Un report su tutto quello che è stato detto e si è tenuto nascosto sulla trentunesima edizione di Artissima
Confermati gli investimenti sui giovani artisti con premi e vendite in crescita, mentre si riapre il dibattito sul futuro del mercato.
Si è conclusa domenica 3 novembre a Torino la trentunesima edizione di Artissima, lasciando dietro di sé interrogativi sul rendimento complessivo della fiera.
Chiara e indiscussa, invece, la scelta delle 189 gallerie partecipanti, di adottare un allestimento dal taglio museale, dividendo e alternando le opere in due serie distinte: una dedicata all’esposizione e l’altra pensata per mettere in dialogo le diverse grammatiche degli artisti.
Un modello portato ad esempio dalla galleria Laveronica di Modica, che è riuscita a coniugare diverse poetiche di linguaggio in una narrazione dal forte impatto estetico ed emotivo. Capacità che le ha permesso di aggiudicarsi una doppia menzione con il Premio Orlane per la ricerca e il Premio OELLE – Mediterraneo Antico per la valorizzazione, assegnato a Daniela Ortiz (Perù, 1986).
La fine narrazione con cui l’artista peruviana racconta e denuncia su dui sé gli effetti dei complessi sistemi di potere capitalista, coloniale e patriarcale cede il passo alla sperimentazione nella sezione New Entry, con l’ascesa al podio delle gallerie Hatch di Parigi, Manus di Spalato/ Zagabria, e Matta di Milano.
Quest’ultima si è distinta per aver presentato l’installazione sonora Fishphonics: Accelerando dell’artista danese Clara Hastrup (1990).
L’opera ha esplorato con tragicomico umorismo la convergenza tra organico e artificiale, creando un sistema interattivo di sensori, strumenti meccanici e acquari dove un banco di pesci si ritrovano ad essere inconsapevoli “musicisti” grazie alla trasformazione dei loro movimenti in suoni casuali.

Oltre la critica sull’esercizio del controllo sociale sull’individuo, Matta condivide il coraggio della propria scelta con quella della Galleria Traffic, che ha dedicato un solo show all’arte emergente di Daniele Di Girolamo (Pescara, 1995).

Una sfida coronata dalla vincita del Premio Ettore e Ines Fico, a conferma della capacità visionaria di Roberto Ratti (fondatore della Traffic Gallery) di intercettare processi creativi che sappiano colmare gap del mercato, come il ritorno di una raffinata arte cinetica, da qualche tempo messa in ombra dal contemporaneo.
Nelle installazioni ambientali di Di Girolamo riecheggiano i temi della casualità e i linguaggi musicali, ora rinvigoriti nel confitto tra tecnica e natura, tempo e memoria.
Tra i tre cicli di lavori della serie Sleeping Baroque (like a bad after morning sex), valutati tra i 4.500 e i 6.000 euro circa, quello che meglio incarna questo complesso rapporto è Talk Talk Angel Talk (2024), ispirato da una vecchia conversazione tra l’artista e alcuni amici.
Per ogni parola preregistrata, un impulso elettrico viene generato e inviato a una coppia di piume poste all’estremità di un fascio di tubi dorati.
Tempo, livelli sonori e pesi specifici, compromettono il movimento circolare delle piume, alternando la completa rotazione in momenti di esitazione e fatica, simili alle emozioni che si intrecciano in un dialogo reale.
Il mercato dell’arte richiede nuove strategie: tra giovani talenti e grandi nomi, Artissima si confronta con un’affluenza stabile e una domanda in evoluzione.
L’ultima edizione di Artissima ha ribadito il suo ruolo di primo piano nel panorama delle fiere d’arte internazionali (con il 55% delle 189 gallerie partecipanti straniere), distinguendosi tra le altre per il carattere sperimentale e cutting-edge, con espositori sempre più attenti a nuovi processi di valorizzazione del contemporaneo.
Tuttavia, la manifestazione ha dovuto fare i conti con alcune problematiche complesse.
La più evidente riguarda l’affluenza, che, nonostante il ritorno in forze degli appuntamenti in fiera, ha registrato un numero stabile di visitatori rispetto all’edizione precedente, con un totale di 34.200 presenze contro i 34.000 del 2023.
La scarsa affluenza ha avuto effetti immediati sullo sviluppo degli affari, risultati lenti e incerti fin dalle prime ore della preview.
Si è dovuto attendere l’opening e i giorni successivi per registrare un cambio di rotta, reso possibile da quelle gallerie che, con criterio e professionalità, hanno adottato un range di prezzo in linea con gli ultimi risultati del The Art Basel and UBS Global Art Market Report 2024, scegliendo di mantenere i flussi di vendita all’interno di una fascia bassa e contenuta (fino a 50.000 euro), scommettendo tutto su una leggera flessione del valore a fronte di una crescita del volume delle transazioni.
Se, da una parte l’operazione sembrerebbe aver favorito la previsione di una contrazione del mercato che non molla la presa, dall’altra ha soddisfatto la domanda sempre più cauta dei collezionisti Millennial e la Generazione z, dando loro la possibilità di acquistate opere di giovani o medi artisti, come quelle di Federica Di Pietrantonio (Roma, 1996) offerte da The Gallery Apart di Roma, a partire da un minimo d 5200 euro fino ad un massimo di 7500 euro; o Magazzino Gallery di Roma con due opere di Benedetta Benassi rispettivamente offerte a 35mila e 50mila mila euro.

Non mancano naturalmente le eccezioni come la Dep Art Gallery di Milano, che rappresentando artisti dal calibro di Knoebel (1940, Dresda), Ullrich (Würzburg, 1961) e Miller (Altshausen, 1961), supera ogni margine di spesa, sfiorando un massimale di 130mila euro per un’arte d’astrazione impegnata a definire uno spazio fisico al di fuori di quello mentale dell’’autore.

Tra le vendite più importanti segnalate, si distinguono le opere di Fausto Melotti, Jannis Kounellis, Mario Merz e Pierpaolo Calzolari vendute tra 60.000 e 150.000 euro da Repetto Gallery (Lucano), seguite da William Kentridge, Wolfgang Laib, Wael Shwaky, Marina Abramovich e Paul Wallach, con prezzi da 10mila a 100mila, da Lia Rumma (Napoli/Milano).
Ma non sempre l’eccezione fa la regola ed è forse questo uno dei motivi che ha spinto molti Galleristi a prediligere i linguaggi più sicuri della pittura, della scultura o della fotografia.
Un dato di per sé scontato per i più, se non fosse che la maggior parte degli artisti presentati tra gli stand si riferiscono ad una fascia di età tra il 1970 al 1990, suggerendo una coerenza estetica sostanzialmente informale, con immagini che nonostante rimandano al ricordo di un passato, sono vive e vibranti di presente.
D’altra parte, seppur mantenendo le dovute affinità con i più “grandi” il range di giovani si è assetato intorno ai nati dal 1990 al 2000.
Solo per citarne alcuni: Simon Martin (1992, Francia) per Jousse Entreprise di Parigi; Giuseppe Mulas (Alghero, 1995) per Lupo Gallery di Milano; Francisca Valador (1993, Lisbona) per Materia di Roma; Lucia Cantò (Pescara, 1995) per la galleria Monitor di Roma; Isadora Vogt (1992, Zurich) per la galleria Baleno di Roma; Leonardo Devito (Firenze 1997) per la galleria Ciaccia Levi di Parigi; Arianna Marcolin (Schio, 1998) per Ex Elettrofonica di Roma.

Marginalizzata invece l’arte digitale, presente solo in qualità di strumento e non come fine formale.
Sul tema torna a parlare Federica Di Pietrantonio con un ciclo di tele ispirate al senso estetico della rappresentazione virtuale, seguita dall’uso che Christian Fogarolli (1983, Trento) fa dell’intelligenza artificiale per ricreare ritratti, da cui partire per indagare possibili e fantascientifiche implicazioni psicologiche.
Le vendite complessive scendono, ma non per tutti allo stesso modo. La fascia di prezzo più bassa del mercato continua ad influenzare le scelte di collezionisti.
Pur con le dovute differenze, la fiera ha premito quei galleristi che hanno saputo intercettare le nuove tendenze e anticipare i desideri di collezionisti -sempre più orientati verso prezzi contenuti e un valore stabile- puntando su artisti capaci di rispondere alle oscillazioni di un mercato in costate trasformazione.
Al contrario, chi ha trascurato l’importanza di sintonizzarsi sui processi fisiologici di domanda e offerta ha risentito di un calo di interesse, restituendo un netto divario tra le gallerie pronte a rivisitare le proprie strategie e quelle ancorate a posizioni meno flessibili, per cui il margine di vendita si è ristretto.
Molto bene La galleria Federica Schiavo di Roma che ha venduto opere tra 4.000 e 36.mila euro di artisti come Italo Zuffi (Imola, 1969), Andrea Sala (Como, 1976), e Michael Bauer.
Continua ad avere successo la galleria Eugenia Delfini di Roma con le opere inquiete e oniriche di Pier Paolo Perilli (1974, Rome) presentate in fiera tra 2500 e 8500 euro.

Prosegue Galleria Alberta Pane di Venezia, con la vendita tra 3500 e 13mila euro delle opere di Christian Fogarolli (Trento, 1983), Davide Sgambaro (Padova, 1989), Guendalina Cerruti (Milano, 1992).


Non è andata male neanche a Boccanera di Trento, registrando un ottimo risultato di vendita tra i 500 euro a 20mila euro per opere di Andrea Fontanari (Trento, 1996), Gabrile Grones (Arabba, 1983), Davide Quartucci (Senigallia, 2000), Federico Seppi (Trento, 1990).

Nonostante i dati raccolti restituiscono una fotografia positiva, se pur parziale, delle dinamiche di spesa, è interessante sottolineare l’interazione all’acquisto da parte del pubblico presente nei corridoi dell’Oval.
In particolar modo si è evidenziato come al di là dello sforzo di aprirsi a nuovi mercati, ospitando più di 700 collezionisti e curatori (di cui 55% internazionali e 45% italiani), le transizioni si siano come “regionalizzate”.
Si è infatti registrato che l’interesse di molti fosse per le gallerie già conosciute o familiari, ricalcando l’ultima tendenza osservata dal CEO di Art Basel Noah Horowitz 2024 durante la fiera di Miami e Basiela.
Questo è quanto accaduto per esempio alla First Floor Gallery Harare (Zimbabwe) che ha presentato un dialogo intimista tra Anne Zanele Mutema (1988, Zimbabwe) e Pebofatso Mokoena (1993, Ekurhuleni, South Africa), vendendo opere tra 600 e i 2000 euro.
È andata meglio per la galleria Cable Depot con le suggestive immagini di Amikam Toren (1945, Israele) nate dall’incontro con il secondo artista in esposizione Charlie Warde (1974, Londra).


Quest’ultimo in particolar modo è riuscito, con la poetica amara e le citazioni colte delle dei suoi lavori, ad entrare a far parte di una nota collezione italiana, grazie anche alla mediazione in stand. L’evento ci ricorda quanto sia importante il lavoro degli operatori dell’arte all’interno delle relazioni di mercato.
In questo caso, sia la Cable Depot che la First Floor Gallery Harare hanno potuto contare sulla professionalità e le competenze del Dott. Tiziano Tancredi rispettivamente per la prima e della Dott.ssa Giorgia Basili per la seconda.
Un altro dei punti salienti riguarda la scelta dei temi.
Anche qui la corrispondenza con Art Basel and UBS Survey of Global Collecting 2024 risulta evidente nella forte presenza di opere realizzate da artiste donne, dimostrando un crescente interesse per la diversità di genere nel panorama artistico.
Un trend condiviso dalla galleria Raffaella Cortese che ha fatto sold out delle serie Berenice di Gabrielle Goliath, da sempre impegnata sui temi legati al femminicidio.

Una presenza significativa che ha contribuito a sostenere la ricerca e la riflessione sugli squilibri sociali dell’artista gallese Angharad Williams per la giovane galleria Fanta-MLN di Milano, vincitrice del Premio illy Present Future.
Il panorama che ha visto protagonista quest’ultima edizione ha rivelato una crepa nella bolla formatasi negli anni post pandemia, quando i mercati di fascia bassa erano stati travolti da una domanda crescente, portando le gallerie e le fiere ad iniettare direttamente nelle cellule del mercato giovani artisti, sostenuti da sponsor, premi e concorsi pensati per assicurare la qualità degli investimenti.
Quest’anno, il segmento ha mostrato segni di rallentamento, che, sebbene non particolarmente negativo, ha fatto mancare i risultati eccezionali a cui molti si erano ormai abituati.

Roberto D’Onorio (1979) vive e lavora a Roma. Inizia la sua carriera artistica collaborando con la cattedra di Fenomenologia delle Arti Contemporanee di Cecilia Casorati all’Accademia di Belle Arti di Roma e nel 2010 con Cecilia Canziani e Ilaria Gianni per la NOMAS Foundation. Nello stesso anno affianca Anna Cestelli Guidi in occasione della Biennale Fluxus (Auditorium Parco della Musica, Roma). Nel 2012 lavora presso la Galleria Marino di Giuseppe Marino, Roma. Dal 2013 collabora con la Galleria 291est, Roma, rivestendo i ruoli professionali di Curatore e Responsabile Management.









