Arte compressa # 58. Cleo Fariselli, Dy Yiayi e le infinite possibilità di esistere.

Dy Yiayi:

una scritta misteriosa sulla porta, varcata la quale si accede ad un ambiente in cui familiare e ignoto si compenetrano. Le stanze, immerse in una penombra dai colori indistinguibili, appaiono mutate come attraverso una grande palpebra chiusa. Il pavimento, reso liquido da un singolare abitante, è una pelle tesa su profondità abissali.

Pelle/superficie e profondità…; effetto tranquillizzante (la familiarità) e spiazzante, quando non inquietante (ignoto)…; mistero, penombra (qualcosa di fantasmatico?); indeterminatezza dello spazio e del suo contenuto; palpebra chiusa…;  difficoltà di chiarezza e messa a fuoco – quella dell’artista, reale, che impone anche a noi fruitori – effetto liquido (del pavimento da cui pare fuoriesca uno strano organismo curvilineo di cui diremo)… Cleo Fariselli (Cesenatico, 1982; vive e lavora a Milano e a Torino) presenta la sua nuova mostra così, indirettamente già suggerendo la caratteristica del suo lavoro multiforme, dal forte carattere esperienzale – e dunque connesso al concetto di condivisione – in cui lo spazio è modificato dall’opera che con esso inevitabilmente dialoga lasciando sempre qualcosa di incalcolabile: di  indefinito, appunto. In particolare, in questa mostra, dà l’impressione di aver ricostruito una situazione privata, quotidiana: tavolini di design di una casa normale su cui sono posizionate piccole opere; il campanello dorato che reca inciso Dy Yiayi – che dà il titolo della mostra – ovvero il nome e il cognome di una precedente inquilina di uno studio dell’artista che lo ha preso e portato con sè per collocarlo sulla porta della romana galleria Operativa, come un pezzo di realtà mobile, cioè trasportato da un posto a un altro.

Tale intimità è violata dallo sguardo altrui – il pubblico – ma con il permesso dell’artista che gli e ci permette di entrare, idealmente – anzi – sollecitando un “varcare la soglia” attraverso palesamenti oggettuali, concettuali e performativi, e in questo caso aggiungendo del sonoro (un canto femminile: della motica Melusina?!) e una luce leggermente rosata. Il contenuto della sua arte, quindi, assume fogge diverse; ma è la scultura – qui anche con l’antica tecnica raku giapponese – che lascia il segno in modo molto incisivo all’interno del suo campo d’indagine.

Qui, nulla è del tutto come sembra: forme che richiamano la Natura – rocce, conchiglie, colate laviche – svelano la loro realtà umana: della stessa artista, delle cui parti corporee sono una sorta di calco. Nulla di didascalico, perché questa traccia di mani, corpo, seni, ad esempio, è racchiusa in queste forme espressionistiche e va scovata.

Queste opere sono tutte un po’ drammatiche, piene di tensioni. Infatti, all’interno sono un po’ luminescenti, sia per tipologia della materia ceramica, sia per l’uso di pigmenti iridescenti e l’effetto cangiante e accattivante si contrappone al grigio bruciato dell’esterno, realizzato gettando l’opera caldissima, appena uscita dal fuoco, nella segatura, producendo una sorta di esplosione e contorcimento della struttura che si copre e anzi ingloba la cenere prodotta.

In un paio di casi queste ceramiche si fanno anche dispositivi ottici, con fori per guardare “dall’altra parte”: e allora, la traccia umana non è più solo la sua ma anche la nostra che interagiamo con l’opera, poggiando l’occhio tentando di vedere e, almeno in un caso, impossibilitati a farlo per il meglio per via di più buchi in cui la vista si perde e la messa a fuoco non è scontata…

Simile uso dell’impronta antropomorfa, in questo caso più evidente e conformato, è quella di un’altra opera, avvolta in un tendaggio opalescente su un cui lembo in terra sono adagiate delle teste tutte con il volto della Fariselli, ma più giovane (17enne); anche questo è un dispositivo: non più ottico ma del tempo, che qui è stato fermato, congelato; e  con questa narrazione specifica si mostra, dimostrandoci un immaginario personale stratificato, pieno di input, in cui addentrarsi: lei stessa ce lo spalanca davanti, ce lo affida, e sta a noi comprendere, provare empatia, riconoscere lì anche qualcosa di noi.

La Fariselli suggerisce, in questa mostra e in tutto il suo lavoro, l’importanza del mistero: su questo è basata anche la scultura/installazione in scagliola, che mette insieme una fantastica creatura dell’acqua, Edda, che protegge il sogno di Cleo (delle sue teste 17enni). Con questo espediente del significato mai del tutto espresso, così come mediante quelle sculture con i calchi di parti di se stessa che si svelano poco a poco dentro un involucro-baccello e, insomma, con la scelta di lasciare tutto assai enigmatico e un po’… fatato, ci indica la necessità di non fermarsi sulla soglia – lo abbiamo detto: ci permette di varcarla – e di andare alla radice delle cose; ci ricorda, anche, l’importanza di riuscire ad ascoltare con gli occhi e guardare con il cuore, mentre alla testa – la ragione e le sinapsi complesse che governano tutto – è lasciato il compito di mettere in relazione questa totalità: quella del linguaggio dell’arte e delle infinite possibilità di esistere

Info mostra

  • Cleo Fariselli, Dy Yiayi
  • dal al 9 marzo fino al 10 maggio (prorogata) 2018
  • Operativa Arte Contemporanea
  • Via Del Consolato 10, Roma
  • www.operativa-arte.com
Barbara Martusciello

Barbara Martusciello

Barbara Martusciello è Storico e Critico d’arte, curatore di mostre, organizzatrice di eventi culturali e docente. Ha collaborato con riviste di settore, con i quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", il settimanale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente con altri quotidiani ("Il Manifesto", "Gli Altri") e periodici ("Time Out" - Italia"); è stata parte attiva nel progetto che ha dato vita, a metà anni '90, della prima rivista via fax di Arte ("Artel") e di Architettura ("Architel") e scrive regolarmente di Arti visive e cultura. Ha avuto la direzione artistica di spazi privati e gallerie; ha curato centinaia di cataloghi e di mostre in spazi pubblici e privati, attività che svolge tutt’ora. Docente di Storia dell’Arte e di Storia della Fotografia in diversi Istituti Superiori, è titolare del modulo didattico di Storia delle Arti Visive all'Università del Design Istituto Quasar. E' stata ed è divulgatrice anche attraverso Master, convegni, seminari, workshop, conversazioni. Tra questi, per Zetema Progetto Cultura con Roma Capitale nell’ambito di Racconti di Storia dell'Arte; per il FAI nell’ambito di Visti da Vicino; per la GNAM _ Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma nell'ambito di L'artista, L'Opera, Il Museo; per Roma Design Lab (Creatività e Rigenerazione urbana: scenari nazionali e internazionali, casi di studio - Riconoscimento 3 C. F. dall'Ordine degli Architetti di Roma). Ha scritto alcuni libri e suoi saggi sono nei più recenti volumi "Guerra e Architettura" di Lebbeus Wood e "Ricostruire la moda italiana" di Nicola White (entrambi di Deleyva edit.); suoi testi critici aprono i libri fotografici "Sogni d'Acqua. Lungo il Mekong", Electa-Mondadori ediz., 2014 e “Finding Homer”, PostCart 2015. Ha ideato e curato la prima edizione del Concorso e della Residenza fotografica in Murgia nell'ambito di MurgiAMO (2014) e ha collaborato con Roma Design Lab 2014, piattaforma tra istituzioni e privati dedicata al Design, all'Architettura, alla Creatività e alla rigenerazione urbana: per entrambe, art a part of cult(ure) è stata Mediapartner. Collabora con vari webmagazine e piattaforme culturali (MyWhere; Rotarian Gourmet), cura attività didattiche e culturali all’interno di artapartEvents ed è cofondatrice e Caporedattore del webmagazine "art a part of cult(ure)". Membro della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per conto della Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano, ora in rimodulazione, attualmente ha un incarico nel MUSAP - Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara) per cui segue l'area dell'Arte Visiva Contemporanea.

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