado (nella realtà-reale attuale) e usato come provvidenziale riparo del fighissimo Super Eroe Alfiere Nero; è plausibile farsi prendere dai tanti appostamenti e attacchi aguzzi alla Fiera di Roma durante ROOMIX, con un Leopoldo, luciferino poliziotto, contro Ludovico-Vampiro: opposti come Ginko e Diabolix giussaniani (ma anche nel connesso film di Mario Bava del ’68) ma con ben altro finale. Infine, ecco i combattimenti cyberpunk alla Matrix al Colosseo, al Circo Massimo, a Ostia Antica… che fanno impallidire quelli pieni di allure anni ’60 (precisamente, il film di Elio Petri è del 1965) de La decima vittima. Questa pellicola, dal regista non amata, è qui citata perché, anche grazie a Ennio Flaiano, suo co-sceneggiatore, rientra in un filone sociologico che di quando in quando pare baluginare anche tra le pagine del libro di Manieri…
Moltissimo il Cinema, abbiamo visto, e il fumetto, tra i nessi e le tele tessute dal nostro autore: usati consapevolmente. Quasi quasi parrebbe che questi racconti brevi siano stati pensati per immagini (in questo, la scelta della copertina calza a pennello, in senso anche letterale!); che siano pronti per diventare streeps o un film? Chissà…
Affiancata a questi riferimenti c’è la letteratura: quella degli archetipi, che ha radici lontane – quasi rizomatiche, ormai – e tante declinazioni; Manieri dimostra di saper liofilizzare nel suo volume l’Odissea, il Decamerone, la Divina Commedia, un po’ di Salgari, il Vampyre di John William Polidori (più che il Dracula dell’irlandese Bram Stoker), Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle, il girovago Allan Quatermain di H. Rider Haggard, il post- apocalittismo di Richard Matheson di Io sono leggenda (1954) e l’enorme produzione da cartoons, da quella super-eroica agli Anime giapponesi.
Del Cinema abbiamo detto; ma altro ce n’è da indicare: Manieri, esperto e cinefilo, dedica molta attenzione alla tipologia spy, ai valorosi mascherati e ad altri mondi. Qualcuno ha individuato atmosfere gotiche, in questo libro: accanto, ci vedo anche spruzzate espressioniste (del Fritz Lang de L’inafferrabile, 1928), evidenti agganci ai B-Movie di vampiri e simili universi dark, l’immancabile chiamata jamesbondiana e qualche effetto speciale che da Ian Fleming giunge a Mission: Impossible (prima l’originale, televisivo, di Bruce Geller, poi la cinematografica tomcruise-face); non dimentichiamo (perché lui non lo fa) anche la catastrofica panoramica de L’ultimo uomo della Terra, del 1964 (da Matheson), di Ubaldo Ragona, non a caso capitolina: girata, cioè, in una Roma surreale e terrificante.
Ecco: dietro, o dentro la sua Roma romanzata, Manieri sembra non dimenticare la Capitale presente: delle periferie in rivolta così come delle zone-bene corrotte e disumanizzate, del degrado, delle pompe di benzina elette a quartier generale della malavita organizzata e dei piani alti del potere diventati ricettacoli del malaffare e della mafiosità italica più incallita. Nella Capitale in carne ed ossa, vorremmo potere incontrare Ludovico, che spezzi il collo ai cattivi assetati di sangue e mazzette; e il bell’Alfiere Nero, che ci liberi dal male; e l’inquieto, introverso, attraente Nero: che guidi tutti verso quel che è più giusto… Invece, probabilmente, ci scopriremo tutti Massimo Valerio: abili e fieri combattenti solitari, vincitori di un’ennesima battaglia ma non della guerra. Quella, anche interiore, l’agiscono e patiscono i protagonisti di Roma Special Effects, mentre noi, comuni mortali, guardando le sudice mani della piovra sulla città reale, possiamo consolarci con un’immersione appagante nell’avventura immaginaria creata da Manieri.
Mi torna, così, in mente questo brano recitato nel tagline della prima serie Tv americana The Twilight Zone – Ai confini della realtà (di Rod Serling in onda dal 1959 al 1964):
«C’è una quinta dimensione oltre a quelle che l’uomo già conosce; è senza limiti come l’infinito e senza tempo come l’eternità; è la regione intermedia tra la luce e l’oscurità, tra l’oscuro baratro dell’ignoto e le vette luminose del sapere: è la regione dell’immaginazione, una regione che potrebbe trovarsi “Ai confini della realtà”.»
Pier Luigi Manieri, abbiamo detto, gioca con i linguaggi, i generi, i riferimenti e, portandoci sulle ali della fantasia, con apparente disimpegno ci allontana per un po’ dal logorio della vita moderna. Per digerire la quale – per tornare alle metafore enogastronomiche – il Cynar non basta ma la lettura e l’immaginazione aiutano.
Il libro
- Titolo: Roma Special Effects – di vampiri, mutanti, supereroi e altre storie
- autore: autore Pier Luigi Manieri
- Prefazione: Alan D. Altieri
- Copertina: Roma non fa la stupida stasera, opera di Esteban Villalta Marzi
- ed. P.S.
Con una Laurea in Storia dell'Arte, è Storica e Critica d’arte, curatrice di mostre, organizzatrice di eventi culturali, docente e professionista di settore con una spiccata propensione alla divulgazione tramite convegni, giornate di studio, master, articoli, mostre e Residenze, programmi culturali, l’insegnamento, video online e attraverso la presenza attiva su più media e i Social.
Ha scritto sui quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", sul settimanale culturale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente su altri quotidiani nonchè su periodici e webmagazine
Ha curato centinaia di mostre in musei, gallerie e spazi alternativi, redatto innumerevoli cataloghi d’arte e scritto saggi in altri libri e pubblicazioni: tutte attività che svolge tutt’ora. Ha fatto parte della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano e è stata Art Curator dell'area dell'Arte Visiva Contemporanea presso il MUSAP - Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara), per il quale ha curato alcune mostre al MACRO Roma e in altri spazi pubblici.
E' Presidente del CoAC_Commissione Arte e Cultura della nota fondazione no profit Retake Roma.
È cofondatrice di "art a part of cult(ure)” di cui è anche Caporedattore.
























Una risposta
Mi sono riletto con piacere questo articolo. e poi sono corso a rileggermi (per la 4a volta) il libro. Roma Special Effects è un libro che diverte e fa pure riflettere. Manieri in stato di grazia, raccontato in questo articolo come meglio non si potrebbe, da una donna. E quando ti sbagli…