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Il sistema dell’arte diventa un problema se impedisce all’arte di raccontare il proprio tempo.

di Roberto D'Onorio

Come abbiamo saputo e visto, Art Basel Paris ha annunciato la chiusura in anticipo dell’edizione 2026.
Venerdì 23 ottobre la fiera è terminata alle ore 19:00, mentre sabato 24 e domenica 25 è restata chiusa al pubblico.

Sullo sfondo delle proteste contro il carovita e dei saccheggi dei giorni scorsi, gli organizzatori hanno motivato la scelta con le manifestazioni attese in tutta Parigi, a cominciare da quella convocata davanti al Grand Palais nel fine settimana.

Quasi a catena, diversi musei parigini hanno seguito la stessa linea. Il Louvre, il Musée d’Orsay, il Musée de l’Orangerie e il Musée National Picasso hanno serrato le porte sabato 24 ottobre, mentre la Fondation Cartier ha sospeso le attività per l’intero weekend.

Superato lo stupore iniziale e accusato il colpo dei danni economici subiti da galleristi e artisti, quanto accaduto non appare così sorprendente.

Il fenomeno del quiet luxury, o della rinuncia tout court, ricorre spesso nelle economie attraversate da tensioni inflazionistiche e perdita di potere d’acquisto.

Se infatti il settore del lusso, di cui l’arte fa parte, tende a reggere più a lungo durante le recessioni, la sua visibilità lo rende anche uno dei primi bersagli del risentimento sociale, soprattutto quando la crisi si protrae nel tempo.

Si tratta di una reazione quasi fisiologica, tanto più in una stagione segnata da una disuguaglianza sempre più difficile da ignorare.

Le acquisizioni concluse nelle prime ore della fiera restituiscono un’immagine eloquente della capacità di spesa di una classe privilegiata, lontanissima dalle istanze che i manifestanti portano in piazza.

Infatti, secondo quanto dichiarato finora, la sola Hauser & Wirth ha registrato vendite che vanno dalla scultura di Alexander Calder Four Dots and Brass Tail (1953 ca.), ceduta per poco meno di un milione di dollari, fino ai dipinti di Gerhard Richter e Georg Baselitz, venduti per cifre intorno ai dieci milioni ciascuno.

Davanti a questi numeri, il contrasto tra chi fatica a comprare i beni di prima necessità e il mercato milionario dell’arte apre una faglia emotiva che non riguarda soltanto la sicurezza della fiera.

Riguarda anche le migliaia di professionisti che lavorano lungo tutta la filiera, critici, curatori, artigiani, operai, impiegati, giornalisti e molti altri ancora, che continuano a percepire compensi bassissimi.

Come accade anche a casa nostra, dove la riduzione dell’IVA non sembra aver prodotto quella redistribuzione della ricchezza che avrebbe dovuto favorire.

Non è un caso, allora, che il sindacato SNAP-CGT, promotore della mobilitazione inizialmente prevista davanti al Grand Palais e poi spostata in Place de la Bastille, abbia dichiarato a “Hyperallergic“ che l’obiettivo della protesta è «difendere la cultura per tutti e condizioni dignitose per i lavoratori dell’arte».

Per quanto il presente ci spinga a essere sempre più distratti, meno schierati, quasi complici di ciò che dovremmo contestare, vale la pena ribadire un’ovvietà.

L’equità non è un dato acquisito. È il risultato di un impegno costante contro ogni forma di polarizzazione della ricchezza. E forse è proprio questo il racconto del suo tempo che una fiera chiusa, suo malgrado, ci consegna.

immagine per Roberto D'onorio
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Roberto D’Onorio (1979) vive e lavora a Roma. Inizia la sua carriera artistica collaborando con la cattedra di Fenomenologia delle Arti Contemporanee di Cecilia Casorati all’Accademia di Belle Arti di Roma e nel 2010 con Cecilia Canziani e Ilaria Gianni per la NOMAS Foundation. Nello stesso anno affianca Anna Cestelli Guidi in occasione della Biennale Fluxus (Auditorium Parco della Musica, Roma). Nel 2012 lavora presso la Galleria Marino di Giuseppe Marino, Roma. Dal 2013 collabora con la Galleria 291est, Roma, rivestendo i ruoli professionali di Curatore e Responsabile Management.

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