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Alighiero e Boetti, Io, Noi

di Roberto D'Onorio

A 30 anni dalla sua scomparsa, la capitale celebra con due mostre Alighiero Boetti (Torino, 1940 – Roma, 1994), rispettivamente all’Accademia di San Luca (fino al 15 febbraio 2025) e alla galleria Tornabuoni arte (fino al 22 febbraio 2025). Uno sguardo strabico, un modo di osservare e al contempo penetrare nella complessità della sua opera e vita.

Risulta molto difficile rendere omaggio con le parole alla figura di un artista che con la più solare e positiva creatività ha saputo ridefinire i confini dell’arte contemporanea. Allora la prova non potrà che essere superata attraverso un racconto dinamico, popolato da personaggi e racconti che provengono da escursioni della memoria e da alcune stazioni nella storia dell’arte.

Prima di varcare la soglia dell’Accademia, ci lasciamo guidare verso via Bocca di Leone, dove la galleria Tornabuoni Arte ospita la mostra Alighiero Boetti Cabinet de Curiosités, curata con dedizione da Agata Boetti, figlia dell’artista.

immagine per Alighiero Boetti. Cabinet de curiosités, installation view, Tornabuoni Arte Roma, 2024. Ph. Giorgio Benni, Courtesy Tornabuoni Arte; Archivio Alighiero Boetti
Alighiero Boetti. Cabinet de curiosités, installation view, Tornabuoni Arte Roma, 2024. Ph. Giorgio Benni, Courtesy Tornabuoni Arte; Archivio Alighiero Boetti

Il titolo, evocativo di un “salone delle curiosità,” anticipa la natura dello spazio, concepito come un dialogo tra passato e presente senza soluzione di continuità, dove ogni opera diventa il filo di una ragnatela che intreccia dimensioni personali e riflessioni universali.

Ogni dettaglio, ogni frammento esposto invita a un viaggio nel tempo che idealmente potrebbe essere iniziato il 22 maggio 1970, con l’inaugurazione della mostra 11 Studi per Cimento dell’Armonia e dell’Invenzione presso la Galleria Toselli di Milano, quando un giovane ma già talentuoso fotografo, Giorgio Colombo, documentò l’evento, che vide protagonista un altrettanto giovane e promettente Alighiero Boetti.

Quell’occasione segnò una fase di significativi cambiamenti per entrambi, ma soprattutto per il secondo. Dopo aver lasciato il suo studio di Torino, ormai ridotto a un deposito di cartoni, eternit, cementi e pietre, Boetti scelse la galleria dell’amico Franco Toselli come teatro per una nuova fase di lavoro, ispirata a processi fluidi e caratterizzata dall’uso di strumenti essenziali come una matita e un foglio di carta quadrettato.

L’operazione, solo apparentemente semplice, di ricalcare i segni ricombinandoli sulla superficie degli undici fogli, consentirà al giovane artista di scoprire la gioia della moltiplicazione, degli schemi infiniti e, soprattutto, la possibilità di introdurre disordine rispetto a un ordine preesistente.

Giorgio Colombo, dal canto suo, aveva da poco concluso il servizio militare e intrapreso una collaborazione con Ettore Sottsass, ricoprendo principalmente il ruolo di Art Director e fotografo per Olivetti, allora in una fase di significativa espansione.

Un caso curioso che portò Toselli a cedere all’Olivetti il suo spazio espositivo su via Borgonuovo per trasferirsi nel seminterrato dello stesso stabile.  Le occasioni, dunque, non mancarono ai due per instaurare una profonda intesa, culminata proprio in quella prima mostra ad una manciata di gradini sotto il livello della strada.

In un estratto del catalogo di Alighiero Boetti Cabinet de Curiosités, Giorgio Colombo condivide un ricordo preciso di quel momento, e più precisamente quando Alighiero Boetti lo invitò a osservare con attenzione uno dei fogli esposti dove vide emergere il proprio nome, «tra i quadratini ripassati con abilità sopra quelli stampati della carta quadrettata». Un gesto che, più di un omaggio, racchiudeva la profezia di un legame profondo, destinato a intrecciare la vita di uno con l’arte dell’altro in modo indissolubile.

Colombo deve aver preso coscienza di quel destino quando Boetti realizzò appositamente per lui una versione più grande dell’originale Dama, senza chiedergli alcun pagamento, ma a condizione di uno «scambio: il suo lavoro per il mio».

Quel complesso sistema di cubi in legno, impressi su ogni lato con segni differenti e pressoché dalle inesauribili combinazioni, diede inizio a un rapporto privilegiato, che consentì al giovane fotografo di incarnare il ruolo di narratore onnisciente, colui che sa tutto, anche più di ciò che si vede.

Da allora ad oggi sono passati Trent’anni di scatti fugaci, mobili rubati alla memoria e al tempo da quell’esistenza troppo breve seppur straordinaria che dà il titolo alla pubblicazione del catalogo fotografico, La vita di Alighiero Boetti, a cura di Forma Edizioni.

Da questa raccolta proviene la selezione delle immagini che aprono la mostra alla Tornabuoni Arte, offrendo uno sguardo sui momenti feriale del quotidiano passati insieme ad amici e familiari.

E così riappaiono più vive che mai nel bianco e nero le serate trascorse a L’Attico, dove i due si ritrovavano con Riccardo Camoni, Mimie, Gino De Dominicis e Luigi Ontani, per progettare il futuro di nuovi mondi.

I dialoghi, spesso interrotti da scherzi o risate – come quelli condivisi con Enzo Cucchi – si intrecciano con gli sguardi complici catturati nei ritratti di Alighiero Boetti, quasi a invitare lo spettatore a partecipare ai suoi stessi sentimenti. È difficile, infatti, non sentirsi coinvolti nei desideri, nelle speranze e negli interessi di quei protagonisti, in una storia che sembra poter essere anche la nostra.

immagine per 31-01-1975 Riccardo Camoni, Mimie, Gino De Dominicis, Alighiero Boetti, Luigi Ontani via del Paradiso 41, Roma, Photo © Giorgio Colombo, Milano.
31-01-1975 Riccardo Camoni, Mimie, Gino De Dominicis, Alighiero Boetti, Luigi Ontani via del Paradiso 41, Roma, Photo © Giorgio Colombo, Milano.

Il mito cede così il passo alla figura dell’uomo comune, sciolto dalle restrizioni delle definizioni o dello status sociale di artista, finalmente libero di mostrarsi in attimi, di cui non ci è dato sapere cosa sia successo prima o dopo, ma solo di immaginare possibili sviluppi narrativi. Una visione plurale che non solo moltiplica le possibilità interpretative dell’insieme ma anche la figura di Boetti in artista, padre, marito e amico.

L’idea di rileggere temi e contesti della propria vita da prospettive diverse forse matura già nel rapporto insieme domestico e lavorativo con Annemarie Sauzeau, amore in vita e in arte, che sposa nel 1964 e da cui avrà i due amatissimi figli Matteo e Agata per l’appunto.

In quegli anni, Boetti supera radicalmente l’immagine romantica dell’artista-genio, unico e ineguagliabile, introducendo il neologismo “ononimo” (fusione di omonimo e anonimo), termine che incarna la sua idea di condividere con altri la realizzazione delle proprie opere.

Così accade per le biro, create con il contributo di diversi collaboratori, tra cui la sua assistente Mariangelica de Gaetano; gli arazzi, realizzati grazie al lavoro delle ricamatrici afghane conosciute durante i suoi viaggi a Kabul; e i lavori postali, nati dalla collaborazione con gli studenti delle Accademie Francesi e non solo.

La stessa cosa, ma in maniera più esplicita, avviene con Annamarie, che dal 1970 si dedicò, insieme al marito, alla classificazione dei 1000 fiumi più lunghi del mondo, successivamente pubblicati nel 1977 nella raccolta Classifying, the thousand longest rivers.

Un altro esempio significativo è offerto dalla stessa figlia Agata Boetti, che ricorda come, “a soli otto anni”, trascorreva “interi pomeriggi” insieme al fratello e al padre a organizzare miniature di animali per genere e colore, dando forma alla mappa di un mondo immaginario.

Un gioco innocente iniziato nell’intimità dello studio in Trastevere e finito come l’opera Zoo sulle pagine di Casa Vogue del 1979 attraverso l’obbiettivo di Giorgio Colombo. L’episodio narrato introduce l’allestimento riproposto e adattato nella sala più intima e appartata della galleria Tornabuoni Arte, dove è possibile osservare, seduti su un tappeto afgano, la doppia prospettiva che l’opera offre.

Da un lato si trova la fotografia dell’originale istallazione, abbandonata dai tre al tempo identico, immobile, invariato, dello scatto. Uno scenario enigmatico dove Alighiero rappresenta già la sua assenza o, meglio, il suo mondo interiore, e in particolare, il proprio modo di amare e di vivere le emozioni.

Dall’altro la prospettiva cambia, spostandosi sull’opera stessa, dove Scimmie, pantere, delfini, rane, stambecchi, tartarughe e altre creature del mondo animale diventano elementi ripetibili all’infinito, come i numeri, le lettere i colori che compongono la poetica non gerarchica di Boetti.

Sul piano prettamente artistico, questo spaccato svela con forza il legame profondo tra i due, un rapporto di creazione reciproca in cui Colombo mettere al mondo l’umanità di Alighiero, così come Boetti mette al mondo le proprie opere immortali.

Il carattere della mostra continua su questa stessa tematica, mostrandoci altre storie sulle pareti della sala centrale della galleria. Su entrambi i muri sono riportati le prove costituenti la doppia vita di Alighiero Boetti, sospesa tra reale e fantasia, fisico e spirituale, elaborata attraverso insoliti appunti, cartoline rare, frasi, progetti di mostre, scambi epistolari, foto ecc.

Sembra quasi di sentire mentre si sfogliano con gli occhi quei reperti, il profumo melasso di un cassetto dimenticato e riaperto per l’occorrenza dalla figlia Agata, che per anni ha accumulato i doni e gli appunti lasciati in studio, per mantenere la promessa fatta al padre di realizzarne qualcosa per lui.

Il battito del cuore ritma il cammino dello spettatore ora svelando il processo creativo ora quello di memoria, come nella foto dell’artista con suo padre Corrado in contrasto con le traduzioni del pensiero, visibili negli studi per le quadrature e i calcoli matematici.

Fra queste due vite si riflette il Muro di Alighiero Boetti, un’opera iniziata nel 1972, che racchiude la sua personale collezione di memorabilie. La parete diventa così un luogo immaginario e tangibile insieme, dove far convive l’orgoglio per i disegni e i collage della figlia con le annotazioni raccolte nel “One Hotel” di Kabul, utilizzate per le modifiche alle mappe che, con i loro mutamenti territoriali, ridefinivano di volta in volta la geografia del mondo.

Il blow up della memoria continua, nel tempo espanso di una storia senza datazioni, in un discorso di dettagli, come una poesia di Sandro Penna, i disegni fatti con gli amici, le tante fotografie di viaggio e la loro duplice verità.

Del resto, la doppia enunciazione trova un’affinità naturale con il conetto  già esplorato nel 1968 attraverso la cartolina Gemelli, l’immagine iconica di Alighiero Boetti che tiene per mano il proprio clone.

Qui il chiasmo non è tanto nella rappresentazione apparentemente identica, se non per alcune piccole differenze nei capelli, lo sguardo o il bilanciamento della postura, quanto nell’azione stessa di spedire a cinquanta amici il fotomontaggio.

La cartolina postale diventa così il veicolo di un messaggio intimo e al tempo stesso pubblico, spostando il significato dell’autoritratto dall’analisi introspettiva, dello scavo interiore o, peggio, dell’angoscia legata alla perdita di identità, all’annunciazione, non tanto di sé, ma di un altro da sé, un figlio simbolico che nasce e si afferma. L’intima necessità dell’artista non è di ritrovarsi, ma di inventarsi, di riconoscersi nell’altro e di generare nuovi personaggi, in un gioco incessante di specchi e rimandi pressoché caro a Boetti e onnipresente nella sua opera.

immagine per Alighiero Boetti Gemelli 1968. Accademia di San Luca, Roma
Alighiero Boetti Gemelli 1968. Accademia di San Luca, Roma

Si conclude così il suo percorso nell’Arte Povera, abbandonando i rigidi anni torinesi per iniziare, nel 1972, un viaggio concettuale a Roma, in compagnia di Alighiero e Boetti come si firmerà da allora in avanti.

«Ecco che mi ritrovo a parlare sempre di questo concetto del doppio, che poi è un soggetto che, come dicono i critici, percorre tutto il mio lavoro». Questa la dichiarazione a Sergio Lombardo nel 1988, da cui trapela il continuo e collaborante tentativo di provare a spiegare come l’elemento fondante la natura dell’uomo sia la varietà e non la riduzione ad un modello binario che procede rigidamente per concetti contrapposti, e da cui deriva una altrettanto rigida aspettativa.

In questo senso, l’opera Raddoppiare Dimezzando, con il suo gesto emblematico di strappare un foglio in due per creare una coppia, diventa una metafora potente. Da un lato, rappresenta la possibilità di infinite moltiplicazioni; dall’altro, simboleggia una rottura netta con gli stereotipi culturali, sovvertendo la logica di separazione e opposizione per celebrare la complessità e la pluralità dell’identità umana.

Questo il tema centrale della seconda mostra dedicata all’artista, Alighiero e Boetti. Raddoppiare Dimezzando, ospitata, abbiamo detto, fino al 15 febbraio 2025 presso l’Accademia Nazionale di San Luca, e ideata da Marco Tirelli, in collaborazione con Caterina Raganelli, seconda moglie di Boetti e madre dell’amato figlio Giordano.

La temperatura sembra abbassarsi mentre si sale la scalinata di Palazzo Carpegna, come se volesse preparare l’atmosfera per l’incontro con la monumentale Opera Postale (De bouche à oreille). Originariamente installata alla fine del 1993 sulla lunga parete di 35 metri del Magasin de Grenoble, viene ora riconfigurata tra le quattro mura del Salone d’Onore dell’Accademia di San Luca, per raccontare l’ultimo viaggio dell’artista.

immagine per Alighiero Boetti - Opera postale, De bouche à oreille 1993 - vista intallazione Accademia di San Luca, Roma
Alighiero Boetti – Opera postale, De bouche à oreille 1993 – vista intallazione Accademia di San Luca, Roma

Roma, Francia, Pakistan, sono solo alcuni dei luoghi che videro circolare i disegni preparatori di amici, studenti delle accademie francesi e collaboratori, insieme ai cinquanta Khili, realizzati per accompagnare i cento piccoli quadrati multicolore ricamati dalle abili mani delle ricamatrici afghane di Peshawar, l’ultima meta visitata da Boetti insieme alla moglie.

Originariamente il lavoro postale, frutto della collaborazione con il Ministère des Postes, si estendeva fino a movimentare 39.976 francobolli in progressione numerica e 121 buste contenenti altrettanti disegni. Dell’intero carnet de voyage possiamo ammirare, al primo piano dell’Accademia, undici serie, ciascuna composta da 506 buste affrancate e timbrate, accanto a 506 disegni realizzati con tecniche miste.

Un’opera che restituisce il senso del viaggio, del dialogo e della connessione che ha attraversato il legame di quegli ultimi anni passati con Caterina e  Giordano.

Si prosegue nella Sala Bianca, dove un originale dei Gemelli apre il passo verso Storia naturale della moltiplicazione (1974-1975). In quest’opera, piccole forme annerite a biro sono disposte casualmente su undici fogli quadrettati, utilizzati come griglia per moltiplicare progressivamente ogni segno, fino a creare una straordinaria planimetria di possibili decorazioni per arazzi infiniti.

immagine per Alighiero Boetti - Storia della Moltiplicazione 1974 - 1975. Vista intallazione Accademia di San Luca, Roma
Alighiero Boetti – Storia della Moltiplicazione 1974 – 1975. Vista intallazione Accademia di San Luca, Roma

Una regola creativa che trova il suo equilibrio nella dialettica tra metà e doppio, nel continuo mutamento, come un gioco di trasformazioni perpetue.

Analogamente al ciclo naturale della farfalla cavolaia, l’opera Io che prendo il sole a Torino il 19 gennaio 1969 riflette sul processo di metamorfosi. Qui, Alighiero si spoglia di un corpo arido e pesante, lasciato a terra in attesa di un calore che troverà solo a Roma, dove avverrà la sua rinascita.

La trasformazione si manifesta con particolare evidenza nel porticato borrominiano, dove trova spazio il bronzo Autoritratto (1993), un’opera che ritrae Alighiero Boetti in scala 1:1. Come un conquistatore degli elementi, radicato saldamente a terra, l’artista dirige un getto d’acqua sulla sua testa, che resa infuocata dall’incessante flusso delle idee, trasforma in vapore pensieri e creatività. Un gesto simbolico di purificazione e rinascita, che rende tangibile il suo continuo processo di trasformazione intellettuale e artistica.

Per quanto ci sia dato modo di scrivere su Alighiero Boetti, nessuno, in verità, potrà mai restituire una definizione che lo descriva in modo fisso e definitivo. Ed è forse questo il senso di una sua piccola opera ricamata, di proprietà della figlia Agata, che, a differenza di tutte le altre, recita la frase aperta: “essaresolocomeun“. Un invito alla riflessione, un’apertura che lascia spazio al mistero, alla molteplicità, alla libertà di interpretare e di essere. A voi la parola.

Ciao Alighiero e a presto.

immagine per Roberto D'onorio
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Roberto D’Onorio (1979) vive e lavora a Roma. Inizia la sua carriera artistica collaborando con la cattedra di Fenomenologia delle Arti Contemporanee di Cecilia Casorati all’Accademia di Belle Arti di Roma e nel 2010 con Cecilia Canziani e Ilaria Gianni per la NOMAS Foundation. Nello stesso anno affianca Anna Cestelli Guidi in occasione della Biennale Fluxus (Auditorium Parco della Musica, Roma). Nel 2012 lavora presso la Galleria Marino di Giuseppe Marino, Roma. Dal 2013 collabora con la Galleria 291est, Roma, rivestendo i ruoli professionali di Curatore e Responsabile Management.

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