È da un po’ che volevo affrontare il modo in cui il sistema dell’arte contemporanea impone l’idea che il successo debba arrivare entro una certa età, soprattutto perché, dopo una mostra, mi viene spesso chiesto cosa penso di un artista più in base alla sua anagrafe che alla sua ricerca.
A offrirmi il pretesto per questa riflessione è la recente personale di Antonio Della Guardia (Salerno, 1990) Nei calanchi della visione, curata da Niccolò Giacomazzi (Firenze, 1995) e ospitata negli spazi di SUPERNOVA fino all’8 marzo 2025.

Iniziamo col dire che in questo contesto, il nostro compito non è tanto quello di confrontare le nuove realtà con autori storicizzati – già selezionati da critici, curatori e galleristi prima di noi – quanto sviluppare uno sguardo critico che sappia cogliere il punto esatto in cui l’artista si trova.
Come abbiamo detto, perché ciò avvenga, è necessario superare i pregiudizi e le convenzioni che legano la fama a uno specifico arco di tempo prestabilito, poiché così come nei processi emotivi e sentimentali, anche quello creativo segue un percorso non lineare, scandito da dilatazioni e svolte inattese, che rendono impossibile qualsiasi previsione.
Fuori dai meriti, bisogna riconoscere alla storia dell’arte di aver mostrato come il vero e proprio raggiungimento della maturità artistica sia indifferente a schemi prestabiliti, e non ne sia condizionata, la vera maturità artistica è essa stessa tempo e spazio creatore.
È stato così per Mark Rothko, che ha dedicato anni alla sperimentazione prima di approdare alla sua iconica pittura color field attorno ai 50 anni, o per Louise Bourgeois, la quale ha sviluppato il suo linguaggio scultoreo solo dopo i 60. Allo stesso modo, Carmen Herrera è stata riconosciuta internazionalmente solo dopo i 90, nonostante avesse lavorato con coerenza per decenni.
L’idea che un artista debba affermarsi entro una determinata età è solo una delle tante costruzioni imposte dal sistema, mentre guardare con più attenzione il percorso in cui egli si trova, senza farsi condizionare da schemi predefiniti, significa costruire un panorama culturale critico e funzionale, meno soggetto a dinamiche di mercato effimere.
Quest’ultimo aspetto, in particolare, riflette l’essenza di SUPERNOVA, un’associazione concepita senza l’intenzione di continuità, con una programmazione triennale, iniziata nel 2013 e ora prossima alla conclusione. Un progetto a tempo che non tiene conto dello scambio commerciale, e non ne viene influenzato, tanto nella ricerca quanto nell’offerta culturale.
Lo spazio ospiterà fino ai primi di marzo l’opera di Antonio Della Guardia, artista autodidatta laureato all’Accademia di Belle Arti di Napoli senza mai averla frequentata: assenza che gli ha permesso di prendersi cura della sua formazione, svincolata dai rigidi schemi accademici.
Un’attitudine, questa, che sfida l’antico principio di molti filosofi, tra cui Thomas Hobbes, secondo cui la legge è necessaria, poiché, alla fine, è il proibito a creare la civiltà.
Per Della Guardia, tuttavia, il risultato più importante da raggiungere è quello dell’uomo libero da se stesso, privo di conflitti interiori. Una questione che va oltre il concetto di morale, impartito dagli altri come insegnamento, a favore di un principio etico inteso come scelta individuale di autodeterminazione.
Ed è forse in questa natura dinamica che risiede il motivo della sua ricerca, volta a indagare gli effetti del controllo attraverso dinamiche di potere esercitato sul lavoro subordinato o nella partecipazione passiva, come quando si segue un’istruzione imposta come condizione.
Un percorso chiaro e scientificamente ordinato che trova corrispondenza con le teorie dello psicologo Hermann Ebbinghaus su come il prolungamento delle ore lavorative, tramite l’uso della tecnologia, porti ad una costante perdita di memoria, e con quelle di Hans Selye sullo stress correlato alla sindrome generale di adattamento.
Questi sono solo alcuni degli spunti che hanno contribuito a dare forma alle opere di Antonio Della Guardia, sempre al confine tra indagine sociale ed esperienza estetica. Ne è un esempio la performance Know to be (2023), riproposta nello spazio di SUPERNOVA su appuntamento.
La sua comprensione trova fondamento già dal titolo, che richiama in particolare l’idea sofista dello scetticismo, secondo cui le nostre percezioni e convinzioni possono essere ingannate, e quindi non possiamo mai possedere una conoscenza completa e sicura.
Un monito antico, presente già nel trattato Institutio Oratoria, scritto tra il 90 e il 96 d.C. da Quintiliano, in cui venivano elencati i gesti che il perfetto oratore doveva apprendere come prerogativa per un utilizzo virtuoso del linguaggio a scopo persuasivo.
Allo stesso modo l’azione performativa si avvale delle pratiche legata al Business Theatre, nato per applicare tecniche teatrali in ambiti aziendali per aumentare l’influenza della leadership sul team work, attraverso la fisicità e la ripetizione rituale.
Una ‘sorta di eloquenza del corpo’, per dirla con Aristotele, interpretata dalle performer Claudia Tomaino e Serena Zaccagnini, che, come due Gradive, danno vita a coreografie oniriche, talvolta selvagge, alternandole ad un incedere aggraziato, mentre attraversano scrivanie disposte come una passerella, al centro della sala espositiva.
La performance sembra suggerire un duplice atteggiamento che può essere di controllo e subordinazione oppure di riflessione su quanto i gesti codificati, le istruzioni imposte e i modelli precostituiti influenzino il nostro comportamento e la nostra capacità di autodeterminazione.
Il passo cede al dialogo con lo spazio, un altro aspetto del prisma poetico di Della Guardia, qui evidenziato nel testo del curatore Niccolò Giacomazzi, che ci ricorda come Santa Maria in Trastevere (prossima allo spazio di SUPERNOVA), sia oggetto di un’antica narrazione mariana secondo cui, nel 38 a.C., proprio dove oggi sorge la Basilica, sgorgò un olio miracoloso come anticipazione della nascita di Cristo.
La storia prepara i sotterranei dell’associazione ad accogliere il secondo intervento installativo: Per delle pratiche di nuova realtà (2021), composto da sette neon a luce fredda, tra scritte e immagini mistiche di altrettanti luoghi selezionati dall’artista nel corso dei dieci anni di attività che lo hanno visto coinvolto nella città di Roma.
Così la genesi dell’opera segna il passaggio dalla performance allo spazio sociale, tracciando una mappatura mentale della capitale, le cui coordinate rispondono a una geografia circolare legata alle credenze simboliche del numero sette, definito da Platone anima mundi per la sua capacità di connettere l’umanità con l’universo.
In questo contesto risuona la prima metà del titolo Nei calanchi della visione, il principio di stratificazione preso in prestito dalla geologia, al quale l’artista si avvicina scavando nella memoria dei luoghi, per far emergere flussi di energia nascosti.
La natura algida della lampada neon, protagonista durante i movimenti degli anni ’90 nelle opere di Piero Golia, Fisherspooner, Jonathan Monk, Pascale Marthine Tayou e Nico Vascellari, sembra essere il materiale più adatto per sottolineare la denuncia sul piano fisico e mentale, dell’impersonalità che corrode quei quartieri, rioni e territori storici, soggetti alle dinamiche del turismo e del monopolio immobiliare.
Per Antonio Della Guardia, infatti, le luci che costellano le strade delle metropoli non assolvono più soltanto a una funzione estetica o pubblicitaria, ma diventano veri e propri punti di riferimento, orientando lo spettatore sia nel movimento nello spazio urbano, sia nella riflessione in senso simbolico, evocando nei suoi messaggi una memoria del sottosuolo che porta alla luce perdite e riscoperte.
“Affacciati dal faro del Gianicolo per lasciare al vento la tua voce” è solo un esempio della sua strategia linguistica che parte dalla poesia per arrivare a vere e proprie partiture filosofiche, fruibili collettivamente.
Indubbiamente, Della Guardia può considerarsi un artista capace di trascendere la semplice rappresentazione estetica per esplorare territori più profondi e complessi.
La sua ricerca risulta coerente e solida, come dimostrato dalla sua partecipazione a numerosi progetti significativi. Tra questi, si ricordano le mostre personali come Per delle pratiche di nuova realtà (2021), a cura di Vasco Forconi, e L’isola delle storie (2022), a cura di Marco Bassan e Ludovico Pratesi, che evidenziano il suo approccio interdisciplinare tra arte, filosofia e indagine sociale.
Il suo lavoro è stato anche esposto in collettive prestigiose, tra cui Burning Speech alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo (2021) e The corrosion of character alla Quadriennale di Roma (2019), oltre a numerose residenze artistiche come quella al Port Tonic Art Center di Tolone nel 2022.
Una mostra efficace, Nei calanchi della visione, arricchita dal testo denso di rimandi e dalla scelta originale di Niccolò Giacomazzi di far coesistere, negli spazi di SUPERNOVA, due opere tanto differenti nella forma quanto nei contenuti.
Così facendo, la scelta curatoriale viene trattata come un elemento centrale della fruizione, con un accento sulla sua capacità di interrogare e stimolare una riflessione più profonda sui lavori dell’artista.
Roberto D’Onorio (1979) vive e lavora a Roma. Inizia la sua carriera artistica collaborando con la cattedra di Fenomenologia delle Arti Contemporanee di Cecilia Casorati all’Accademia di Belle Arti di Roma e nel 2010 con Cecilia Canziani e Ilaria Gianni per la NOMAS Foundation. Nello stesso anno affianca Anna Cestelli Guidi in occasione della Biennale Fluxus (Auditorium Parco della Musica, Roma). Nel 2012 lavora presso la Galleria Marino di Giuseppe Marino, Roma. Dal 2013 collabora con la Galleria 291est, Roma, rivestendo i ruoli professionali di Curatore e Responsabile Management.















