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Roma Arte in Nuvola. La fiera del centro-sud rischia di perdere il centro

di Roberto D'Onorio

Roma Arte in Nuvola mette alla prova gallerie, artisti e pubblico, mostrando i limiti e le possibilità di un ecosistema culturale ancora in evoluzione.

Ma nonostante le polemiche, alimentate da sostenitori vicini al fanatismo e da detrattori irriducibili, Roma Arte in Nuvola si è svolta anche quest’anno, dal 21 al 23 novembre 2025, negli spazi del Centro Congressi progettato da Massimiliano Fuksas.

Una continuità che, nel panorama romano, resta tutt’altro che scontata. Ignorare la conflittualità che circonda la fiera significherebbe non rendere giustizia né a chi, lontano dai clamori, costruisce proposte parallele, né a chi continua a sostenerla, confidando nelle sue potenzialità. Le critiche che hanno accompagnato ogni edizione, fino alla quinta, sono ormai diventate parte integrante del progetto ideato da Alessandro Nicosia e guidato dalla direzione artistica di Adriana Polveroni.

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Roma Arte in Nuvola. La fiera del centro-sud rischia di perdere il centro. Foto di L. B. Boffi

Per quella che si sta affermando come la principale fiera del Centro-Sud, il “fallimento” evocato da una certa élite del sistema dell’arte non è un tabù, ma un processo trasformativo che favorisce la coesistenza di realtà culturali diverse, impegnate in un dialogo plurale in grado di raggiungere il pubblico più ampio possibile. In questa prospettiva, il fallimento diventa uno spazio in cui l’errore non sottrae valore e, anzi, apre nuove possibilità. Del resto, non esistono modelli perfetti, né nell’economia dell’arte né nella promozione culturale. Esistono processi delicati, talvolta pasticcioni, che a modo loro contribuiscono a reinventare le modalità con cui l’arte costruisce il proprio rapporto con chi la osserva.

Al di là degli assurdi campanilismi e delle esasperate mediazioni interne, a Roma Arte in Nuvola va riconosciuto il merito di restituire un quadro che, seppur frastagliato, non manca di momenti di densità. La fiera diviene così l’occasione per attivare nuove narrazioni, aprire fessure in un sistema spesso rigido, e soprattutto mettere alla prova la capacità della città di reagire.

È dunque inutile rimuginare su ciò che è, non è o dovrebbe essere; più sensato è guardare con attenzione alle gallerie che hanno scelto di rischiare, a quelle che hanno consolidato una posizione, alle poche che sperimentano e alle molte che confermano ciò che il pubblico si aspetta.

Tra queste, è importante valorizzare le presenze che hanno scelto di non considerare la piazza romana come una semplice vetrina commerciale, ma come un terreno di sperimentazione, capace di sviluppare strategie di mercato in grado di convertire i visitatori non specializzati in potenziali collezionisti. Una scelta che non “paga” nell’immediato, ma contribuisce a una necessaria redistribuzione del potere d’acquisto, soprattutto nel contemporaneo.

I MIGLIORI STAND COME SPECCHIO DEL MERCATO ROMANO

Gli stand che raccontano molto più della fiera stessa non sono pochi; per amor di sintesi e coerenza, ci soffermiamo sulla prossimità con Roma, segnalando alla sua prima adesione La Monti 8 (Roma).

L’offerta pensata riflette perfettamente il carattere della galleria, con le immagini rassicuranti e intime di Logan T. Sibrel (Jasper, Indiana, 1986) in netto contrasto con le rappresentazioni macabre di Naomi Hawksley (San Francisco, 2000). Entrambi gli artisti fanno parte della traiettoria di ricerca di Monti 8, da sempre orientata alla valorizzazione di giovani voci internazionali con un market ranking già consolidato, ma ancora poco visibili al pubblico europeo e italiano.

In particolare, la pittura di Sibrel proposta in un range di prezzo compreso tra 2.500 e 4.900, restituisce una visione frammentaria dei gesti quotidiani, intimi fino a sfiorare l’erotico. Sono istanti, scarti e scatti di una memoria diaristica che racconta un tempo destinato a dissolversi nello spazio, ma a persistere nel tempo. All’opposto, la delicatezza del segno a grafite di Hawksley evoca sensibilità vicine a tradizioni orientali, volte a esplicitare la morte in pose sinuose e a sorprendere figure femminili o animali nelle loro attività quotidiane. Nei disegni, quotati a 2.400 euro ciascuno, l’assenza di colore traduce la perdita generata dal dolore accumulato nell’intimità dell’esperienza personale.

Tra le gallerie che hanno voluto dare una seconda possibilità alla Nuvola, è impossibile non menzionare la galleria Francesca Antonini (Roma), la cui presenza si distingue per la cura dello spazio come valore aggiunto.

Una tendenza che si manifesta nell’allestimento delle opere sussurrate di Enrico Tealdi (Cuneo, 1976), per un range di prezzo che va dai 1500 ai 5000. Diverse sono le tele ricavate dai corredi nuziali pensate per comporre una piccola architettura in cui l’artista organizza impressioni, affetti e percezioni animando scenari naturali.

Si continua con la serie Segreto di Oxana Tregubova (Cernivci, Russia, 1990), collage proposti a 2.500 euro l’uno, nati dal racconto d’infanzia della madre dell’artista impegnata nella caccia al tesoro nei giardini condivisi con i compagni di gioco.  Tregubova  agisce come regista di un ricordo altrui, riscrivendo attivamente l’immagine e de-realizzando i piani come accade nel mondo dei sogni. Diversamente gli acquarelli di Francesco Casati, (Verona, 1990), realizzati su carta e quotati a 1.200 euro l’uno, mostrano soggetti talvolta appena accennati, ambigui e sempre controllati nel segno, immersi in una bizzarra e solitaria atmosfera in cui l’immagine si perfeziona nello sguardo dello spettatore.

A distinguersi per presenza  è la galleria Supermatek di Roma, impegnata nella promozione militante di un’arte attenta alle problematiche sociali.

Emblematici i lavori sull’empowerment femminile di Elena Kettra. L’artista costruisce nuove iconografie attraversando processi di autocoscienza, combinando estetica pop, cultura queer e critica sociale, come l’opera installativa Tirapugni a dondolo per bambine feroci (1.800 euro), che, come suggerisce il titolo, unisce all’esercizio ludico del dondolare l’immagine provocatoria di un’arma pensata sia per l’attacco sia per la difesa. La denuncia qui è di tipo morale, poiché l’opera diventa allegoria del patriarcato e della violenza trasmessa di generazione in generazione.

immagine per Elena Kettra, Tirapugni a dondolo per bambine feroci. Roma Arte in Nuvola 2025
Elena Kettra, Tirapugni a dondolo per bambine feroci. Roma Arte in Nuvola 2025

A Massimo Scognamiglio (Roma, 1969), è affidato il compito di indagare la malattia mentale, lontano dal significato stereotipato dello stigma e intesa come parte della condizione umana. Le figure pallide e sbiadite, costrette in ambienti claustrofobici, valicano i confini tra psiche e spazio circostante, costringendo lo spettatore a identificarsi pienamente nel malato e ad abbandonarsi al suo stesso delirio.

In un’epoca in cui la salute mentale è un tema delicato, Scognamiglio ci ricorda, attraverso il tremore della carta utilizzato insieme al colore a olio, che il dolore psichico non è estetico, ma un labirinto pluristratificato. Le opere sono proposte in un range di prezzo compreso tra 900 e 1.600 euro.

immagine per Massimo Scognamiglio. Roma Arte in Nuvola 2025
Massimo Scognamiglio. Roma Arte in Nuvola 2025

La nuova Pesa di Roma parla al presente attraverso gli elementi installativi proposti da 950 a 7000 euro, di Sveva Angeletti (1991), costituiti dalle teche all’interno delle quali raccoglie numerose linee di carta triturate, selezionate per il loro colore azzurro, citazione del mare ma anche della vastità d’informazioni che la nostra società produce e distrugge ciclicamente. Angeletti utilizza un linguaggio asciutto e immediato per parlare della degenerazione della narrazione, dove tutto è sospetto perché occulto, trasformando la coscienza politica in paranoia.

Ci sono poi opere che segnano un’intera generazione, e quelle di Francesca Cornacchini (Roma. 1991), sono tra queste. L’artista impiega i fumogeni per tracciare la carica impetuosa del fulmine come metafora di distruzione e rigenerazione; più che un evento atmosferico, le opere dai 1000 ai 3100 euro, sono tutti inni alla generazione post-adolescente, incapace di diventare adulta, che esplode in sogni improbabili, frustrazioni quotidiane e pensieri divergenti.

immagine per installation view, La nuova Pesa. Francesca Cornacchini , Sveva Angeletti
installation view, La nuova Pesa. Francesca Cornacchini , Sveva Angeletti

Continuano i consensi con la Ceravento di Pescara, fondata nel 2021 da Loris Maccarone, che in pochi anni è cresciuta insieme a Roma Arte in Nuvola, presentando ad ogni edizione il meglio della sua ricerca dedicata ad artisti emergenti e mid-career, rispondendo puntualmente alle aspettative del collezionista della fiera, che, come ricorda lo stesso Loris, «non ha una connotazione ben precisa; registriamo vendite da tutte le età».

Ad accogliere il visitatore in stand è l’opera di Vera Wilde, un autoritratto in dittico, sostanzialmente legato al tema della relazione e trattato con un sapore materico e denso, dato dall’impasto del colore. Wilde racconta il dramma della solitudine dal punto di vista più vulnerabile, quello dell’abbandono, ma anche come percorso di guarigione attraverso la riscoperta dell’altro. Proposta da1400 a 4000 euro. Ad affiancarla il suo compagno di studio Dylan Silva (Svizzera,1993), l’artista esplora la morfologia del corpo umano dando forma a creature ibride, al di fuori dello spazio-tempo, che a tratti si collegano con il mondo reale per la loro complessità emotiva.

Quello che vediamo non è solo l’incontro tra due solitudini, ma anche un dialogo straziante che prosegue su binari paralleli con le opere di Federica Giulianini (Ravenna, 1990), votate a scenari sognati, ed è proprio questo accostamento a rendere l’esperienza fedele alla vita reale. Offerta anche lei da 1400 a 4000 euro. Nelle sue rappresentazioni pittoriche coabitano elementi fluidi in perenne fermento. Natura e cavalli rampanti illustrano un mondo di fantasia in cui nuotano simboli nascosti di un’infanzia perduta. Visioni nate da una clemente tavolozza di colori, pronte a turbare lo sguardo dello spettatore con elementi estranianti.

DIETRO LE QUINTE DI ROMA ARTE IN NUVOLA IN DIALOGO CON BEATRICE BERTINI

Nonostante l’assenza di gran parte delle gallerie romane, alcuni segni di miglioramento sembrano essersi manifestati. Tuttavia, siamo ancora lontani da una possibile risoluzione dei problemi che gravano sulla Nuvola.

Con la speranza di aprire un dibattito pubblico, riporto volentieri lo scambio avuto con Beatrice Bertini, della galleria Ex Elettrofonica, tra le realtà che meglio hanno lavorato con costanza, pazienza e capacità imprenditoriali al processo di adattamento richiesto dalla fiera:

Credo che l’impegno di una galleria, prima e durante la partecipazione a una fiera, sia definire una strategia graduale, in grado di garantire nel tempo il ritorno dell’investimento effettuato.

B. Bertini «Naturalmente anche noi abbiamo dovuto capire quale selezione di opere portare, basandoci sul pubblico della fiera. Rispetto ai lavori, più complessi della prima edizione, i successivi sono stati più formalizzati, presentati in modo tale da avere riconoscibilità, come ad esempio Federico Pietrella o Julie Polidoro. Tuttavia, non abbiamo rinunciato del tutto alla proposta di artisti emergenti, consapevoli però di non poter portare in stand la ricerca pura o le carte libere installative, perché il visitatore della Nuvola fatica più di quello di Torino a confrontarsi con quel linguaggio del contemporaneo. Quindi abbiamo certamente imparato».

Una consapevolezza che vi ha portato qualche vantaggio immagino

B. Bertini «Certo, però è anche vero che questo sforzo debba essere condiviso da entrambe le parti. Per questa edizione, ad esempio, la sensazione è che siano state canalizzate meno energie rispetto agli anni precedenti».

Su questo tema mi trova d’accordo. Basti pensare alle difficoltà incontrate dai giornalisti quest’anno, persino nell’accesso alla fiera, privi di pass o di postazioni adeguate per lavorare: la situazione parla da sé. Nei corridoi sono emerse numerose lamentele sul cattivo stato degli stand, con pannelli non stuccati, come pure sulla scarsità dei premi e sulla qualità insufficiente della selezione nella sezione alternativa al sistema dell’arte a cui siamo abituati. A tal proposito, la parola “qualità” è stata invocata più volte; ma, a mio avviso, trattandosi non di un museo, di una fondazione di ricerca o di uno spazio sperimentale, bensì di un contesto di mercato che risponde innanzitutto al profitto, essa va interpretata nel suo significato reale.

B. Bertini «Riconosco l’esistenza di diverse modalità di operare in altrettanti mercati. Personalmente lavoriamo sinergicamente con un preciso sistema dell’arte, occupandoci di artisti che hanno superato un accreditamento, anche grazie alle istituzioni come i musei, o che hanno completato percorsi scientifici che ne hanno valutato la qualità della ricerca. Questo, naturalmente, non significa che tutti gli artisti al di fuori di questo contesto non abbiano qualità — assolutamente —; semplicemente, alcune gallerie scelgono di fare da ponte tra un certo percorso e uno specifico destinatario. Per raggiungere questo obiettivo, è necessario fornire delle garanzie. Pur essendo sempre una scommessa quando si tratta di giovani artisti, è fondamentale limitare il rischio il più possibile, potendo contare sul supporto delle istituzioni, dei curatori e dei critici, che ci confermano che questa scelta ha valore e validità».

Essendo io stesso parte di quell’addentellato, non posso che condividere il tuo ragionamento. Permettimi però un po’ di maieutica: in questo caso particolare, l’identità di Roma Arte in Nuvola è stata più volte descritta come quella di una fiera del Centro-Sud, non convenzionale e rivolta a un pubblico che non comprende solo addetti ai lavori.

B. Bertini «Però questa questione del Centro-Sud diventa realmente significativa se la si riferisce al Sud del mondo, così da fare di Roma un punto di riferimento per tutte le gallerie del Mediterraneo. Sto parlando della Grecia, della Turchia, del Nordafrica: ricerche che possono vantare un’appartenenza e una pluralità di voci in grado di comporre un vero coro plurale. Altrimenti, alla lunga, la fiera non può reggere, perché non è in grado di offrire un punto di vista rilevante né di crescere come realtà internazionale.

Certo, è importante includere tutti i linguaggi possibili, anche se questo penso sia piuttosto il ruolo di un’istituzione e non di una fiera. Quest’ultima dovrebbe preoccuparsi di esporre un’offerta basata sulla domanda, un’operazione già di per sé complessa, resa ancora più difficile dalla presenza di mille proposte diverse. Il che vuol dire raggiungere un pubblico quanto più vasto possibile, ma con il rischio di far recedere tutte quelle gallerie che invece si occupano di arte in maniera più sistemica.  Ed è forse con questa selezione naturale, potrebbe trovare la sua nicchia di mercato».

Voi più di tutti siete riusciti, almeno per il momento, a sovvertire questo epilogo. Con grande lucidità avete raggiunto gli obiettivi di vendita senza mai tradire l’identità della galleria. Per questo, a mio avviso, rappresentate l’esperimento riuscito.

B. Bertini «L’esperimento riesce finché riesci a intercettare chi è disposto ad accogliere l’offerta che proponi. Dopodiché, però, deve esistere un sistema che garantisca la presenza di queste persone. In questo senso, la fiera deve essere in grado di mettere in campo figure che facilitino i flussi di vendita e, al contempo, sviluppare un progetto serio di VIP program. Insomma, non si tratta di aspettare che il pubblico arrivi, ma di crearlo».

l quadro complessivo è chiaro: Roma non ha un mercato unificato, ma una costellazione di micro-mercati. La fiera li riunisce, senza però integrarli completamente, ed è per questo che aprire un dibattito a sostegno dei prossimi sviluppi della Nuvola rappresenta una pratica necessaria per il suo consolidamento.

immagine per Roberto D'onorio
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Roberto D’Onorio (1979) vive e lavora a Roma. Inizia la sua carriera artistica collaborando con la cattedra di Fenomenologia delle Arti Contemporanee di Cecilia Casorati all’Accademia di Belle Arti di Roma e nel 2010 con Cecilia Canziani e Ilaria Gianni per la NOMAS Foundation. Nello stesso anno affianca Anna Cestelli Guidi in occasione della Biennale Fluxus (Auditorium Parco della Musica, Roma). Nel 2012 lavora presso la Galleria Marino di Giuseppe Marino, Roma. Dal 2013 collabora con la Galleria 291est, Roma, rivestendo i ruoli professionali di Curatore e Responsabile Management.

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