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Louise Bourgeois. Firenze Roma Napoli per celebrare la grande artista

di Ludovica Palmieri

Firenze, Roma e Napoli: queste le città coinvolte nella grande retrospettiva italiana dell’artista francese Louise Bourgeois (Parigi, 1911 – New York, 2010), scomparsa ormai 14 anni fa (>>>qui). Una mostra diffusa sul nostro territorio a testimonianza del saldo rapporto che l’artista ebbe con l’Italia, sin dagli anni degli studi al Louvre ai soggiorni tra il 1967 e il 1972, e ancora negli anni Ottanta.

Louise Bourgeois con la sua poetica femminile ma non femminista (n.d.R.: in senso storico), materna ma non rassicurante, scuote gli animi dei visitatori con un insieme di opere che, nelle diverse città, abita spazi storici, molto significativi che ne amplificano l’impatto visivo, emotivo e concettuale.

“Io non cerco un’idea ma cerco un’emozione”. (Louise Bourgeois)

A Firenze, Museo Novecento, vulcanico polo espositivo, celebra con Louise Bourgeois il decimo anno di attività.

L’esposizione a cura di Sergio Risaliti, direttore del Museo e Philip Larratt-Smith, uno dei massimi conoscitori dell’artista, in collaborazione con The Easton Foundation, dal suggestivo titolo Do Not Abandon Me, mutuato da una dirompente serie di stampe digitali, qui esposte, realizzata dalla Bourgeois in collaborazione con Tracey Emin nel 2009-2010, conta circa cento opere e vanta una gestazione iniziata ben sei anni fa, al primo incontro toscano tra i due curatori.

Ponendo al centro il cruciale rapporto madre-bambino la mostra acquista un valore individuale e collettivo, nella misura in cui i rapporti genitoriali, i legami di coppia, l’esperienza dell’abbandono e del dolore sono tematiche che hanno un’eco universale.

Tutta l’opera di Louise Bourgeois che trae materia dalla sua biografia, in una fusione totale tra storia, memoria e ricordi, ha ripercussioni psicologiche molto profonde dovuta al fatto che l’artista ha sempre attribuito al processo creativo una valenza catartica.

Nella visione dell’artista, soprattutto dopo il lungo periodo di intensa psicoanalisi, negli anni Sessanta, l’arte diventa uno strumento per rielaborare e metabolizzare il passato – anche traumatico – in termini di possibilità e redenzione.

L’infanzia, l’adolescenza, la maternità, sono temi ricorrenti su cui l’artista ritorna in maniera quasi ossessiva fino al termine della sua vita, adoperando materiali come stoffe, testi, oggetti, provenienti direttamente dal suo vissuto.

In un legame con il passato che sembra farsi sempre più stretto con l’aumentare della distanza, come se il trascorrere degli anni infiammasse la vena creativa dell’artista, trasformando l’esigenza in urgenza di fare e sperimentare, mettendosi alla prova con tecniche e modalità espressive sempre nuove.

È questo il caso delle gouache, nucleo portante della mostra fiorentina, realizzate negli ultimi cinque anni di vita, in cui la Bourgeois abbandona il segno e la cromia dei lavori precedenti per adottare la tecnica “bagnato su bagnato” ove il colore, rigorosamente rosso, drammatico, fisico, come il sangue e i fluidi corporei, si dipana in maniera libera e maleducata sulla carta.

L’iconografia legata alla sessualità e ai suoi relativi sviluppi ad essa, si fa prepotente quasi violenta, in questo processo creativo in cui l’artista, lasciando che il colore irrompa sul foglio distorcendo il segno, rinuncia al controllo sul risultato finale dell’opera accogliendo le possibilità del caso.

Alla libertà delle gouache fa da contraltare il rigore delle sculture, in cui il segno è calibrato e il materiale, marmo o bronzo, è gestito con controllo e maestria. La mostra ospita opere iconiche, come la coppia di ragni nel cortile, Spider Couple 2003 e Spider 2000, il ragno più piccolo mai realizzato con un uovo in marmo, esposto qui per la prima volta.

Anche in questo caso, le ripercussioni psicologiche sono molteplici e protagoniste. Nella poetica della Bourgeois, la cui famiglia aveva un laboratorio di restauro arazzi, il ragno rappresenta l’archetipo della madre riparatrice. Una figura non necessariamente negativa ma sicuramente ambigua, che nel suo proteggere al contempo imprigiona, proprio come si può vedere in Spider 2000.

Le sculture in marmo, che riprendono il tema del seno paesaggio, rappresentano un chiaro riferimento a Freud e alla psicanalisi. In Bourgeois, soprattutto con l’aumentare dell’età, la maternità è foriera di crisi e di sentimenti contrastanti in una diade perversa ma, nello stesso tempo, inesauribile fonte di ispirazione artistica.

Questa duplicità di approccio si esprime anche nella scelta della materia. Da una parte, il bronzo che implica una metodica di lavoro razionale e mediata; dall’altra il marmo che, al contrario, si modella attraverso un’azione (o aggressione) diretta e impulsiva.

Pittura, scrittura, stoffa, marmo, bronzo, la ricerca di Louise Bourgeois si avvale dei materiali più diversi per esprimere l’inesprimibile e dare così forma al suo perturbante inconscio. Elementi che tornano uniti insieme nelle Cell, grandi installazioni in cui, sotto l’equivoco titolo che evoca al contempo la cellula, intesa come unità elementare comune a tutti gli esseri viventi e la cella, condizione di costrizione ed isolamento, l’artista crea dei mondi a partire da suggestioni ed elementi propri del suo passato.

Anche qui l’intreccio tra ricordo, storia e memoria è indissolubile, in un insieme che, nell’ottica dell’artista, rappresenta il dolore e la paura nelle loro diverse manifestazioni.

Il valore emotivo e concettuale di queste opere è fortemente accentuato dai luoghi in cui sono esposte, con cui ingaggiano uno stretto dialogo. Non bisogna dimenticare, infatti, che il Museo del Novecento ove è esposta Peaux de Lapins, Chiffons ferrailles à vendre, una delle ultime Cell prodotte dall’artista, si trova nell’antico Spedale delle Leopoldine, fondato agli inizi del XIII secolo, tra il 1208 e il 1211, come un ospizio per pellegrini e, nel corso dei secoli, adibito a ospedale, prigione, scuola.

Così come il Museo degli Innocenti, in cui è presentata Cell XVIII (Portrait) (2000), nacque come Spedale degli Innocenti, nel 1445, per offrire accoglienza a bambine e bambini abbandonati. Un’ospitalità non priva di costrizioni e violenza.

Due emblematici esempi di come una cella (di un convento o di una prigione) possa essere contemporaneamente rifugio e gabbia.

A Roma, nei sontuosi saloni di Galleria Borghese la mostra prosegue con un tenore ed un titolo diversi: Louise Bourgeois L’inconscio della memoria, ideata da Cloè Perrone e curata con Geraldine Leardi e Philip Larratt-Smith.

Qui le drammatiche gouache cedono il passo alle sculture che dialogano armoniosamente con le opere della Galleria per esplorare il rapporto dell’artista con l’Italia, Paese in cui lavorò tra il 1967 e il 1972, in un percorso espositivo che intreccia la memoria personale dell’artista a quella collettiva del museo.

Proprio le peculiarità della sede espositiva sono state determinanti per la selezione delle opere che, come ha sottolineato Geraldine Leardi, per tematiche e materiali riprendono le sculture della Galleria, rinvigorendole attraverso la lente dell’arte contemporanea.

Del resto, i lavori della Bourgeois si collocano perfettamente al piano terra della Galleria Borghese, andandone a completare la meravigliosa collezione proprio con quello che manca, ovvero la scultura del Novecento.

Così, al piano terra del Casino delle Delizie, in linea con le preziose sculture storiche, le opere della Bourgeois riflettono su tematiche come la metamorfosi, metafora del passaggio dalla fanciullezza all’età adulta – Topiary, 2005, Apollo e Dafne; sulla dualità sessuale – Janus Fleuri, 1968, Ermafrodito; sui legami famigliari – Untitled (no.7) 1993-2009, Enea ed Anchise.

La morbidezza del marmo rosa, liscio e levigato, che l’artista usava per l’assonanza all’incarnato umano, si contrappone alla fredda rigidità del bronzo in cui sono realizzate le opere presentate nell’uccelliera e nei giardini, in cui primeggia il grande Spider 1996, ancora metafora dell’ambiguità materna, protettiva e opprimente.

In linea con il carattere Barocco dell’edificio, Louise Bourgeois L’inconscio della memoria è una mostra che abbaglia sin dalla prima sala con Cell (The last Climb) 2008, opera dall’elevato tenore lirico, in cui l’avanzare degli anni induce l’artista ad ammansire i toni con l’introduzione di eteree sfere in vetro dal colore azzurro (mutuato da Luca Giordano) e di un anelito verticale.

Mozzafiato Passage Dangeroux, monumentale Cell del 1997, ubicata nel salone della Pinacoteca che, con una tensione angosciante e irruenta, affronta in chiave decisamente tragica, il passaggio dall’età giovanile a quella adulta.

A Roma la mostra è completata da due opere esposte a Villa Medici e a Napoli negli spazi di Studio Trisorio.

immagine per Louise Bourgeois, Contemplating GERMINAL, 1967. Courtesy Studio Trisorio -©The Easton Foundation, Ph.StudioFotografico, Carrara
Louise Bourgeois, Contemplating GERMINAL, 1967. Courtesy Studio Trisorio -©The Easton Foundation, Ph.StudioFotografico, Carrara

Info:

  • Louise Bourgeois In Florence – Do Not Abandon Me

  • a cura di Philip Larratt-Smith e Sergio Risaliti
  •  in collaborazione con The Easton Foundation.
  • Museo Novecento, Firenze
  • 22 giugno – 20 ottobre 2024
  • Louise Bourgeois – Cell XVIII (Portrait)

  • a cura di Philip Larratt-Smith
  • con Arabella Natalini e Stefania Rispoli
  • Museo degli Innocenti, Firenze
  • 22 giugno – 20 ottobre 2024
  • Louise Bourgeois. L’INCONSCIO DELLA MEMORIA

  • a cura di Cloé Perrone, Geraldine Leardi e Philip Larratt-Smith
  • Galleria Borghese, Roma
  • 21 giugno – 15 settembre 2024
  • Louise Bourgeois – Rare Languag
  • Studio Trisorio, Riviera di Chiaia 215, Napoli
  • dal 25 giugno 2024
immagine per Ludovica Palmieri
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Napoletana di nascita, romana di adozione. Appassionata di arte, cultura e benessere. Dopo un percorso universitario in Lettere e filosofia, con indirizzo in Storia dell’Arte, prima Contemporanea, poi Moderna, a Roma Tre e un Master alla Luiss, ho iniziato ad esplorare il mondo dell’arte e della comunicazione, sviluppando una visione critica personale. Oggi scrivo per diverse testate, perché non posso fare a meno di riflettere, rielaborare ed interpretare internamente ciò che vedo.

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