Su questa 61ª edizione della Biennale d’Arte di Venezia abbiamo visto tutto e il contrario di tutto, non ultimo un (sacrosanto) sciopero dei lavoratori della cultura (sfruttati, sottopagati), e iniziando dalla presenza di un Padiglione incriminato (ma anche due!), dal connesso scontro tra i parenti-serpenti Pierangelo Buttafuoco e Alessandro Giuli (rispettivamente Presidente della Biennale, dal 2024, quindi nell’area di questo Governo in carica, e Ministro della Cultura, pure insediato dallo stesso Governo), dalle collegate dimissioni della giuria internazionale e da una pezza peggiore del buco.
Trattasi, questa, dell’assegnazione dei Leoni d’Oro con votazione popolare nella forma di una competizione che presumibilmente premierà il Padiglione Italia per la maggior quantità di fruitori italiani in Laguna.
Roba da innalzare al rango di un Academy Award of Merit il lontano – nell’anno dell’invasione degli americani Pop alla kermesse, il 1964 – Premio La Tartaruga organizzato da Plinio De Martiis con una pensata allora pionieristico e dirompente, sorretta da un’illusione di maggior democraticità e partecipazione; volle infatti che ogni visitatore della mostra in corso nella sua galleria ricevesse una scheda di voto per esprimere la propria preferenza sugli artisti in esposizione; ma allora il mondo dell’arte era meno gremito e più lontano da logiche di iper-mercato oggi invasive. Per la cronaca, vinse Achille Perilli.

Tornando all’attuale Biennale e alle decisioni di Buttafuoco relative a questa sorta di toto-Sanremo, è arrivata la ciliegina sulla torta della risposta di tanti artisti che si sono auto-esclusi da una modalità di gara ritenuta risibile. Ci sta. Restiamo in attesa di sviluppi e nuovi colpi di scena.
Nel frattempo, Giuli, che aveva mandato ispettori del Ministero a verificare la documentazione contabile e le decisioni sulla partecipazione russa, vedendoli tornare con le pive nel sacco, si è trovato un altro parente-serpente in seno: l’onnipresente Salvini – che sarebbe il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti – a omaggiare il Padiglione-Putin e a straparlare della democrazia del “nessuno escluso” (Ministro: “Ciuf! Ciuf! I treni, maledizione!” cit. Fabio Salamida).
Ma le grane, per Alessandro Giuli, non finiscono qui: ecco, infatti, il recentissimo licenziamento del suo staff, specialmente del responsabile della segreteria tecnica del MiC, e uomo di fiducia del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, quell’Emanuele Merlino reo di non aver vigilato sulla inconcepibile revoca dei finanziamenti al documentario Giulio Regeni – Tutto il male del mondo (nelle sale da febbraio 2026, diretto da Simone Manetti, prodotto dalla Ganesh del bravo e coraggioso Mario Mazzarotto, insieme a Fandango che lo distribuisce) e che qui citiamo proprio perché stiamo argomentando di censura, cultura e di dignità nazionale, la nostra, e perchè tutto riguarda un giovane italiano torturato e mattato in terra straniera non propriamente democratica.
Per dirla alla Marcello Veneziani, questo affaire-Biennale ha mostrato il “fallimento vistoso di una contro-egemonia culturale governativa” (da: Non nominate nessuno invano, “la Verità”, 28 aprile 2026).
Una luce alla fine del tunnel puntellato da un pasticciaccio dietro l’altro sarebbe stata quella di strutturare una fiera – pardon: Biennale – che, salvando autonomia e specifico dell’Arte e dei suoi addetti-ai-lavori, si concedesse scelte necessarie in questi anni bui di terrorismi e attentati, guerre, genocidi, polonio, agghiaccianti nuovi colonialismi, brutalità, invasioni territoriali e chi più ne ha più ne metta… Come? Spesso la risposta è nel nostro glorioso passato…
Ma prima ecco le obiezioni e i quesiti di rito.
Non è giusto che l’arte si faccia portatrice di bandiere politiche? Ma chi lo dice? Dipende da chi e come si fa… e specialmente in questi tempi contemporanei, così problematici e di cambiamenti epocali, ci domandiamo come possa l’arte visiva non portare in sé riflessioni sociali e politiche, preoccupandosi della realtà e di quel che accade fuori…
Non era e non è (ancora) possibile avere un Padiglione Palestina, perché l’entità politica e territoriale non è riconosciuta come Stato (per la verità da quasi 200 Paesi sì, Vaticano compreso, pur se non dall’Italia)? Ci sono altri modi per colmare questa lacuna (spoiler: vedremo quali più avanti). Meno male che c’è Gaza – No Word, esposizione dura e coinvolgente, che ha al centro opere realizzate con l’arte del tatreez, ricamo palestinese secolare che l’UNESCO ha inserito nella sua lista del Patrimonio Culturale Immateriale nel 2021; come ci dicono dal Museo Palestinese e nuova sede del PHT (che racconta gli eventi di oltre due anni di genocidio a Gaza tra il 2023 e il 2025): “mentre le bombe cadevano su Gaza, da qualche parte una donna palestinese tirava un filo rosso attraverso un tessuto bianco. Con ogni anima persa, ospedale bombardato e casa rasa al suolo a Gaza, una mano palestinese lo stava meticolosamente commemorando. Da Ramallah ai campi profughi del Libano e fino alla Nuova Zelanda, le donne palestinesi hanno ricamato 100 pannelli per creare l’Arazzo del Genocidio di Gaza, una testimonianza collettiva a punto croce che si rifiuta di lasciare che il mondo dimentichi ciò che viene fatto o a chi. L’Arazzo del Genocidio di Gaza è una continuazione audace, seppur devastante, del pluripremiato Arazzo della Storia Palestinese (PHT), una collezione di oltre 100 pannelli che raccontano la storia della Palestina e dei palestinesi attraverso il ricamo tradizionale palestinese”. Lo potete constatare fino al 22 novembre 2026 a Palazzo Mora (Strada Nova, Cannaregio 3659). Oppure, queste tematiche le vediamo affrontate dall’indomita artista sudafricana Gabrielle Goliath, la cui opera per la 61ª Biennale Arte di Venezia 2026, Elegy, è stata censurata e ritirata dal governo del suo stesso Paese proprio per questa sua scelta etica di raccontare a suo modo la tragedia e gli abusi subiti anche dal popolo palestinese (ci sono anche la memoria per le donne vittime di ingiustizie, dagli stupri e femminicidi in Sudafrica, i genocidi degli Ovaherero e dei Nama in Namibia). Ma questo bellissimo, immersivo lavoro la Goliath lo ha difeso e gli ha trovato un posto come porto-franco, non lontano dal Padiglione del suo Paese, ovvero la Chiesa di Sant’Antonin. Andatelo a vedere.
È inaccettabile ogni forma di censura?
Secondo la straordinaria Emilia Kabakov sì, perché il rischio-dittatura è troppo elevato:
“In Russia la censura è ovunque. Gli artisti non possono fare ciò che vogliono. Mentre la libertà è un privilegio che noi in Occidente abbiamo la fortuna di esercitare. Per questa ragione non possiamo applicare la censura contro nessuno. Anche perché ogni dittatura, ogni sistema totalitario inizia così”.
Lo afferma a Dario Pappalardo (in: “Mai con la Russia ma l’arte non si può censurare”, da, “la Repubblica”, 12 marzo 2026); e prosegue:
“La Russia no e perché l’Iran e Israele sì? Perché i Paesi che stanno alimentando altri scenari di guerra sono ammessi? Come decidere chi è dentro e chi è fuori? A quanti allora dovremmo proibire di partecipare?”
Poi, però, convenendo che le scelte e le opere degli artisti saranno giustamente valutate:
“Se il loro sarà un contributo a favore del regime, allora protesteremo davanti al padiglione. Qui, in Italia, che è un Paese democratico, saremo liberi di farlo”.
Cosa che i tanti piccoli o più ampi attivismi hanno palesato.
Dunque, come si chiedeva Kabakov, e ci domandiamo noi: se l’apertura in Biennale del Padiglione della Russia è scandaloso, perchè quello di Israele no? E della Cina? E della Repubblica Islamica dell’Iran, diventata da carnefice a vittima grazie a Trump, e poi ritiratasi dalla kermesse? Per tacer degli USA… e via di questo passo…
Ebbene: in linea di regolamento è iniquo un impedimento alle Nazioni di aprire il proprio Padiglione dato che ognuno gode di una sorta di immunità poiché appartiene allo Stato a cui è intestato e che lo rappresenta (quello russo, dal 1914), e dunque avrà l’arte che si merita, che in massima parte sarà governativa e mainstream, almeno per i citati.
Ecco, proprio quest’ultimo punto va indicato con chiarezza, quando si blatera di Arte che deve restare fuori dalle beghe ideologiche, che va sciolta da sanzioni e rimanere libera di esprimersi: quando ci sono dei Regimi o assetti nazionali di stretto controllo di potere governativo, l’Arte che da questi arriva alle kermesse pubbliche internazionali non è e non sarà mai autonoma. La censura, cioè, è a monte.
Infatti, nel Padiglione USA curato da Jeffrey Uslip, abbiamo un artista, Alma Allen (con Call Me the Breeze) che lavora, legittimamente, sulla “trasformazione della materia e l’ottimismo formale” molto lontano, quindi, da riflessioni critiche sul presente e su questioni interne, rispecchiando in questo momento storico una scelta assai disinnescata, allineate alle linee guida trumpiane (e, aggiungiamo, con sculture assai assai déjà vu). Gente se ne è vista per ora poca, lì in visita…

Sostiene quanto indicato a proposito dell’arte di regime, il fatto che la Commissaria del discusso Padiglione Russo è Anastasia Karneeva, collezionista e mecenate, nipote del ministro degli Esteri russo e figlia di Nikolai Volobuyev, generale dei servizi di sicurezza russi, l’Fsb, ex KGB, nonché vice direttore generale di Rostec, la holding statale della difesa russa soggetta a sanzioni occidentali dal 2014; e che la sua società sia gestita con Ekaterina Vinokurova, figlia del ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov; e che abbia avuto il sostegno ufficiale da parte di Mikhail Shvydkoy (fonte “Adnkronos”, 4 maggio 2026), Rappresentante speciale di Putin per la cooperazione culturale internazionale; e che nella sua blindatissima L’Albero Radicato nel Cielo – attaccata dalle Pussy Riot e FEMEN contestata con una loro performance dissidente durante l’opening – si sono tenuti live, performance musicali, l’ensemble folk russo Toloka, tra vestiti usati da portarsi a casa, fiori e profumi, lounge per rilassarsi, momenti danzerecci e alcolici (ma sì: “ballate e bevete sopra i cadaveri”, ha urlato qualcuno!).

Una proposta, questa nel Padiglione russo, davvero inconsistente e nel totale disprezzo di ogni credibilità artistico-culturale e decenza morale ma, soprattutto in anonimato. Infatti, gli artisti, o presunti tali, essenzialmente musicisti, poeti, intellettuali (sic) si sono presentati come un variegato collettivo (perché restii a risultare con i loro nomi?!) coordinato dall’Accademia Russa di Musica Gnessin.
Sono molti i giuristi che hanno segnalato come questa apertura sia in palese contrasto con le decisioni dell’Unione Europea – la cui Commissione, il 10 marzo, ha prospettato una possibile violazione del contratto con la Biennale minacciando un conseguente taglio dei fondi – e del nostro stesso Paese, e abbia regalato a Putin e alla sua struttura di potere enorme visibilità e una rimonta di onorabilità e credibilità culturale, oltre a svelare incrinature e disaccordi all’interno del governo di Giorgia Meloni.
Personalmente, credo non solo che tale onorabilità e credibilità non sia arrivata ma questa apertura (pur se limitata, a tempo) e la proposta al suo interno siano stati, nonostante tutto, un boomerang.
In quest’ottica, del Padiglione di Israele cosa possiamo dire? È rappresentato da Belu-Simion Fainaru, artista di origine rumena, che ha concretizzato una sua meditazione sul tempo, sulla memoria, sull’assenza, sul nulla, ispirandosi alle poesie di Paul Celan; ma anche qui – e come poteva essere diversamente, sotto il governo-Benjamin Netanyahu?! – non abbiamo rinvenuta alcuna problematicità dentro un luogo e uno spazio poetico, estetico (bellissimo, certamente, quasi ieratico) ma privo di quell’etica oggi richiesta a gran voce.

Un’istanza pure interna: leggi Il suicidio di Israele di Anna Foa, 2024-25; ma anche le posizioni radicalmente anti-coloniali Ilan Pappée; in Biennale, quelle voci le abbiamo sentite anche da azioni di Solidarity Drone Chorus, dell’Art Not Genocide Alliance, in altri blitz di collettivi pro-Palestina; sono state anche evidenziate da un più o meno ampio boicottaggio dei lavoratori della cultura e dal pubblico: movimenti e disapprovazioni che è troppo comodo bollare tutte come serpeggiante antisemitismo (che è qualcosa di serio, gravissimo, deprecabile e di tutt’altra matrice).
Eppure, nel riferimento che ho percepito in Rose of Nothingness alla mistica cabalistica riguardante il concetto di creazione, sappiamo entra specificamente quello di riparazione (Tikkun) e della presenza del male e dell’imperfezione come parte di un processo cosmico in cui, però, l’umanità è attivamente coinvolta… Appunto…

Dunque, in molti Padiglioni e in alcune scelte istituzionali e… diplomatiche paiono inascoltate le speranze della compianta Koyo Kouoh, curatrice della Biennale deceduta in corso d’opera, che, nel suo testo dell’efficace mostra portante In Minor Keys (senza artisti italiani, eccezion fatta per l’ottimo Theo Eshetu, italianizzato nato a Londra da genitori etiopi e olandesi, a Roma dagli anni ’80 e qui con un potente e commovente Garden of the Broken Hearted semovente e sonoro), allestita dai suoi assistenti, invitava ad abbandonare “lo spettacolo dell’orrore” in favore dell’ascolto, dei diritti della dignità di tutti gli esseri viventi, della salvaguardia dell’ambiente, di quelle “frequenze più basse” che sono la vera origine ed essenza dell’esistenza…

È vero che, come ha affermato Buttafuoco nel suo discorso generale, la Biennale “non è un tribunale” – considerazione diversamente rilanciata da Giorgia Calò su “Shalom” l’08-05-2026 che si riferisce all’arte che non dovrebbe esserlo (appunto: un tribunale, né sotto scorta) – e che dovrebbe potersi permettere di rimanere area di “dialogo” e non“di esclusione”. Però, è altrettanto vero che sciogliere gli interrogativi, sanare le tensioni, risolvere le contraddizioni dentro questa mostra di cui in tanti hanno la responsabilità, gestendo motivazioni a torto e a ragione, pro e contro, sarebbe (stato) possibile attraverso decisioni e scelte giuste, colte, coraggiose, e davvero (davvero!) “audaci”. Come?
Come fece nel 1977 Carlo Ripa di Meana, allora Presidente della mostra veneziana, che la pose di fronte alla Storia.
La Biennale del Dissenso, annunciata il 25 gennaio e inaugurata il 15 novembre, senza l’approvazione unanime del Consiglio direttivo (contrari, tra gli altri, Ennio Calabria e Citto Maselli) e nonostante fortissime ingerenze sovietiche e pressioni avverse di parte del PCI (compreso Giulio Carlo Argan), di lobby industriali filosovietiche per interessi economici (Agnelli, Marinotti della Snia Viscosa etc.) ma appoggiata dal PSI e da Bettino Craxi, fu un evento etico e politico epocale; fu anche e soprattutto coraggiosissimo, perché volto a dare voce agli intellettuali e artisti dissidenti – dell’Europa dell’Est e dell’Unione Sovietica in piena Guerra Fredda – con convegni e mostre dedicate all’opposizione culturale e alla libertà di espressione degli artisti.

Il livello, in una temperie anche allora difficile (erano gli Anni di Piombo e di tremende tensioni internazionali) fu altissimo: da Andrej Sacharov, fisico, teorico e premio Nobel per la pace nel 1975 che inviò un messaggio, alla partecipazione di filosofi (Leszek Kołakowski), poeti (Iosif Brodskij, Viktor Nekrasov), musicisti; di Susan Sontag, André Glucksmann, Alberto Moravia, Norberto Bobbio, Dario Fo, Gillo Dorfles, Renato Mieli, Paolo Flores D’Arcais, tra gli altri, e studiosi e artisti da tutte le parti del mondo.
Pur con le tante forti tensioni, interne ed esterne, nazionali e internazionali, il successo fu enorme e il nostro Paese rafforzò la sua forza e credibilità culturale. Bei tempi…
Ecco, Buttafuoco, nella piena autonomia del suo ruolo e della sua Biennale avrebbe potuto, volendolo e sapendolo fare, allargare la sua panoramica dando anche lui spazio ad autori e artisti dissidenti o senza voce, tanti tra i palestinesi, gli iraniani e anche israeliani critici e russi indesiderati.
Una simile iniziativa avrebbe dato a questa 61ª edizione della Biennale di Venezia una delle sue vesti migliori, all’Italia e alla sua gestione politica e culturale materia viva da cui trarre semi fecondi. Altro che questa farlocca “libertà” e “audacia” (citazione forzata da Don Luigi Sturzo) dove l’auspicato “dialogo” ha acuito le fazioni e le divisioni.
Sulla 61a Biennale di Venezia:
- La legge istituzionale colonizza la sfera morale della 61a Biennale di Venezia
- Biennale di Venezia 2026, ognuno col suo canale
- Biennale di Venezia. Padiglione Italia 2026 e polemiche. La Critica ha replicato la dinamica che voleva smascherare
Con una Laurea in Storia dell'Arte, è Storica e Critica d’arte, curatrice di mostre, organizzatrice di eventi culturali, docente e professionista di settore con una spiccata propensione alla divulgazione tramite convegni, giornate di studio, master, articoli, mostre e Residenze, programmi culturali, l’insegnamento, video online e attraverso la presenza attiva su più media e i Social.
Ha scritto sui quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", sul settimanale culturale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente su altri quotidiani nonchè su periodici e webmagazine
Ha curato centinaia di mostre in musei, gallerie e spazi alternativi, redatto innumerevoli cataloghi d’arte e scritto saggi in altri libri e pubblicazioni: tutte attività che svolge tutt’ora. Ha fatto parte della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano e è stata Art Curator dell'area dell'Arte Visiva Contemporanea presso il MUSAP - Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara), per il quale ha curato alcune mostre al MACRO Roma e in altri spazi pubblici.
E' Presidente del CoAC_Commissione Arte e Cultura della nota fondazione no profit Retake Roma.
È cofondatrice di "art a part of cult(ure)” di cui è anche Caporedattore.















3 risposte
Credo sia impossibile per chi ha un minimo di etica e di amore per l’arte, non concordare con ogni singola riflessione di questo articolo.
Dispiace la constatazione che ancora una volta si sia persa l’occasione per fare la differenza, ma tant’è, (non) rassegniamoci.
Sono tempi duri, tempi di guerra e questa, si è oramai capito, non viene combattuta solo sui campi di battaglia.
Mi chiedo solo quale sarà la Biennale del futuro…
Gentile Barbara Martusciello, ho letto il suo saggio sulla 61esima edizione della Biennale di Venezia. Le faccio i miei complimenti, perché da giovane ho sempre visitato la Biennale e a 92 anni oggi mi è impossibile, ma la ringrazio perché leggere quello che ha scritto è stato come se avessi partecipato agli eventi e ai pasticciacci della Biennale. Mi farebbe piacere incontrarla, anche se sicuramente ci siamo già conosciute tramite Carla Mazzucca, direttrice della rivista InOltre, dove ho collaborato pubblicando una mio opera dal titolo “Costellazione Pace”
. Un caro saluto, Lina Passalacqua
Che chiarezza!