A Palazzo Capizucchi, l’incontro di quattro artisti visivi e due sonori fa la mostra Phase Patterns: un’esposizione coinvolgente ed emozionante, a cura di Maria Chiara Valacchi.
In un percorso che si dipana lungo le quattro sale di Spazio Espanso, al piano terra dello storico palazzo: Stefano Canto, Cecilia Luci, EPVS e José Angelino, si rapportano ai suoni di Tobia Dhomen & Sebastian Vimercati che, per usare le parole della curatrice, “creano dislivelli simbolici ed espressivi”, un vero e proprio “tappeto sonoro che costituisce un ulteriore collante immateriale per esaltare e allo stesso tempo tenere insieme questi inediti, alternativi e contemporanei modelli di fase”.
Se, come ha concettualizzato Steve Reich nel 1965, per defasaggio si intende: “quel metodo per comporre, in cui un materiale sonoro di partenza è riprodotto in materia identica o simile, spostando l’inizio sulla linea del tempo”, nella mostra Phase Patterners, in ogni sala questa linea è spostata in avanti; in un climax ascendente che conduce i visitatori dalla densità scultorea alla smaterializzazione.
Dalla materia di Stefano Canto; alla luce e al colore di José Angelino; passando per le opere di Cecilia Luci, in cui l’aspetto concettuale è fortemente unito a quello fisico; e quelle di EPVS, molto concrete nel contaminare l’ambiente in cui vivono e, nello stesso tempo, dal carattere impalpabile ed evocativo.
Phase Patterns è un group-show insolito, nella misura in cui, più che sul dialogo tra gli artisti, è basato su un procedere in parallelo; in un anelito verso l’immaterialità in cui, stanza dopo stanza, sembra che ogni artista porga il testimone all’altro.
Ogni opera in mostra presenta uno sfaccettato livello di composizione e lettura.
La serie di sculture Carie, di Stefano Canto, che apre l’esposizione, realizzata tra il 2021 e il 2023, abbraccia a pieno il concept proposto dalla curatrice. Gli elementi principali delle opere, i tronchi, ormai svuotati e privi di vita, reiterati e sublimati, attraverso il tocco taumaturgico dell’artista, acquistano nuovo valore e significato.
Canto, con un’operazione molto fisica, che lo porta ad intervenire pesantemente sulla materia, crea degli incastri e delle tensioni, innestando nelle forme naturali dei tronchi, corrotte dall’inesorabilità del tempo ma anche dall’uomo – come si evince dal titolo attribuito all’opera –, degli elementi prettamente umani. Queste protesi di cemento, con la loro durezza, freddezza e rigidità, fanno da contraltare alla morbidezza, al calore e alla flessuosità del legno.
Le opere di Canto sono imponenti e fisiche, con il loro volume occupano la maggior parte dello spazio espositivo, inducendo i visitatori a modificare la loro traiettoria per osservarle da diversi punti di vista e quasi stuzzicandoli, con la loro pervasiva fisicità, a tastarne le superfici, ora calde e vive, ora fredde e lisce, accarezzandole con le mani. Ebbene, in questo modo, l’artista sembra restituire letteralmente ai tronchi il loro peso specifico nel mondo, simbolicamente rappresentato dal cemento inserito al loro interno che li trasforma in qualcosa di completamente nuovo che prima non c’era.
Nella seconda sala, Cecilia Luci espone il ciclo di Mimesi, in cui riprende l’arte del ricamo; pratica ancestrale che, proprio per la sua origine antica, diventa spunto per una riflessione antropologica, per un incontro tra memoria individuale e collettiva. La stoffa, iuta grezza che, per l’artista rappresenta il corpo, la pelle, nel suo lasciarsi attraversare dal gesto cadenzato e ritmato dell’ago, diventa metafora della memoria che, nonostante tutto, attraversa il tempo.
Il ricamo, nella sua ripetitività, richiama alla mente un gesto liturgico, meditativo che conduce altrove. Un altrove che, per l’artista, da sempre interessata al concetto di memoria, in questo caso è costituito dalla Casa delle Donne, luogo denso di storia e significati. Lo storico edificio, dal XVII secolo adibito a reclusorio femminile, ha indotto la Luci ad approfondire il concetto di isolamento e reclusione, a partire da una performance ivi ambientata nel 2019, da cui poi è scaturito il ciclo di opere qui presentato.
In particolare, l’artista, che sta portando avanti anche una ricerca sulle carceri femminili, in questi suoi lavori condensa ed unisce nell’azione del ricamo, il sentire di donne che, per obbligo o scelta, sono state confinate ai margini della società. Una comunione di sensi espressa anche nella forma ovale reiterata sulle tele che, seppur riempita con motivi diversi, ricorda uno specchio e, dunque, la possibilità di rispecchiarsi – alias rivedersi – e, quindi, di creare un rapporto, anche con chi è apparentemente molto diverso da sé.
L’idea di riflesso, seppur frammentata, torna anche nell’opera di EPVS, protagonista della terza sala. L’artista multimediale e interattiva, da tempo collabora con Sebastian Vimercati, con cui porta avanti una ricerca basata sulla modalità espressiva dei “modelli di fase”.
“Le mie installazioni” per usare le parole dell’artista, “sono dei racconti, delle esperienze che vanno vissute sempre in divenire e in dialogo con il pubblico fruitore.” In occasione di Phase Patterns, EPVS, presenta Sogni infranti che si attiva grazie alla presenza e al passaggio del pubblico. L’opera è costituita da dodici teche di plexiglas più una, contenti milioni di glitter leggerissimi ed iridescenti che, nei loro colori, ripercorrono e superano lo spettro cromatico dell’arcobaleno.
Su una parete, le dodici teche di plexiglass rappresentano metaforicamente i sogni coltivati da ogni essere umano. I box, brillanti e colorati, esercitano un fascino accattivante e ammaliatore, sono irresistibilmente attraenti per il loro carattere glamour e provocatorio. Tuttavia, nel confronto con l’unica teca posta sulla parete di fronte, contenente dei brillantini argentati e riflettenti, le stesse svelano la loro vana identità. Infatti, per l’artista, i sogni, anziché realizzarsi, nella maggior parte dei casi si infrangono, rivelando, come succede alla teca “più uno”, la loro natura inconsistente.
Il glitter, quasi magicamente, come pulviscolo, scivola via dal contenitore. Eppure, sfarinandosi nell’ambiente circostante, questa polvere magica, anziché sparire e perdersi, asperge di sé, ravvivandolo, tutto ciò che tocca, trasformando il sogno infranto in una nuova possibilità di rinascita.
Grazie alla presenza del pubblico, il glitter argentatato si propaga nella sala e oltre e, arricchendosi delle infinite scaglie di realtà che riflettono, sembra vadano a simboleggiare il fatto che un sogno individuale può trasformarsi in un sentire condiviso e può illuminare ed amplificare, proprio come fa questa meteria scintillante, anche le superfici più smorte e scure. Per queste ragioni, personalmente, non posso che attribuire una valenza positiva a quest’opera che, per la sua evanescenza e liricità, mi appare come un’incubatrice di sogni.
Nella quarta e ultima sala, conclude il percorso espositivo l’opera Resistenza, di José Angelino che, slittamento dopo slittamento, conduce il visitatore al compimento di questo percorso ascensionale, dalla materia alla luce.
L’opera di Angelino, che da sempre arricchisce la sua ricerca artistica con elementi tratti dalla fisica, si nutre di energia e gioca sul cortocircuito visivo creato dalla resistenza e dal calore. Come un simbolo totemico, Resistenza, costituita da un insieme di cannule vitree disposte a cerchio e contenti un liquido viola, si eleva al centro della sala.
Al variare della temperatura, muta la cromia del lavoro che reagisce all’azione innescata dalla resistenza. Il liquido colorato all’interno delle cannule, obbedendo ad una sorta di ritmo interno, si proietta alternativamente verso l’alto, dando vita ad un gioco di pieni e vuoti che, come in una sinfonia suonata da un organo muto, per tornare al concept della mostra: crea una sommatoria di sbalzi teorici, tecnicamente sempre uguali ma effettivamente diversi.
La mostra Phase Patterns è aperta fino al 9 giugno ed è visitabile, dal martedì al venerdì, tra le ore 15.30 e le 19.00.
Si ringrazia Giorgio Benni per le fotografie.
Napoletana di nascita, romana di adozione. Appassionata di arte, cultura e benessere. Dopo un percorso universitario in Lettere e filosofia, con indirizzo in Storia dell’Arte, prima Contemporanea, poi Moderna, a Roma Tre e un Master alla Luiss, ho iniziato ad esplorare il mondo dell’arte e della comunicazione, sviluppando una visione critica personale. Oggi scrivo per diverse testate, perché non posso fare a meno di riflettere, rielaborare ed interpretare internamente ciò che vedo.

























