È di pochi giorni fa la notizia del taglio di oltre 2 milioni di euro ai danni di importanti istituzioni culturali nazionali – come la Biennale di Venezia o il Festival dei Due Mondi di Spoleto – operato dal centrodestra per riallocare i fondi verso il Festival delle Città Identitarie, manifestazione vicina al partito della premier Meloni e promossa dalla fondazione omonima, impegnata nella valorizzazione dell’identità, della storia e dell’arte made in Italy nei borghi e nei piccoli comuni.

Cinquecentomila euro verranno destinati “a favore di iniziative che si svolgono nelle piazze e nei teatri” di comuni come Lecce (LE), Montalto delle Marche (AP), Alta Val Tidone (PC), Ventimiglia (IM), Ancona (AN), La Spezia (SP), Pescara (PE), Brescello (RE), Isola del Liri (FR), Castrolibero (CS), solo per citarne alcuni.

immagine per Lecce
Lecce

A dover stringere la cinghia, invece, sono istituzioni come la Fondazione Festival dei Due Mondi di Spoleto, la Fondazione La Biennale di Venezia, la Triennale di Milano, la Quadriennale di Roma, l’associazione Italia Nostra, il Fondo Ambiente Italiano, il Festival Pucciniano, Ferrara Musica, la Fondazione Ravenna Manifestazioni e il Reggio Parma Festival.

Nonostante provi rammarico per la notizia, riconosco che – al di là delle consuete pratiche di vicinanza e amicizia, dinamiche inevitabili della politica, indipendentemente dal colore della bandiera – la strategia adottata da Giorgia Meloni punta chiaramente a sostenere una forma di arte associativa, territoriale, ancorata al folklore e alla narrazione identitaria.

Un’arte rassicurante, che parla la lingua del “vicino”, in contrapposizione a quei contesti che, seppur fondamentali per rappresentare la cultura e il mercato artistico italiano a livello internazionale, risultano spesso elitari e distanti per un elettorato in cerca di riconoscibilità e familiarità.

Si profila una tensione simbolica tra i “territori minori” e i grandi palcoscenici dell’arte contemporanea, prima fra tutte Venezia che, dopotutto, non necessita di ulteriore visibilità mediatica o turistica per promuovere la cultura, al contrario di luoghi come Isola del Liri, dove l’intervento culturale può ancora generare trasformazione.

E va benissimo così, perché l’arte è sempre arte, e come tale andrebbe sostenuta, indipendentemente da chi la promuove. Diversamente, rischiamo di alimentare una differenza che si fa divisione, e una divisione che si fa distanza.

immagine per La Spezia

L’ultima Biennale curata da Adriano Pedrosa, ad esempio, è stata criticata da autorevoli esponenti del settore per aver strumentalizzato il concetto di “straniero”, trascurando il valore della varietà nel suo senso più ampio: comunicativo, inclusivo, pluralistico. Così come è stato duramente criticato il costo del Padiglione Italia, salito a 1,2 milioni di euro, 800mila dei quali garantiti da fondi pubblici.

A questa complessità si aggiunge la questione, ancora irrisolta, dell’IVA sull’arte (ne abbiamo scritto »qui e »qui) che fatica a trovare un inquadramento adeguato, proprio perché spesso percepita come un privilegio riservato a una ristretta cerchia di imprenditori e a una precisa classe sociale.

Non è l’arte, né tantomeno la cultura, a essere impopolari, ma le modalità attraverso cui vengono promosse, e mai come in questi giorni, questa consapevolezza illumina in modo nuovo le pratiche di diffusione dell’arte e la costruzione della sua percezione pubblica.

Il compromesso ideale sarebbe allora quello di cercare, sempre, un principio di equità, nella redistribuzione dei finanziamenti, certo, ma anche nelle relazioni, nel linguaggio, nella capacità di costruire un vocabolario comune.

Un linguaggio che ci permetta finalmente un dialogo orizzontale, nel rispetto dei diritti fondamentali di ciò che l’arte deve continuare a essere: libera, democratica, accessibile.

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Sogliano Cavour
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Roberto D’Onorio (1979) vive e lavora a Roma. Inizia la sua carriera artistica collaborando con la cattedra di Fenomenologia delle Arti Contemporanee di Cecilia Casorati all’Accademia di Belle Arti di Roma e nel 2010 con Cecilia Canziani e Ilaria Gianni per la NOMAS Foundation. Nello stesso anno affianca Anna Cestelli Guidi in occasione della Biennale Fluxus (Auditorium Parco della Musica, Roma). Nel 2012 lavora presso la Galleria Marino di Giuseppe Marino, Roma. Dal 2013 collabora con la Galleria 291est, Roma, rivestendo i ruoli professionali di Curatore e Responsabile Management.

2 risposte

  1. Quando si parla di arte identitaria, di borghi, tradizioni, radici, “italianità” e si tolgono fondi a istituzioni che rappresentano la pluralità, la sperimentazione e l’apertura internazionale, il richiamo a una visione culturale nostalgica, “organica”, per non dire autarchica, è difficile da ignorare. Sembra un déjà vu con l’odore di naftalina.
    Il fascismo storico (quello con la F maiuscola) aveva un rapporto molto strumentale con l’arte: la usava per rafforzare l’unità nazionale, esaltare il mito delle origini, glorificare la ruralità e l’ordine. Non è un caso se oggi, nel lessico politico di certe destre, tornano parole come “radici”, “patria”, “tradizione”, che sembrano innocue, ma diventano armi quando escludono ciò che non rientra in quella cornice.
    Chiariamoci: non è sbagliato valorizzare i piccoli comuni o il patrimonio locale. Anzi, è fondamentale. Ma quando ciò avviene a scapito di realtà culturali che lavorano sulla complessità, sulla contaminazione e sull’internazionalità, allora il sospetto (è un eufemismo) che ci sia una strategia ideologica dietro la regia dei fondi è più che fondato.
    Il rischio? Ridurre la cultura a un esercizio rassicurante, conforme, senza spigoli. Una cultura che non disturba, non interroga, non mette in discussione nulla. In pratica, non fa più il suo lavoro.
    In fondo, non è l’arte che dev’essere popolare nel senso di semplificata o addomesticata… dev’essere accessibile. E l’accessibilità si crea con l’educazione, non con la censura dei linguaggi complessi.
    Almeno questo è il mio pensiero e sarei felice di essere sconfessato.

    1. Gentile Sig. Massimo Maggio,
      non credo che lei debba essere smentito, poiché nessuno detiene la verità — a meno che non si sia disposti ad accettare anche ciò che non ci si aspetta. Ci tengo, però, a ringraziarla per avermi dato l’occasione di ampliare un pensiero nato come punto di partenza per una riflessione più ampia. Naturalmente, convengo con lei quando giustamente ci ricorda che i movimenti fascisti devono molto della loro costituzione e proliferazione allo sfruttamento di un linguaggio volto a richiamare l’“italianità” e a ridurre l’arte a strumento di obbedienza al regime. Tuttavia — se mi permette — nonostante il mio orientamento di genere, la mia religione, la mia storia personale e il fatto di non parlare per etichette, perché nessuna etichetta può realmente rappresentarmi, vorrei spostare l’attenzione su una manifestazione che rappresenta semplicemente ciò che è. Al di là dei principi, il Festival delle Città Identitarie tenta, in maniera goffa, forse ingenua, di costruire un’offerta culturale rivolta a chi non possiede un vocabolario adeguato o una comunità di riferimento — ma che, per questo, non dovrebbe essere escluso né squalificato da coloro che ancora perpetuano la brutta abitudine di certificare la cultura altrui. Dopodiché, è legittimo interrogarsi sulla qualità e sul format scelto. Personalmente, non apprezzo la forma di intrattenimento proposta dal festival, né la presenza di alcuni ospiti delle passate edizioni come Diego Fusaro, Vittorio Sgarbi, Alessandro Sallusti, o personalità di altri ambiti come Carlo Verdone o Claudia Cardinale. Tuttavia, non mi sento di pregiudicare il loro ruolo all’interno di una comunità dell’arte. Ma il punto è un altro, ed è legato a un dato attuale emerso dalla difficoltà — ancora oggi — di equiparare l’IVA sulle opere d’arte. L’intero sistema è stato accusato, dall’opinione pubblica e politica, di non essere comprensibile, di non sapersi spiegare (https://www.artapartofculture.net/2025/04/10/miart-riscrive-la-storia-delliva-contemporanea/). Sarà perché c’è ancora molto “nero” nei conti da non poter rilevare l’impatto economico del settore, sarà perché non ci sono ancora posti e qualifiche regolamentate dai contratti, sarà quel che sarà sta di fatto che nessuno sembra essere nella posizione di scagliare la prima pietra. Un risvolto che a mio avviso è grave, sintomo di una inaccessibilità profonda, apparentemente superata solo grazie all’impegno di alcune associazioni di settore che, attraverso un lavoro costante e dialogico, sembrano aver fatto comprendere al ministro Giuli l’importanza della manovra fiscale. Questo è stato possibile proprio perché si è scelto un linguaggio di coesione, funzionale a un obiettivo comune: farsi capire, prima ancora di pretendere riflessioni. Non è un caso, d’altronde, che anche nella storia dell’arte i più grandi movimenti artistici — dal paleolitico al medioevo, dal Rinascimento ai Preraffaelliti — abbiano usato forme e narrazioni riconoscibili, capaci di far accedere chiunque a un’introspezione profonda sul reale. Con questo non intendo certo dire che si debba tornare a una sorta di “primitivismo” o tornare ad usare parole legate ad un certo patrimonio storico, ma nemmeno cedere all’ortodossia di un’arte che, per essere considerata tale, debba corrispondere a un’unica regola. Ed è forse proprio per questa economia del pensiero che sento di parlare a TUTTI, quando dico che dovremmo ripensare il modo in cui raccontiamo la “nostra” cultura. Come ricordavo, la Biennale di Pedrosa — incentrata sui temi dell’outsider, dello straniero e della diversità di genere — è stata considerata da autorevoli colleghi un esercizio di strumentalizzazione (https://www.artapartofculture.net/2024/05/27/quale-il-ruolo-della-biennale-certificare-larte-altrui-o-sfidare-lespressione-contemporanea/), così come sono state criticate le spese per il Padiglione Italia, o la scelta di Massimiliano Bartolini, tacciato di passatismo solo perché artista maturo. Anche la nomina del curatore, criticata perché avvenuta tramite bando pubblico per volontà del governo, si è rivelata poi uno strumento efficace nella scelta di Luca Cerizza. E senza fare troppa dietrologia, potremmo citare le critiche a Giorgio de Finis e al suo MACRO Asilo (https://osservatoriofutura.it/wp-content/uploads/2024/11/FanzineN%C2%B02_OnlineSingola.pdf). Insomma, tutti esempi di un sistema che talvolta sembra cannibalizzare la propria identità, favorendo una critica ideologica anziché una funzionale al giusto sviluppo culturale. Il mio intento è semplicemente questo: puntare l’attenzione sulla giusta ed equa distribuzione della ricchezza, affinché si possano creare percorsi di crescita e scambio, sia personale che professionale.

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