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Prima personale italiana dell’artista sudcoreana Yesul Lee. Tra isolamento e contemplazione

di Roberto D'Onorio

In tempi di tensioni globali e ridefinizioni ideologiche, interrogarsi sulla propria nazionalità non è soltanto un esercizio personale, ma un atto politico. L’artista sudcoreana Yesul Lee, in mostra dall’11 settembre al 19 ottobre presso la galleria Curva Pura al civico n. 1 di Via Giuseppe Acerbi, nel cuore di Ostiense a Roma, trasforma questa riflessione in un’indagine visiva profonda e stratificata.

Nata in un Paese segnato dalle atrocità inflitte dai coloni giapponesi, Lee porta con sé un’eredità storica complessa e dolorosa, fatta di lavoro forzato imposto alla popolazione e della riduzione delle donne alla condizione di “comfort woman”, costretta a servire i soldati nei bordelli militari durante la Seconda Guerra Mondiale.

Una ferita collettiva che, dopo l’indipendenza, si è intrecciata alla divisione geopolitica lungo il 38° parallelo, generando due stati distinti e contrapposti. Tra gli episodi più vicini e traumatici per l’artista vale la pena ricordare il Golpe militare del 1980 avvenuto in Corea del Sud, passato alla storia come una delle repressioni più violente del paese, culminata nel massacro di Gwangju. Fu quella un’occasione per la Corea del Nord di sfruttarne l’accaduto, presentandolo come prova della corruzione e della brutalità del regime sudcoreano.

Oggi il Sud della penisola si presenta in modo assai diverso, intrattenendo rapporti diplomatici e dialoghi culturali con l’Occidente, sebbene permangano alcune contraddizioni.

Se, da un lato, l’arte nel Nord continua a essere strumento della propaganda di Stato, nel Sud si è progressivamente affermata come veicolo di dialogo interculturale e scambio globale, come dimostrano Frieze Seoul e KIAF Seoul. Tuttavia, la libertà espressiva rimane precaria.

Gli artisti che affrontano tematiche sensibili quali diritti LGBTQ+, critica sociale e identità di genere si trovano a fronteggiare resistenze istituzionali e forme di autocensura, ancora legate a un ethos confuciano che perpetua gerarchie familiari, ruoli normativi e conformismo sociale. In questo contesto, adottare modelli estetici e narrativi già legittimati, come accade nella musica K-pop, sembra talvolta l’unico modo per esprimere la propria idea di se stessi, pur al prezzo di una riconversione in un “prodotto” culturale di matrice occidentale.

È anche per questo che molti giovani artisti scelgono di oltrepassare i confini nazionali. Tra loro, Yesul Lee (Seoul, 1994) afferma con lucidità che «l’arte contemporanea è più contemporanea in Europa», una dichiarazione che motiva la scelta di formarsi presso l’Accademia di Belle Arti di Dresda, dove ha sviluppato un linguaggio capace di sondare le profondità dell’identità e della percezione del corpo.

In quegli anni prende forma un segno affrettato e istintivo, capace di delineare profili androgini o privi di genere, in aperta sfida alle convenzioni tradizionali. Una ricerca che ha proseguito a Berlino, dove risiede, approfondendo il suo interesse per l’individualità e la vulnerabilità, temi che riaffiorano anche nel suo lavoro più recente, presentato nella prima personale in Italia, Fearless on My Breath, a cura di Nicoletta Provenzano presso la galleria Curva Pura.

Nei dipinti esposti, lo sguardo di Lee si sposta dalla corporeità alle atmosfere, costruite nelle cromie flebili degli «azzurri, violetti, rosati, rossi, bruni, grigi e bianchi» che, come scrive la curatrice, «si riverberano l’uno nell’altro come passaggi da uno stato emotivo a un altro». Velatura dopo velatura, la pittura si dipana come flusso di un sentimento che prende forma ora in un’immagine, ora in un’impressione, ora aprendosi allo spazio assoluto.

Ogni opera diventa illustrazione di una favola straniante che parla di isolamento, nostalgia e chiusura in un guscio protettivo contro la scarsa affettività del mondo.

Questa introspezione richiama, per affinità di atmosfera, gli ambienti domestici del pittore danese Vilhelm Hammershøi, in particolare per l’uso delle stanze della sua casa come “teatro privato”, in cui l’ambiente domestico diventa uno specchio della psiche e un luogo in cui solitudine e meditazione permettono di orchestrare la luce naturale, le ombre delicate e i toni neutri che definiscono la sua poetica.

Al di là dei riferimenti culturali e storici che attraversano l’opera di Yesul Lee, ciò che colpisce nei suoi lavori è la scelta radicale di sottrarre l’architettura come elemento compositivo, favorendo una sospensione del movimento che apre lo spazio alla contemplazione dell’interiorità. A Nicoletta Provenzano e alla galleria Curva Pura va riconosciuto il merito di aver portato a Roma un’artista che, con la sua testimonianza, si inserisce con forza nel contesto globale, con una voce unica e necessaria.

immagine per Roberto D'onorio
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Roberto D’Onorio (1979) vive e lavora a Roma. Inizia la sua carriera artistica collaborando con la cattedra di Fenomenologia delle Arti Contemporanee di Cecilia Casorati all’Accademia di Belle Arti di Roma e nel 2010 con Cecilia Canziani e Ilaria Gianni per la NOMAS Foundation. Nello stesso anno affianca Anna Cestelli Guidi in occasione della Biennale Fluxus (Auditorium Parco della Musica, Roma). Nel 2012 lavora presso la Galleria Marino di Giuseppe Marino, Roma. Dal 2013 collabora con la Galleria 291est, Roma, rivestendo i ruoli professionali di Curatore e Responsabile Management.

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