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La legge istituzionale colonizza la sfera morale della 61a Biennale di Venezia

di Roberto D'Onorio

Difficile pensare in chiave minore quando nel mondo sono attivi 56 conflitti a cui molte democrazie occidentali, tra cui l’Italia, partecipano a vario titolo. Come questo sia possibile e come sia diventato tollerabile dipende dal tipo d’intelligenza che un’epoca adotta per tradurre il suo tempo.

A determinarne il QI  – ammesso che ne abbia uno – è sempre la stessa cosa: il feticcio al quale una società riconduce ciò che ha davvero valore.

Banalmente nel Medioevo era la fede in Dio che attraverso la sua grammatica ha prodotto la civiltà certamente, ma anche le crociate e la Santa inquisizione. Il che ci dice già tutto.

Poi arriva Nietzsche e ammazza Dio insieme a tutti i valori superiori, e il mondo rimane improvvisamente senza soffitto.

Toccherà alla tecnica far interrogare Heidegger su una società che fino a un attimo prima considerava la natura manifestazione divina e ora le foreste come legname da produzione, gli esseri umani come statistiche, i territori come risorse strategiche.

È quello che lui chiama «pensiero calcolante», la forma di razionalità più triste della modernità, paragonabile allo sguardo della Medusa che pietrifica la complessità trasformandola in oggetti da utilizzare secondo bisogno.

Ecco io credo che cedere a questo genere di riflessione sleale, incapace di ascolto e di attesa, sia un errore politico che in questo momento non possiamo permetterci.

E siamo al limite del ridicolo se pensiamo che tutto questo non ci riguardi, perché è esattamente il modo in cui la nostra epoca produce senso,  con l’unica differenza che siamo passati  dalla riduzione del mondo a materiale di consumo alla riduzione stessa del pensiero, di cui l’ IA costituisce il simbolo.

E allora dobbiamo avere il coraggio di includere in questo orizzonte artificiale anche i musei, le fondazioni, le esposizioni universali, tutti quei luoghi dove l’arte dovrebbe educare a una pratica verso un altrove, salvo poi finire per riprodurre quello stesso schema applicando la normatività istituzionale, che non è altro che pensiero calcolante applicato alla cultura.

La Biennale disarma il Leone di Venezia

Questa è pressappoco l’accusa principale mossa alla 61a Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia dall’UE, istituzioni, artisti e curatori di mezzo mondo, che hanno chiesto l’esclusione del Padiglione Russo per scongiurare il rischio di legittimare culturalmente un Paese aggressore durante una guerra in corso.

Una pressione che non ha scalfito le conclusioni tratte dalla Fondazione, la quale ha negoziato con la Federazione Russa un’anteprima riservata a stampa e addetti ai lavori, per poi rendere disponibili al grande pubblico i contributi degli artisti su grandi schermi, visibili dalle finestre del Padiglione che resterà inaccessibile fino al 22 novembre 2026.

Un gesto ridotto a poche ore di presenza, quanto basta per non violare il regime sanzionatorio europeo imposto a Mosca dopo l’invasione dell’Ucraina.

Un epilogo che molti lo hanno letto come una scelta politicamente ingenua, se non apertamente complice. E forse hanno ragione. Perché quello che emerge dimostra come le grandi istituzioni culturali abbiano sviluppato una capacità quasi metabolica di assorbire lo scontro e tradurlo in una questione da gestire.

Del resto, non è la prima volta, e non solo a Venezia, che i valori culturali condivisi dalle società democratiche entrano in contraddizione tra loro. Infatti, il Cremlino nonostante sanzioni, isolamento diplomatico e boicottaggi, ha sempre trovato le sue ottime ragioni per essere presente nei principali eventi internazionali.

Nonostante il precedente, la Fondazione non è riuscita a sottrarsi alle feroci critiche che hanno accompagnato le sue decisioni, fino a spingere la Commissione Europea a chiederne formalmente conto.

Un’occasione persa per restituire quello stesso orgoglio dimostrato nel 2022 dal curatore lituano Raimundas Malašauskas e dagli artisti russi Kirill Savchenkov e Alexandra Sukhareva, che si ritirarono senza mediazioni dal progetto in segno di protesta contro l’invasione dell’Ucraina.

Il loro messaggio era semplice e devastante: di fronte alla morte dei civili non c’è più spazio per l’arte. Vale la pena ricordare che la direzione della 59ª Esposizione definì quella scelta «un nobile atto di coraggio», aggiungendo che la Biennale condanna chi impedisce con la violenza il dialogo nel segno della pace.

Quattro anni sono bastati a Venezia per far ringuainare la spada al suo leone, restituendo la laguna come uno specchio delle contraddizioni, delle divisioni e dei paradossi del presente.

Di questi gradi di separazione il presidente Pietrangelo Buttafuoco ne ha illustrato pienamente le cause, appellandosi alla natura giuridica dell’ istituzione veneziana, che la pone sovrana nelle scelte amministrative e culturali, sciolta da ogni vincolo nelle relazioni tra Stati.

immagine per Pietrangel Buttafuoco courtesy Biennale
Pietrangel Buttafuoco courtesy Biennale

Un’autonomia “tecnica”, quindi non politica, della quale sono vittime anche il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il Ministro della Cultura Alessandro Giuli, essendosi entrambi dichiarati contrari alla partecipazione russa, senza però poter entrare ufficialmente nel merito.

Una scelta nata dal dissenso e ribadita dal gesto simbolico del Ministro Giuli di disertare la prea-pertura e l’inaugurazione dell’edizione. In apparenza un atto coerente di solidarietà, se non fosse che per Schopenhauer (Arte di Avere Ragione), anche una posizione mossa da intenzioni giuste può contenere in sé un errore.

E la prova arriva puntuale con la lettera firmata da ventidue Stati contro la partecipazione al Padiglione, alla quale il Ministro ha preferito non aderire.

Si tratta di un atteggiamento quasi fisiologico della narrativa politica, quella di sottrarre le proprie azioni alle conseguenze delle proprie dichiarazioni. Lo confermano le parole dello stesso Giuli, che durante la visita al Padiglione Italia ha dichiarato di conservare intatta l’amicizia con Buttafuoco, precisando che «più amica ancora è la verità» che rappresenta nel suo ruolo di ministro.

Una formula che riecheggia il principio dei «due corpi del re» descritto da Kantorowicz che scinde da una parte l’uomo, dall’altra la funzione che lo trascende e che finisce per orientarne le scelte.

Venezia e l’amministrazione delle differenze

Quale vantaggio ha offerto tutto questo? Ha soddisfatto una necessità di appartenenza. La stessa che ha spinto Buttafuoco a invitare persone di tutte le aree di conflitto a condividere i propri punti di vista, dichiarandosi al tempo stesso impossibilitato a impedire o sanzionare la partecipazione dei Paesi, in linea con una tradizione consolidata in 130 anni di edizioni dai suoi predecessori: durante il fascismo, la Guerra Fredda, dopo Tiananmen, negli anni dei conflitti israeliani.

Sono tutti esempi in cui l’individuo finisce per sentirsi responsabile non delle conseguenze delle proprie azioni, ma del corretto adempimento delle procedure che le rendono possibili, una caratura morale descritta dall’immagine di Pilato che si lava le mani davanti la folla per disinteressarsi  della sua condanna a Gesù.

Se questo è lo scenario ha senso ancora parlare di pensiero?

Di quel dialogo silenzioso che intratteniamo con la coscienza, quel “due in uno” socratico dove anche se soli possiamo essere in disaccordo con noi stessi e contraddirci. Potremmo, se solo fossimo capaci di abdicare alle appartenenze, ai ruoli e alle procedure, in favore di un’intelligenza libera e audace per dirla come il presidente Mattarella, nel mantenere l’esercizio della creatività anche quando il presente compromette la nostra capacità di immaginare altre traduzioni del mondo.

È proprio qui che il pensiero si appoggia alla giustificazione nel discorso di Buttafuoco pronunciato il 6 maggio al Teatro Piccolo dell’Arsenale. Un intervento carico di pathos, citazioni latine, riferimenti poetici e incursioni storiche che, per quanto affascinanti nei loro prosillogismi, non ha provato una tesi, ma ha costruito le condizioni retoriche affinché apparisse già vera.

Lo si vede chiaramente quando viene chiamata in causa la città. Scelta comprensibile, anzi inevitabile. Rimane il fatto che quando si parla di Venezia si rischia di cadere nella trappola della sua ambivalenza. Fin dalla sua fondazione  ha reso la tolleranza veneziana un ottimo investimento finanziario e geopolitico, al di là di qualsiasi principio morale.

Da qui il richiamo di Buttafuoco al fatto che la città «non ha mai chiesto al mondo di essere puro per entrare», tuttavia dire che lo facesse per mettere «le differenze, le contraddizioni, persino i conflitti» in dialogo e convivenza è una lettura  miope che non tiene conto dell’inflessibilità delle norme adottate ai tempi del Doge.

Se è vero che queste hanno contribuito a creare civiltà tra i popoli, è altrettanto vero che quella coesistenza fu possibile solo perché la Repubblica esercitò sui gruppi un’amministrazione rigida del pluralismo, stabilendo ciò che era consentito e ciò che non lo era.

Viene da domandarsi cosa c’entri tutto questo con la Biennale di Venezia. La Serenissima disinnescava i conflitti perché la priorità assoluta era la stabilità dello Stato e dei commerci. La Biennale non è uno Stato e non amministra una popolazione. La sua funzione dichiarata è spesso quella opposta, altrimenti il rischio reale è diventare una vetrina delle differenze, non un confronto reale tra esse.

La risposta emerge quando il dibattito smette di interrogarsi sui motivi delle obiezioni e si concentra sulla legittimità di chi le formula.

È quanto accade nel podcast Il Fienile, condotto da Luca Zaia, dove il Presidente giudica apertamente quanti hanno contestato la presenza del Padiglione Russo. Parla di un clima di «grugnire» e di «mancanza di decoro», accusando frontalmente chi vorrebbe ridurre l’istituzione al rango di una fureria, dove si pensa di poter comandare con i «rutti».

Una nobilitazione dell’insulto, che paradossalmente, finisce per disvelare le reali criticità del sistema, quando sottolinea il livello di chi guida le politiche culturali del PD, reo di aver parlato della partecipazione russa come di uno «stand» da revocare. Poi arriva all’Unione Europea, e la minaccia del taglio dei due milioni di euro di finanziamento: «Anche loro non sanno come funziona». Passando continuamente dal merito delle questioni alla presunta incompetenza di chi le solleva.

L’eternità contro il presente

Il punto però non sono i toni, né mettere in discussione l’importanza degli ordinamenti. Il punto è considerare le implicazioni di ogni intervento e il modo in cui esso contribuisce a produrre riconfigurazioni collettive. Basti pensare alla normalizzazione della sofferenza, assunta dalle politiche estere come un dato stabile e ridotta, nei social, a rumore di fondo, quando invece dovrebbe imporre una scelta.

E questo vale anche per le denunce legate alla riabilitazione della Russia attraverso la Biennale, che per sua natura rimane una piattaforma privilegiata per il soft power statale.

Chi la pensa diversamente rischia spesso di confondere l’arte con uno strumento capace di purificare chiunque ne faccia uso, dimenticando che essa viene frequentemente impiegata dai regimi come un cavallo di Troia per sedersi ai tavoli che contano, spostando il dibattito dalle violazioni dei diritti civili verso narrazioni di portata universale.

Per questo l’arte non può sottrarsi alla dimensione politica. Che ci piaccia o no.

Il delegato russo per gli scambi culturali internazionali, Mikhail Shvydkoy, come riportato da ARTnews, ha affermato: «Nel nostro nuovo progetto, l’eternità prevale sulle preoccupazioni momentanee, la cultura sulla politica… purtroppo, non tutti sono capaci di capirlo». L’ex Ministro si riferiva alla mostra L’albero è radicato nel cielo, pensata per il padiglione, che — come suggerisce il titolo — celebra la natura secondo la misura divina della nostra esistenza.

Presa isolatamente, questa prospettiva non è necessariamente problematica. L’idea ecologica di un tempo che ecceda le vicende umane si ritrova in Spinoza e persino nella sensibilità romantica.

Resta una domanda più difficile: può chi è vicino a un potere impegnato in una guerra invocare l’eternità senza che ciò suoni come una rimozione di un presente così tragicamente rilevante? Perchè la guerra non è semplicemente una «preoccupazione momentanea»; per chi la vive, è una questione esistenziale.

Tutto ciò è permesso soltanto perché molti continuano ad attribuire all’arte un valore simbolico capace di convertirsi in capitale culturale, politico e reputazionale attraverso il possesso di musei, collezioni e fondazioni o, come nel caso del Padiglione Russo, attraverso la proprietà di un edificio costruito nel 1914 per volontà dello Zar Nicola II.

Il caso, allora, riguarda chi sale sul palco. Infatti, come riporta “Dagospia”, il fotografo moscovita in esilio in Italia Danila Tkachenko  conferma «sono in maggioranza degli sconosciuti, e pochissimi di loro sono artisti in senso stretto: sono dei musicisti». La questione porta inevitabilmente a interrogarsi sul ruolo della curatrice Anastasiia Karneeva, figura controversa per le sue implicazioni con il Cremlino.

Figlia del generale Nikolay Volobuev, possiede l’agenzia SmartArt, che dal 2019 gestisce il Padiglione Russo a Venezia ed è sostenuta da sponsor altrettanto discussi come l’oligarca del gas Leonid Mikhelson.

Si tratta di figure che difficilmente possono permettersi una reale indipendenza, ed è qui che il dubbio si insinua. Un controllo così diretto non ha bisogno di mostrare i muscoli, gli basta esercitare la possibilità di escludere preventivamente determinati temi o narrazioni per rendere ogni gesto di libertà una concessione.

Insomma, una Biennale che rimarrà nella storia non per ciò che mostra, ma per ciò che obbliga a pensare.

In questa edizione non ha vinto solo una parte. Ci sono anche Israele e gli Stati Uniti, entrambi impegnati in azioni militari, entrambi parte dello stesso orizzonte di responsabilità. Ci sono padiglioni e istituzioni che esercitano un controllo politico sulla memoria storica.

È accaduto con Machine (2013) di Äsel Kadyrhanova, una macchina da scrivere degli anni Trenta collegata da fili rossi ad autentici mandati d’arresto delle repressioni staliniane, smantellata su pressione del Ministero della Cultura del Kazakistan.

immagine per Machine (2013) di Äsel Kadyrhanova - Kazakhstan
Machine (2013) di Äsel Kadyrhanova – Kazakhstan

Poi ci siamo noi. Il Padiglione Italia, Con te, con tutto, e la sua retorica della festa, Impegnata nel mostrare come anche quando non censura e non reprime, il potere possa produrre consenso attraverso immagini di armonia, partecipazione e comunità.

Sopravvive alla sua scomparsa il lavoro di Koyo Kouoh, che ha dedicato tutta la sua vita a ricucire i legami tra le comunità locali e le diaspore africane, salvando dall’oblio una memoria depredata dal colonialismo e restituita al presente.

Quello stesso presente che ancora oggi fatica non ha il vocabolario giusto per tradurre la diversità, la differenza e il dolore di chi viene da lontano, continuando troppo spesso a raccontarli attraverso le stesse categorie di sempre. 

Il peccato della Biennale

La vera domanda è: di fronte a tutte le vittime di questa disumanizzazione, come possiamo opporre resistenza?

Dante descrive nel Canto III dell’Inferno gli ignavi: coloro che evitarono ogni responsabilità morale e politica, condannati a un movimento eterno e inutile, costretti a inseguire una bandiera vuota mentre vengono punti da vespe e mosconi.

Un destino che appartiene anche alla nostra epoca, nella quale non esiste più un nemico perfetto, perché le definizioni di bene e di male sono state decostruite senza mai essere ricostruite.

Ben venga allora l’autodeterminazione. Coraggio alle Pussy Riot e alla loro militanza contro le strutture di potere.

Evviva Gabrielle Goliath, che non si è piegata alla contestazione del ministro della Cultura sudafricano Gayton McKenzie, scegliendo di lasciare il padiglione vuoto piuttosto che rinunciare all’omaggio alla poetessa palestinese Hiba Abu Nada, uccisa in un raid israeliano nel 2023.

Applaudiamo Zhanna Kadyrova e l’arrivo a Venezia della sua scultura in esilio, l’origami di un cervo divenuto simbolo di tutte le diaspore, costretto a migrare dopo essere stato evacuato da Pokrovsk, nella regione di Donetsk.

immagine per Zhanna Kadyrova, Origami Olen -Biennale di Venezia 2026
Zhanna Kadyrova, Origami Olen -Biennale di Venezia 2026

Appoggiamo la scelta della chiusura temporanea di quei padiglioni di Spagna, Olanda, Egitto, Francia, Corea, Austria, Belgio, che hanno compreso che la cooperazione culturale non può essere confusa con le direttive governative. Sosteniamo le dimissioni in blocco della giuria per l’assegnazione dei Leoni della Biennale e non ci pieghiamo alla deresponsabilizzazione dell’istituzione.

Onore al Padiglione della giovane Repubblica del Timor Leste e ai suoi artisti Verónica Pereira Maia, Etson Caminha, e Juventino Madeira, capaci di impegnare l’arte in una grammatica polifonica in grado di testimoniare la storia, il presente e il futuro di un territorio diviso dal colonialismo, che trova nelle parole la sua cerniera.

immagine per Veronica Pereira, Timor Leste Maia courtesy
Veronica Pereira, Timor Leste Maia courtesy

Legittimiamo quello che molti visitatori hanno iniziato a chiamare «il vero Padiglione Palestinese», ospitato a Palazzo Mora e curato da Faisal Saleh, il quale mentre cadevano le bombe su Gaza riuniva nel Connecticut le comunità palestinesi negli Stati Uniti per permettere a centinaia di mani di ricamare su tele bianche i figli della guerra impegnati in atti di resilienza.

immagine per Gaza Genocide Tapestry. Gaza - No Words - See Exhibit, Palazzo Mora
Gaza Genocide Tapestry. Gaza – No Words – See Exhibit, Palazzo Mora

L’antica tecnica del Tatreez, usata dalla tradizione per decorare gli abiti, trasforma il gesto lento e meditativo del punto croce in una forma di cura capace di lenire la brutalità delle immagini e la memoria della morte. Il tiro di quel piccolo punto, ripetuto migliaia di volte rinnova una scelta sul mondo che desideriamo cambiare.

Sulla 61a Biennale di Venezia:

immagine per Roberto D'onorio
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Roberto D’Onorio (1979) vive e lavora a Roma. Inizia la sua carriera artistica collaborando con la cattedra di Fenomenologia delle Arti Contemporanee di Cecilia Casorati all’Accademia di Belle Arti di Roma e nel 2010 con Cecilia Canziani e Ilaria Gianni per la NOMAS Foundation. Nello stesso anno affianca Anna Cestelli Guidi in occasione della Biennale Fluxus (Auditorium Parco della Musica, Roma). Nel 2012 lavora presso la Galleria Marino di Giuseppe Marino, Roma. Dal 2013 collabora con la Galleria 291est, Roma, rivestendo i ruoli professionali di Curatore e Responsabile Management.

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