Dopo la retorica sofista del V secolo a.C., con Critia che già affermava come la religione stessa fosse un’invenzione utile al controllo delle masse, mai come oggi l’umanità intera assiste all’abuso sistematico della menzogna, divenuta strumento di dominio sociale soprattutto laddove la falsificazione viene adottata come strategia per ottenere vantaggi o garantirsi la sopravvivenza in ambienti complessi quali la politica, i social media e persino l’arte.
È il triste ritratto del presente nichilista a cui assistiamo, che ci costringe a confrontarci con una eredità scomoda, secondo la quale abbiamo sempre mentito e, forse, non possiamo farne a meno, soprattutto quando si tratta dell’informazione, la cui forza risiede nella capacità di spostare l’attenzione da alcuni fatti a scapito di altri, adottando una prassi fondata su continue distrazioni e notizie irrilevanti.
Emblematico, in questo senso, è il caso dei ripetuti trolling di Donald Trump, come il video generato in IA che mostrava la Striscia di Gaza trasformata in un resort di lusso, con tanto di sua statua dorata al centro della città. Diversamente nella realtà Israele intensificava i bombardamenti, causando quasi cinquantamila vittime palestinesi.
Questo meccanismo subdolo, che mina alle fondamenta il principio stesso di verità, è noto come “strategia della distrazione”, teorizzata dal linguista, filosofo e attivista Noam Chomsky (Filadelfia, 7 dicembre 1928). Ma perché questa abbia successo, è indispensabile creare intorno all’individuo un vuoto culturale che riduca le sue capacità critiche al giudizio binario del “mi piace” o “non mi piace”, privandolo così degli strumenti necessari per smascherare l’inganno e scorgere l’autenticità.
Una regressione dell’intelletto favorita dalla rapidità degli scambi informatici e dall’uso massiccio dei social media, che limitano la nostra esistenza in un cybermondo dove la conoscenza non nasce più dall’esperienza diretta, ma dalle immagini che ci costruiamo o, più spesso, che ci vengono imposte.
Ma cosa accadrebbe se questo scenario venisse preso in prestito dall’arte? Dove i confini tra menzogna e verità si fanno labili, si dissolvono e si confondono con i contorni stessi dell’immaginazione; o, come suggerisce Nietzsche ne La gaia scienza, si trasformano in un sogno in cui si è consapevoli di sognare, aprendo così lo spazio alla possibilità di creare e giocare liberamente con le infinite interpretazioni del mondo.
A raccogliere questa provocazione sono i CANEMORTO, con la mostra Megalomanie, allestita nella project room della Fondazione Nicola Del Roscio (Roma), a cura degli audaci Davide Pellicciari e Carlotta Spinelli, visitabile fino al 18 luglio 2025.
Cominciamo col dire che l’inganno ironico e irriverente dei CANEMORTO si manifesta attraverso l’abilità con cui il trio impone la propria narrazione ai media, spesso distratti o sopraffatti dalla sovraesposizione delle informazioni che loro stessi diffondono.
Mentre della loro identità, celata da maschere rituali, non sappiamo nulla se non quello che trapela dalle loro dichiarazioni, per lo più ripetitive nel descriversi come devoti alla divinità canina Txcakurra e al suo immaginario grottesco, nel quale il trino si concepisce come unica entità generatrice.
La loro esistenza artistica si muove in un conflitto costante, seppur apparente, con il sistema dell’arte dominante, fino a diventare quasi una presenza fisiologica nella trama multiforme della mostra Megalomanie.
Il percorso trae inspirazione dal debutto italiano di La Recherche de L’Œuvre Absolue, film visionario scritto e interpretato da CANEMORTO, diretto da Marco Proserpio (regista e videomaker), con musiche e sound design di Matteo Pansana (fonico e compositore).
Realizzato per la mostra al Centre d’Art Contemporain di Villa Arson (Nizza), il lungometraggio “sempre in fuga da un’estetica consolidata” esplora, il mistero dell’Œuvre Absolue — l’opera d’arte ideale, capace di ottenere consenso al solo sguardo.

Tra profanazioni notturne, tombe aperte ed esperimenti alchemici, il trio si muove sulle tracce di un segreto che — secondo la leggenda — sarebbe appartenuto a Pierre-Joseph Arson, enigmatico fondatore della Villa.
Questa volta la messinscena prende avvio con l’impresa epica delle più grandi stampe calcografiche mai realizzate, intese — almeno nelle intenzioni — a entrare nel Guinness World Record. Coerentemente con quella che corrisponde ad un’“economia del delirio”, l’intero processo viene filmato in ogni sua fase ossessiva, trasformandosi in un vero docu-film sul desiderio narcisistico di consacrare la propria presunta superiorità agli occhi del mondo.
Il progetto, tuttavia, non vedrà mai la sua conclusione a causa dell’’esplosione alla Fondazione Del Roscio in via Francesco Crispi 18, provocata dalle sostanze chimiche illegali utilizzate da CANEMORTO.
L’incidente diventa il fulcro di una fake news orchestrata ad arte e diffusa attraverso una pubblicazione cartacea intitolata Il Quotidiano dell’Arte, parodia dichiarata del più celebre Giornale dell’Arte.

Nell’edizione fittizia, redatta con cura e dovizia di particolari, si ricostruiscono i presunti fatti: dalla testimonianza del vigile del fuoco Marco T., primo a notare l’anomalia del piccolo cratere lasciato dall’esplosione, fino alla teoria della “riduzione aliena” avanzata dal professor Enrico Castelli, esperto di fenomeni paranormali, secondo cui nel cratere sarebbero state rinvenute dieci nano-stampe calcografiche, delle dimensioni di 1500 x 2000 micron, perfettamente analoghe — fatta eccezione per la scala — alle incisioni realizzate dagli artisti.
Una possibilità prontamente smentita dal dottor Ferdinando Orsetti, direttore del reparto nanotecnologie della Sub-Microtek, che attribuisce il fenomeno a una semplice reazione chimica.
IL SERIO GIOCO DI CANEMORTO
Megalomanie gioca consapevolmente con il principio della sospensione dell’incredulità, spingendo lo spettatore ad accettare, almeno per un istante, l’assurdità come possibile.
Ma oltre l’apparenza ludica, ironica a tratti comica, nelle azione di CANEMORTO si nasconde una metodologia altrettanto consapevole di manipolazione percettiva, che si inscrive perfettamente in quella che potremmo definire post-truth art.
Qui, il termine art prende il posto di politics nella celebre espressione coniata dallo scrittore serbo-statunitense Steve Tesich, apparsa per la prima volta in un articolo del 1992 su The Nation, per descrivere una politica che si nutre di affermazioni “che sembrano vere”, ma che non hanno alcun reale fondamento nei fatti. In questo contesto, il concetto di “oltre la verità” si intreccia inevitabilmente con quello della diffusione di notizie false, o bufale, secondo la terminologia ormai entrata nell’uso comune.
Ci muoviamo così in una dimensione in cui, come ha acutamente osservato il comico statunitense Stephen Colbert, l’unica cosa che conta è la truthiness, la “veritezza”: non ciò che è verificabile o provato, ma ciò che sembra vero, semplicemente perché proviene da una fonte riconosciuta o ritenuta credibile. Ed è qui che si rende indispensabile il ruolo del mediatore culturale, che non deve lasciarsi sedurre né dalla sovraesposizione mediatica né dalla narrazione costruita ad arte.
Ad aiutarci in questa impresa ci viene in aiuto Umberto Eco, con la lucidità di chi conosce i trabocchetti del senso. Il filosofo ci ricorda che ogni opera è un campo di forze, dove si confrontano tre volontà distinte: l’intenzione dell’autore (intentio auctoris), l’intenzione dell’opera (o intentio operis), l’intenzione del lettore (intentio lectoris). All’interno di questo triangolo instabile e mai del tutto risolvibile che si gioca la partita della verità, o, più sottilmente, della sua sapiente manipolazione.
Ciò che emerge immediatamente in CANEMORTO è il deliberato eccesso di dissimulazione, declinato in ogni sua forma: dall’occultamento identitario all’invenzione di una mitologia personale — il culto del cane — fino all’adozione di un linguaggio ermetico, esclusivo, volutamente criptico.
Tuttavia, la loro intentio auctoris non si esaurisce nel semplice nascondersi, ma è più raffinata, più calcolata rispetto a ciò che appare. Il loro intento si muove lungo un sistema speculari, dove da un lato, si smaschera la natura stessa dell’inganno, esponendo i meccanismi di controllo propri dell’arte e della società dello spettacolo; dall’altro, costruisce con la stessa abilità una verità funzionale, utile per alimentare quell’aura da outsider ribelli che li rende, agli occhi del sistema, apparentemente- inafferrabili e inattaccabili.
Immancabile è anche la volontà di veicolare un messaggio positivo, che in Megalomanie si traduce nella considerazione dell’arte come metafora della condizione resiliente dell’esistenza. «Gli artisti ci ricordano quanto sia importante accettare l’errore, la frattura, l’imprevisto», spiega ancora la curatrice Carlotta Spinelli, «perché il fallimento è spesso più fertile del trionfo».
Diversamente, l’opera come oggetto autonomo, si evidenzia come l’intuizione di defunzionalizzare deliberatamente la matrice calcografica — rendendola incapace di assolvere alla sua funzione di riprodurre l’immagine — trasforma le stampe superstiti, di fatto in opere uniche e di conseguenza accrescendone automaticamente il valore di mercato.
Un gesto che, sotto la patina del sabotaggio concettuale, produce un effetto tutt’altro che trascurabile. Infine, all’intenzione dello spettatore viene data l’interpretazione soggettiva in base alla propria sensibilità, cultura, esperienza.
Ed è forse proprio qui che si rintraccia la ragione più profonda della presenza di CANEMORTO all’interno del panorama dell’arte ultra-contemporanea. Nel lento disfacimento dei sistemi sociali e della democrazia a cui stiamo assistendo, si possono distinguere due fasi ben precise: la prima coincide con l’avvento della storia come perdita dell’esperienza; la seconda, con il dilagare inarrestabile del narcisismo nell’essere umano.
Così come nel Ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde, il tempo si rivela ancora una volta il principale antagonista della vita. Ed è proprio a partire dall’illusione dell’eternità che i governi delle grandi potenze si ritrovano ostaggio di individui dalla percezione smisurata di sé, incapaci di amare altro se non la propria immagine riflessa nel potere.
A loro dobbiamo il nostro smarrimento, immersi in continue distrazioni costruite dagli algoritmi, grazie ai quali le ore, i giorni, le settimane scorrono come lampi, senza lasciare traccia, svuotando la giornata dell’uomo contemporaneo di qualunque esperienza capace di metterlo in relazione concreta con la storia.
La condizione dell’esperienza, dunque, non è più la conoscenza, ma l’autorevolezza. In questa zona grigia CANEMORTO reinterpreta, con lucidità e sarcasmo, gli umori del Manifesto Surrealista, redatto in un’Europa dilaniata dal trauma della Prima Guerra Mondiale.
Il gruppo di Breton non si limitò a ignorare la guerra, ma anzi la rigettò ontologicamente, considerando l’intero ordine sociale e razionale che aveva prodotto il conflitto come qualcosa da smontare, da destrutturare. La “fuga” nel sogno, nell’inconscio, nella metafisica si fa così gesto rivoluzionario.
Allo stesso modo, CANEMORTO propone una narrazione in cui nessuno è più autorevole, e anzi, tutti sembrano desiderare di liberarsi del potere che si esercita sull’altro. La loro è una critica che non rinuncia a una vena ironica e corrosiva, capace di ridicolizzare persino il narcisismo attorno al quale si costruisce la retorica del più forte, tanto nella teoria quanto nella pratica.
Proprio quando sembra che il rebus sia risolto, l’opera aggiunge un colpo di scena, un inciampo, un indizio che invita a spostare lo sguardo su un doppio registro, macro e micro, come nelle loro nano-calcografie, in aperta antitesi con le dimensioni smisurate delle stampe monumentali. Perché solo ridimensionando l’ego — e qui il sorriso ironico è inevitabile — si può davvero cominciare a comprendere.
Fondazione Nicola Del Roscio
Via Francesco Crispi, 18 – Roma
lun – ven 11:00 – 17:30
roma@fondazionenicoladelroscio.it
Roberto D’Onorio (1979) vive e lavora a Roma. Inizia la sua carriera artistica collaborando con la cattedra di Fenomenologia delle Arti Contemporanee di Cecilia Casorati all’Accademia di Belle Arti di Roma e nel 2010 con Cecilia Canziani e Ilaria Gianni per la NOMAS Foundation. Nello stesso anno affianca Anna Cestelli Guidi in occasione della Biennale Fluxus (Auditorium Parco della Musica, Roma). Nel 2012 lavora presso la Galleria Marino di Giuseppe Marino, Roma. Dal 2013 collabora con la Galleria 291est, Roma, rivestendo i ruoli professionali di Curatore e Responsabile Management.





