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Emiliano Maggi. Canzoni e incantesimi sono la stessa cosa. L’intervista

di Ludovica Palmieri

Emiliano Maggi (Roma, 1977), artista dalle innumerevoli sfaccettature che, nella sua opera esplora l’umano in tutte le sue forme, fisiche e mentali, formulando una visione che va oltre il dato materiale, è il protagonista della mostra Songs and Spells, inaugurata al Museo Stefano Bardini di Firenze lo scorso 2 dicembre 2023.

Da oltre dieci anni, Emiliano Maggi porta avanti una ricerca artistica che non teme la sperimentazione e si avvale di diversi materiali.

Recentemente i più usati sono ceramica, pittura e performance, presenti nella personale al Museo Bardini, a cura di Caroline Corbetta, che costituisce la terza tappa del progetto fiorentino dell’artista, con cui abbiamo avuto modo di parlare.

Buonasera Emiliano, il 2 dicembre ha inaugurato la tua mostra Songs and Spells che, nello stesso titolo, contiene due elementi chiave della tua ricerca: la musica e la magia; ci racconti com’è nato questo progetto?

Tutto l’iter fiorentino, è partito pensando ad una mostra; da lì sono venute fuori anche gli altri due progetti: la performance Water Spell di settembre e i premi per RINASCIMENTO+, riconoscimento internazionale al mecenatismo e collezionismo d’contemporanea.

Come hai scelto il Museo Bardini?

Dopo aver visitato moltissime location, ho capito che quello era il luogo perfetto per accogliere la mostra, con la sua ampia collezione che va dall’arte antica, classica, a quella medievale e oltre.

In omaggio alla vocazione storica del museo, la mostra si compone sia di opere realizzate appositamente, sia di opere meno recenti, così da mettere in luce il modo in cui si è evoluta la mia ricerca, tanto nella padronanza del mezzo: la ceramica; quanto, di conseguenza, nella libertà di espressione che ho acquisito nel lavorarla.

Oggi ho piena consapevolezza della tecnica, riesco a produrre tutto da me e, per quanto la ceramica non sia un materia facile da addomesticare, sono riuscito a realizzare ciò che volevo.

Del resto, io, in quanto artista contemporaneo, non posso permettermi di cascare nella trappola della tecnica tradizionale; quindi, dopo averne appreso tutte le regole dovevo necessariamente andare oltre.

Che valore attribuisci alle opere pittoriche?

Le opere pittoriche costituiscono il nucleo fondamentale della mostra, perché la pittura viene prima della scultura; per me rappresenta quasi una fase preparatoria del lavoro, in cui elaboro le idee.

Si tratta di carboncini, disegni, schizzi, opere che si compongono di varie stratificazioni. Quando poi ho capito in che modo entrare, parte la scultura. Però ho trovato giusto esporre anche i quadri, unirli alla scultura.

Che ruolo ha la musica in questa mostra?

Innanzitutto la musica è presente nel titolo: Songs and Spells, canzoni e incantesimi, che per me sono la stessa identica cosa. Gli incantesimi vengono attivati attraverso la musica. Ogni singola opera per me è una canzone o un incantesimo.

Penso che tutte le mie opere suonino. La musica mi accompagna nella fase creativa del lavoro; nelle performance, come quella di settembre, in cui ho coinvolto un corteo di chiarine e tamburi.

In mostra non è presente un suono costante, perché l’insieme è già così saturo che ho preferito lasciarlo silenzioso. Tuttavia, durante l’opening, c’è stato un momento in cui, appartato in una sala particolarmente suggestiva, ho iniziato a suonare flauto e chitarra.

Confondendo un po’ i visitatori che non sapevano da dove provenisse il suono; ma la performance è durata solo tre minuti, perché non volevo distogliere l’attenzione dalle opere.

Che rapporto hai con la musica?

La musica è un elemento che ha sempre fatto parte di me, sin da bambino, come l’arte. Crescendo ho cominciato a suonare, a scoprire sempre di più.

Quindi, la visione è sempre stata ampia: musica e arte, come un tutt’uno. Sono cresciuto in una famiglia di artisti, cineasti, musicisti, in cui c’è sempre stata l’idea che quando si ha una sensibilità è forte, unita ad una visione profonda delle cose, c’è già “qualcosa dentro”, per cui non serve necessariamente andare a scuola per “imparare a fare” ma basta cimentarsi per tirarlo fuori; a meno che non si trovi una figura importante di riferimento, un mentore, che valga la pena di seguire.

Tu hai avuto un maestro importante?

Sì, il mio maestro è stato Piero Tosi. Dopo il primo ciclo di studi ero abbastanza insoddisfatto, l’unica scuola che mi interessava era il Centro Sperimentale a Cinecittà, dove insegnava Piero Tosi ed ero certo che non mi avrebbero mai preso. Invece ho fatto l’esame e sono stato ammesso.

Sono stati anni bellissimi, di studio intenso che mi hanno dato moltissimo. Tuttavia, pur avendo fatto magnifiche esperienze nel cinema e nello spettacolo, sapevo fin dall’inizio che non era quello il mio destino.

Eppure, nello stesso tempo, ero consapevole che tutti questi studi sul costume, la storia dell’arte e del costume, sarebbero emersi dal mio lavoro.

In effetti, la conoscenza della storia e del costume traspaiono dalle tue opere.

Sì, gioco molto con gli elementi. Non solo con quelli espliciti, ma anche con quelli meno evidenti. Nelle figure antropomorfe, a volte, gioco con le parti del corpo, trasformandole in altro. Ad esempio, in alcune figure le corna sono talmente sviluppate che pur rimanendo corna, nello stesso tempo possono rappresentare altro, come dei colli sontuosi…

Ecco, qui tocchiamo un altro concetto è protagonista nella tua ricerca: l’ibridazione. Ci puoi spiegare che valore gli attribuisci?

La fusione tra umano e animale è fondamentale nel mio lavoro. Si allaccia a moltissimi aspetti mitologici ma, soprattutto, si lega al folclore e alle favole.

Nella mia ricerca c’è una forte componente fanciullesca, ovvero di un adulto che guarda al mondo delle fiabe per quello che realmente è, perché dietro ogni favola c’è sempre un insegnamento. Nei miei lavori compare la trasformazione, che spesso rappresenta il momento chiave nelle favole; il protagonista si trasforma in animale perché ha fatto qualcosa di sbagliato o vietato e, per tornare umano, deve compiere un percorso di crescita.

È interessante vedere che dietro alle favole ci sono dei messaggi dal valore universale.

In altre parole, attraverso questa rappresentazione ibrida intendi rappresentare un’immagine interna dell’essere umano? Svelarne delle qualità, o dei difetti, altrimenti inconsci?

Assolutamente sì. L’inconscio per me è imprescindibile, è presente sia nelle figure antropomorfe, sia nelle opere anatomiche a cui sto lavorando.

Nelle parti isolate del corpo umano, braccia o gambe, c’è una ricerca sull’inconscio dell’anatomia; su quanto il corpo umano possa dilatarsi per arrivare a diventare altro.

A proposito di questo argomento, trovo che il testo cardine sia Anatomia dell’immagine di Hans Bellmer. Per me è stato essenziale per arrivare a vedere il corpo come mille possibilità.

Ampliando la riflessione dal corpo al mondo, come delfineresti, in breve, la tua visione della realtà?

Ho una visione del mondo positiva. La cosa che mi fa sorridere è che alcune persone percepiscono solo la parte oscura, spaventosa, minacciosa del mio lavoro, forse quella più superficiale. Mentre chi è dotato di una maggiore sensibilità ed è capace di andare oltre, vede immagini magnifiche, accoglienti, luminose.

Ad esempio, per me una figura come quella del vampiro è positiva. Trovo che sia simbolo di vita ed immortalità, anche perché il pipistrello è un animale indispensabile per l’ecosistema.

Personalmente, oltre ad avere una visione positiva del tuo lavoro, ti vedo come un artista creatore di mondi. La tua ricerca è estremamente coinvolgente e immersiva, in particolare mi riferisco alle performance, che valore hanno per te?

Le performance mi danno la forza per proseguire nel percorso creativo. Ho deciso di fare l’artista per condividere il mio sentire; dare in cambio qualcosa. Diciamo che tutto ciò che faccio durante una performance, lo faccio anche in studio. Tuttavia, quando mi esibisco davanti a un pubblico si crea inevitabilmente un dialogo.

Per me è importantissimo dare la possibilità a chi assiste di sviluppare una propria, personale interpretazione di ciò che vede. E questo vale per tutte le mie opere. In studio elaboro titoli e concetti; ma quando le espongo trovo che sia fondamentale che ogni osservatore sviluppi una sua visione.

Voglio che le opere e le performance, agli occhi del pubblico, diventino altro.

Che funzione ha per te l’arte?

È una domanda complessa, perché storicamente c’è stata una rivoluzione enorme. Trovo che oggi l’arte esista grazie anche ai mille tasselli che ne compongono il sistema. Musei, gallerie. Fiere. Da artista credo fermamente nell’arte e in tutto ciò che ruota intorno alla creazione artistica.

Penso che non si possa fare a meno di nulla. Anche le tanto demonizzate fiere sono importantissime per alimentare il sistema dell’arte, basti pensare a tutti gli eventi collaterali che vi sorgono intorno.

Qual è il ruolo dell’artista oggi?

Per me l’artista è un tramite per evadere dalla realtà. Attraverso il mio lavoro cerco di aprire finestre su altri mondi e spesso le persone mi ringraziamo per questo. Insomma, l’arte è fondamentale per ampliare gli orizzonti e cambiare punti di vista.

Penso che le opere siano dei portali verso altre dimensioni: mondi antichi oppure paralleli, di fantasia, in cui le cose accadono in modo diverso e migliore. L’arte ci consente di usare l’immaginazione con totale libertà.

Ultima domanda, Emiliano Maggi persona ed Emiliano Maggi artista coincidono?

Sì, sono la stessa cosa, non cambio mai. Lo dimostra il mio studio è il luogo in cui vivo. Molti hanno ancora un’immagine romantica dell’artista, come una persona fuori dal mondo e senza problemi, ma non è così.

L’artista è visceralmente legato alla sua ricerca, non stacca mai. Ma non potrebbe essere altrimenti. Per quanto mi riguarda il tempo che trascorro in studio è quello più prezioso.

immagine per Ludovica Palmieri
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Napoletana di nascita, romana di adozione. Appassionata di arte, cultura e benessere. Dopo un percorso universitario in Lettere e filosofia, con indirizzo in Storia dell’Arte, prima Contemporanea, poi Moderna, a Roma Tre e un Master alla Luiss, ho iniziato ad esplorare il mondo dell’arte e della comunicazione, sviluppando una visione critica personale. Oggi scrivo per diverse testate, perché non posso fare a meno di riflettere, rielaborare ed interpretare internamente ciò che vedo.

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