Dopo quasi 20 anni di attività Monitor Gallery, che ormai si può definire storica galleria, non solo romana ma internazionale, cambia la sua sede nella Capitale per la terza volta e si trasferisce a San Lorenzo, quartiere giovane e creativo. Ne abbiamo parlato direttamente con Paola Capata, fondatrice, ideatrice e direttrice di Monitor.
Innanzitutto complimenti per tutto ciò che stai e state facendo. Dopo Lisbona, Pereto (AQ) adesso sorprendi il pubblico dell’arte con una nuova e grande sede romana. Parlaci di questo trasferimento a San Lorenzo, che ridisegna un po’ la geografia romana dell’arte, dal momento che, recentemente, diverse realtà vocate al contemporaneo stanno aprendo nel quartiere.
“Se il trasferimento di Monitor “ridisegna la geografia romana dell’arte” non lo so. È indubbio che, come hai sottolineato, nell’ultimo periodo San Lorenzo sia tornato a ridestare l’interesse di realtà private dell’arte, da gallerie a club internazionali come Soho House, che, fatta eccezione per il Pastificio, per anni lo avevano ignorato.
Certo, in alcuni casi si tratta di situazioni giovani rispetto a Monitor che ha un percorso più lungo alle spalle.
Per me, la volontà di spostare la sede a San Lorenzo, è nata proprio dal significato che il quartiere, anche grazie alla vicinanza con l’Università La Sapienza, riveste nella scena artistica e culturale della città.
Dopo diversi anni trascorsi nel meraviglioso centro storico, ho sentito l’esigenza di muovermi verso una situazione più fresca.
Prima di compiere la scelta definitiva, ho valutato molte altre zone di Roma ma, alla fine, ritornavo sempre qui, nel quartiere in cui mi sono formata (anche io ho studiato alla Sapienza) e in cui mi fa piacere tornare in modo diverso, con una consapevolezza nuova.”
Monitor è una realtà internazionale, con la sede di Lisbona aperta da cinque anni, ci puoi dire di più?
“Monitor a Lisbona è stata aperta nel 2017, dopo una parentesi di circa due anni a New York, nel Lower East Side, esperienza che per me è stata fondamentale, sia a livello personale che professionale e che, quindi, ho ritenuto opportuno proseguire in territorio europeo.
Quando decisi di aprire a Lisbona, il Portogallo stava vivendo un momento di espansione, di sviluppo. In particolare, la sua capitale rappresentava ancora una città poco nota, tutta da scoprire rispetto ad altre mete più blasonate.
Così ho deciso di aprire lì. Credo che questa intuizione si sia rivelata buona, dato che, dopo cinque anni, si è sentita l’esigenza di approdare ad un nuovo spazio, più grande, in cui gli artisti potranno esprimersi in maniera diversa. In generale comunque, il Portogallo è un paese che mi interessa molto, per la sua cultura e storia.”
Quali sono le differenze più grandi che hai trovato?
“Il Portogallo è un paese che si auto sostiene. Quindi, per quanto i miei colleghi portoghesi possano trovare delle difficoltà, in realtà sono decisamente minori rispetto a quelle che i galleristi affrontano in Italia.
Nel senso che in Portogallo, c’è un’attenzione reale all’arte contemporanea; le istituzioni si muovono in supporto del sistema, fanno esporre i loro artisti, anche giovani. Il sistema sostiene le gallerie d’arte private che sono una realtà riconosciuta e ben definita.
Che dire. La differenza con l’Italia è abissale, ma non perché il Portogallo sia particolarmente avanti, è l’Italia che sta decisamente indietro.”
Ritornando in Italia, parliamo dell’esperienza a Pereto, quando è prevista la prima mostra della stagione?
“A Pereto la galleria riaprirà dopo la pausa invernale il 20 maggio 2023 con la mostra personale di Daniela d’Arielli, artista abruzzese raffinata e con una ricerca concettualmente molto forte.
Per la sua mostra produrrà un nuovo ciclo di lavori davvero stupendi. Normalmente la stagione di Pereto prevede cinque mostre ma, quest’anno, dati gli impegni con le nuove aperture a Roma e Lisbona, abbiamo posticipato l’apertura di circa un mesetto rispetto alla consueta tabella di marcia.”
Come risponde al contemporaneo il pubblico locale?
“Dal 2017 organizziamo la straperetena, una mostra d’arte contemporanea diffusa nel borgo di Pereto.
Chiaramente, nei piccoli centri, l’avvicinamento degli abitanti alle novità non è mai immediato ma frutto di un lavoro graduale; ed oggi, dopo sette anni di Straperetana e tre di apertura della galleria, mi pare che la risposta del pubblico sia buona.”
Parlaci del rapporto di Monitor con la pittura?
“Se dovessi marcare un momento in cui la galleria ha iniziato a stringere un rapporto davvero consapevole e strutturato con la pittura figurativa, potrei riferirmi al 2014 con l’ingresso tra gli artisti rappresentati di un allora giovanissimo Thomas Braida e alla immediatamente successiva costituzione di un nucleo di pittori italiani e stranieri che si è andato via via ad affiancare agli artisti già presenti in galleria, come Ian tweedy, Peter Linde Busk, Claudio Verna.
Di fatto, possiamo dire che sono quasi dieci anni che Monitor lavora con la pittura.
Certo c’è da dire che quando si intraprende una ricerca diversa dalla precedente, è normale incontrare delle resistenze, delle difficoltà. Tuttavia, se si è convinti delle proprie scelte, il progetto va avanti, anche con grandi soddisfazioni e risultati. Ad esempio, nel nostro paese l’interesse per la pittura figurativa sta crescendo in maniera più organica anche da parte delle istituzioni.
Credo che il punto fondamentale sia mantenere sempre un percorso alimentato dalla ricerca e fondato anche su solide basi teoriche.”
Cosa ci puoi dire riguardo la mostra Paura della pittura, a cura di Gianni e Giuseppe Garrera, con cui è stata inaugurata la nuova sede di Monitor a Roma?
“In merito alla mostra in corso, vorrei che si capisse il messaggio che volevamo trasmettere sin dal titolo: Paura della pittura recupera quello di un saggio di renato Guttuso del 1942 pubblicato sulla rivista Prospettive fondata nel 1937 da Curzio Malaparte.
Il nucleo principale della mostra, costituito da opere di autori della Scuola Romana, dagli anni Quaranta ai Settanta, proviene dalla collezione personale dei Garrera ed è stato arricchito dalle incursioni di quattro artisti contemporanei rappresentati da Monitor: Matteo Fato, Nicola Samorì, Thomas Braida ed Elisa Montessori, scelti per la loro capacità di dialogare con tanto bagaglio storico.
Paura della pittura è il titolo del saggio di Guttuso e fa riferimento alla pittura come forma artistica rivoluzionaria. A ben leggere, ovviamente, il titolo è volutamente e ambiguamente provocatorio perché in Italia, più che in altri paesi, dalla seconda metà del Novecento in poi, la pittura figurativa è stata indubbiamente trascurata.
Probabilmente la si associa ad un’arte troppo storicizzata, dunque, datata, tradizionale. Ma di fatto, all’estero viene considerata al pari di tutte le altre forme artistiche; quindi il problema, di nuovo, è soltanto ed unicamente italiano.
Come dicevo, la mostra si muove molto sul filo dell’ambiguità: nel proporre pittori storici poco noti al grande pubblico ad esempio come Ada Schalk (1890 – 1966), può quasi indurre a pensare, ad una lettura più superficiale, che si tratti di nuovi artisti contemporanei al loro esordio in galleria.
Combinare nomi storici con quelli di artisti contemporanei è anche un modo per mischiare un po’ le carte e far capire che, anche a distanza di decadi, c’è una grande continuità tra linguaggi e forme espressive; per ribadire che la pittura è qualcosa che fa parte della quotidianità e va semplicemente accettata per quello che è, un qualcosa di mutabile ma eterno.”
Bene, mi pare che con questa mostra Monitor affermi ancora una volta la sua identità di galleria e polo culturale aperto alla ricerca e alla sperimentazione.
“Beh, Monitor continuerà ovviamente a fare mostre di video arte, scultura e installazioni, perché chiudersi ad una sola forma espressiva è sempre una limitazione.
Tuttavia, questa esperienza vissuta con la figurazione conferma come l’esplorazione di campi poco investigati dell’arte contemporanea sia -sempre- un’importante occasione di crescita personale e professionale.”
Ci puoi anticipare qualcosa sull’apertura della nuova Monitor Lisbona e sulla prossima mostra a Roma?
“Volentieri. A Lisbona vorremmo aprire in concomitanza con ArcoLisboa, a fine maggio, con una mostra collettiva dal titolo House Warming che riflette sul concetto di domesticità e cambiamento. Tra gli artisti esporremo anche i nostri portoghesi: Sergio Carronha, Maja Escher, Eugenia Mussa e Daniel V. Melim cui si aggiungeranno nomi internazionali.
Per ciò che riguarda la prossima mostra a Roma, aprirà il 6 maggio e sarà la personale di Oscar Giaconia.
Si tratta di un progetto a cui tengo particolarmente perché la prima mostra dell’artista in galleria, nel 2020, è stata chiusa prematuramente a causa della sopraggiunta pandemia e sarà anche un modo di vedere questa nuova galleria diversamente, dal momento che Oscar lavorerà molto anche sulla trasformazione dello spazio.
Ma non voglio svelare di più, dovrete venirci a trovare!”
Napoletana di nascita, romana di adozione. Appassionata di arte, cultura e benessere. Dopo un percorso universitario in Lettere e filosofia, con indirizzo in Storia dell’Arte, prima Contemporanea, poi Moderna, a Roma Tre e un Master alla Luiss, ho iniziato ad esplorare il mondo dell’arte e della comunicazione, sviluppando una visione critica personale. Oggi scrivo per diverse testate, perché non posso fare a meno di riflettere, rielaborare ed interpretare internamente ciò che vedo.
































Una risposta
Molto interessante