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Frank Stella, il minimalista che abbracciò colore, curve e non conformità, restando artista in purezza

di Barbara Martusciello

Frank Stella, l’artista italo-americano famoso per le sue opere astratte, coloratissime, esordì e divenne celebre, a poco più di vent’anni, con grandi dipinti essenziali, estremi, nerissimi, “gessati” (i Black Painting) tanto amati da Leo Castelli e in mostra nella famosa e dirompente Sixteen Americans del Museum of Modern Art di New York nel 1959.

Vivacemente produttivo sino alla sua morte, avvenuta sabato 4 maggio 2024 nella sua casa di Manhattan, dopo un’insidiosa malattia, all’età di 87 anni (era nato il 12 maggio 1936 a Malden in Massachusetts), ha amato l’Italia (era nipote di siciliani emigrati nel Novecento) dove ha soggiornato anche tramite una residenza nel 1982-83 all’American Academy di Roma, approfittando per approfondire l’eredità di Caravaggio e Rubens.

Amico di Carl Andre e Hollis Frampton alla Phillips Academy, di altri artisti minimalisti come Donald Judd e Dan Flavin, estimatore di Hans Hofmann, del teorico dei colori del Bauhaus, Josef Albers, e delle opere di Piet Mondrian, affascinato dalle bandiere di Jasper Johns, ammiratore di Willem de Kooning, Barnett Newman e Jackson Pollock, e soprattutto di Helen Frankenthaler, che conobbe piuttosto bene e che indicò tra le più ingiustamente sottovalutate troppo a lungo,.

Frank Stella è stato protagonista di quell’articolato Espressionismo Astratto del secondo Dopoguerra che ha di fatto scalzato il primato indiscusso dell’Arte Europea nel Sistema e Mercato dell’Arte – sancito con la partecipazione, di Robert Rauschenberg, Jasper Johns, Claes Oldenburg, Jim Dine e lo stesso Stella alla Biennale di Venezia del ’64 (come, perché, con quali appoggi e a quale scopo e prezzo questa avanzata americana si è imposta è altra storia).

Ma Stella, pur formatosi in quel contesto e apprezzando quei grandi maestri, ha rappresentato, con alcuni sodali, proprio un’alternativa alla gestualità e casualità dell’Action Painting così bene incarnata da Pollock, preferendo un’organizzazione pittorica razionale, l’effetto piatto, il rigore minimale (strisce, quadrati annidati, simmetrie, all over…).

Successivamente, dopo l’uso di smalti opachi stesi con pennelli da imbianchino, ha acceso di colori brillanti acrilici il suo linguaggio e ha individuato nella forma del goniometro (1967) – sempre flat – più possibilità compositive ed espressive; ha via via ha trasformato il suo stile introducendo elementi di tecnica mista, più linee curve complesse e uso di tele geometriche dalle strutture non convenzionali, rapportandosi con lo spazio fisico intorno all’opera per rendere volutamente labile il confine tra pittura e scultura. Dirà, infatti:

“L’idea alla base di tutto era quella di costruire un dipinto piuttosto che dipingere un dipinto”.

La sua investigazione è riassumibile in alcune sue famose affermazioni, lapidarie:

 “ciò che vedi è ciò che vedi”

“Penso davvero che una buona idea pittorica valga più di tanta destrezza manuale”.

La sua scelta pragmatica degli inizi è stata nel tempo modificata, dunque, muovendo verso pratiche più articolate ed estetiche talvolta debordanti non propriamente riuscitissime, ma come a voler marcare le connessioni tra pittura, scultura, architettura e movimento; in ogni caso, sempre tendendo a un’onestà creativa; soprattutto, ricordando – e il concetto gli era proprio dagli esordi, nonostante sembrasse il contrario – che:

“Le qualità utili di un dipinto saranno sempre sia visive che emotive, e deve essere un’esperienza emotiva convincente: altrimenti non sarà un buon, per non dire grande, dipinto”.

Ha affermato Marianne Boesky, che rappresenta Stella dal 2014:

“È stato un grande onore lavorare con Frank negli ultimi dieci anni; ci mancherà, ma lascia un’eredità straordinaria”.

Ha ragione.

immagine per barbara martusciello
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Con una Laurea in Storia dell'Arte, è Storica e Critica d’arte, curatrice di mostre, organizzatrice di eventi culturali, docente e professionista di settore con una spiccata propensione alla divulgazione tramite convegni, giornate di studio, master, articoli, mostre e Residenze, programmi culturali, l’insegnamento, video online e attraverso la presenza attiva su più media e i Social.
Ha scritto sui quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", sul settimanale culturale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente su altri quotidiani nonchè su periodici e webmagazine
Ha curato centinaia di mostre in musei, gallerie e spazi alternativi, redatto innumerevoli cataloghi d’arte e scritto saggi in altri libri e pubblicazioni: tutte attività che svolge tutt’ora. Ha fatto parte della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano e è stata Art Curator dell'area dell'Arte Visiva Contemporanea presso il MUSAP - Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara), per il quale ha curato alcune mostre al MACRO Roma e in altri spazi pubblici.
E' Presidente del CoAC_Commissione Arte e Cultura della nota fondazione no profit Retake Roma.
È cofondatrice di "art a part of cult(ure)” di cui è anche Caporedattore.

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