Il riesame consapevole e la valorizzazione dei movimenti artistici del passato sono senza dubbio tra i meriti meno riconosciuti agli artisti contemporanei. Nella sua prima personale romana presso Spazio Curva Pura (visitabile fino al 27 giugno), Simone Stuto si unisce a coloro che hanno compreso appieno come la capacità di evocare stili, idee e temi di epoche precedenti rappresenti ancora oggi un potente processo di riappropriazione psichica, capace di mettere in discussione, trasformare e a volte frammentare le convenzioni e i canoni stabiliti dalla realtà.
Il titolo della mostra, à rebours / ascoltare era il tuo solo modo di vedere, introduce sin da subito le coordinate del viaggio che Stuto ci invita a compiere.
In particolare, l’avverbio francese “à rebours”, traducibile in italiano con “a ritroso”, anticipa non solo un movimento attraverso i sensi, ma anche un cambiamento che avviene in uno specifico spazio-tempo. Senza dubbio un’ipotesi affascinante quella scelta per il tema della mostra, ma non priva di pericoli, che trova il suo corrispettivo nella letteratura decadente di fine Ottocento.
Come accade nel romanzo omonimo (À rebours, per l’appunto) di Joris-Karl Huysmans, in cui il protagonista Jean Des Esseintes, personaggio ispirato al maestro del simbolismo Odilon Redon, non riconoscendosi in un tempo in cui i valori sociali, culturali e morali sono in piena crisi, decide di ritirarsi a vita privata per dedicarsi alla lettura, alla contemplazione di quadri e opere d’arte da lui collezionate.
Huysmans destina gran parte del testo alle riflessioni di Des Esseintes, maturate durante le lunghe e dettagliate descrizioni dei magnifici arredi, i suggestivi quadri di Gustave Moreau e le stampe di Jan Luyken, le considerazioni su opere di scrittori contemporanei o di poco precedenti (da Balzac a Verlaine, da Zola a Flaubert).
Una vita utopica che termina nel momento in cui i riferimenti colti, i simboli e gli oggetti di cui si circonda, si rivelano fonte d’inquietudine e turbamenti tanto insostenibili da rendere massima l’intensità dell’aristocratico decadente. Provato nel corpo e nell’anima, infine spingerà la sua fragile mente al limite dell’astrazione, piegando la realtà esterna e l’idea stessa di natura con artifici e inganni percettivi, che lo porteranno sul finire della sua esistenza in uno stato allucinatorio.
Una testimonianza emblematica che mira a restituire al lettore non solo l’emotività soverchiante vissuta dal protagonista, ma anche come l’atto di osservare con deferenza il passato possa alterare la percezione dell’io e della realtà.
Stuto sopravvive all’esperienza delirante di Des Esseintes, contrapponendo alle lusinghe del passato uno sguardo creatore.
A riguardo scrive Michela De Becchis, curatrice della mostra:
«Stuto guarda dentro la pittura, guarda dentro la storia della pittura […] questo guardare e sentire in modo reticolato è ontologicamente principio creatore di nuovo, di costante re-invenzione dell’opera e del piano simbolico dove si distende».
Non siamo più dunque nell’Ottocento, né prima né dopo, ma all’interno di un processo visionario che slega il legame fatale tra arte e tempo, arte e storia. In questo senso, Simone Stuto procede oltre i confini del conosciuto, generando un fantasmagorico vocabolario ispirato da un pensiero critico e un ragionamento ponderato, che a sua volta spinge noi osservatori ad attivare continui rimandi, analogie e dialoghi, provocati dai meravigliosi déjà-vu che le trame delle sue opere intessono.
Come accade ad esempio nel dipinto Chiedesti del mio nuovo partire (fig. 1), in cui si può scorgere l’ideale profondamente implicito del manierismo.
La domanda che intitola l’opera risponde con il ricordo della figura sinuosamente allungata, che ancor prima di esplodere in tonalità acide, ricalca la posizione del San Maurizio di spalle mentre annuncia a Massimiliano il martirio, dipinto da El Greco nel 1580.

Gli incontri continuano all’aperto, nella natura, dentro il bosco dove risiede l’inconscio più profondo del simbolismo. Nell’opera Più prezioso è il contatto del tuo labbro nell’ombra (fig. 2), ci ritroviamo a spiare la congiunzione di due corpi abbandonati nel loro disfarsi. Una visione scomposta che oltrepassa le sembianze, per cogliere personaggi ora d’incubo ora da sogno.

Se allo sventurato storico dell’arte può risultare da una parte impossibile descrivere l’intero campionario immaginifico di Simone Stuto, dall’altra egli può semplicemente indicarlo come un pittore postmoderno, poiché, in effetti, l’eclettismo di iconografie e stili è determinante per la lettura della sua pittura.
Una possibile, seppur troppo facile, definizione che trova la sua smentita nella stessa idea portata avanti dal lavoro dell’autore: quella di provare a far coesistere due principi antitetici. Il suo tentativo di far vivere in una sola unità natura e spirito, immanenza e trascendenza, individualità e universalità, e tutti quei dualismi in cui la condizione umana è da sempre spezzata, si rivela infine impossibile.
L’esito sfavorevole di questo desiderio unitario, di questo pathos, appare soprattutto nei ritratti d’ispirazione rinascimentale, periodo in cui, secondo George Simmel, la pittura ritrattistica venne scelta per superare le divisioni che il cristianesimo aveva portato avanti durante tutto il Trecento. In Crepuscolo (fig. 3), tali assunti prendono corpo nella leggerezza della pennellata impressionista, che imita la modellazione con il pollice delle sculture di Medardo Rosso.

A Stuto, tanto quanto allo scultore al quale si riferisce, non interessa il realismo e la descrizione dei particolari del volto, ma restituire un’impressione organica e vitale dei conflitti interiori.
Al di là delle inevitabili e ricche citazioni, quello che più colpisce si manifesta nel campo della pittura. Prima ancora che come rappresentazioni di oggetti e situazioni, il quadro è trattato come una superficie piana da ricoprire sovrapponendo dei colori.
Le velature, le trasparenze e le parti sostanziali via via aggiunte, suggeriscono una ricerca unidimensionale, apparentemente tesa ad abolire la profondità e la prospettiva, ma che in verità restituisce densità e atmosfera a ciò che non è rappresentabile in termini oggettuali, come la luminosità, i sentimenti o, più in generale, ciò che è spirituale.
Per apprezzare al meglio l’arte di Simone Stuto, occorre attraversare le sue labirintiche diramazioni, enigmi, grovigli visivi e simboli, come fossimo Euridice al seguito di Orfeo. Questa volta però senza dubitare del nostro accompagnatore, poiché, al contrario del mito, Stuto procede imperturbabile nel presente, cosciente del passato che lo accompagna e del futuro che lo precede.
Info mostra: Simone Stuto, à rebours / ascoltare era il tuo solo modo di vedere
- Curva Pura, via Giuseppe Acerbi, 1/a , Roma
- martedì e giovedì dalle 18:30 o su appuntamento
- +39 331 424 3004 – curvapura@gmail.com
Roberto D’Onorio (1979) vive e lavora a Roma. Inizia la sua carriera artistica collaborando con la cattedra di Fenomenologia delle Arti Contemporanee di Cecilia Casorati all’Accademia di Belle Arti di Roma e nel 2010 con Cecilia Canziani e Ilaria Gianni per la NOMAS Foundation. Nello stesso anno affianca Anna Cestelli Guidi in occasione della Biennale Fluxus (Auditorium Parco della Musica, Roma). Nel 2012 lavora presso la Galleria Marino di Giuseppe Marino, Roma. Dal 2013 collabora con la Galleria 291est, Roma, rivestendo i ruoli professionali di Curatore e Responsabile Management.
- Roberto D'Onorio
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