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Escher di nuovo a Roma. Una mostra esagerata.

Dopo 10 anni, Maurits Cornelis Escher (7 giugno 1898, Leeuwarden, Paesi Bassi – 27 marzo 1972, Hilversum, Paesi Bassi) torna a Roma con una grande mostra a Palazzo Bonaparte, organizzata, come nel 2014, da Arthemisia e focalizzata sul rapporto dell’artista olandese con l’Italia e con la sua Capitale.

La mostra – “la più grande e completa mai realizzata sino ad oggi,” afferma Iole Siena di Arthemisia – nasce per celebrare i 100 anni dalla prima venuta di Escher a Roma, città in cui rimase per 12 anni, che lasciò a malincuore nel 1935 con l’inasprirsi delle leggi razziali.

L’artista arrivò in Italia nel 1921 e raggiunse Roma nel 1923, dopo aver visitato la Toscana, l’Umbria e la Liguria. Partendo proprio dal rapporto con la penisola, i curatori, Federico Giudiceandrea, il più grande collezionista di Escher, e Mark Veldhuysen, presidente della M.C. Escher Foundation, hanno messo in luce degli aspetti meno noti della ricerca artistica di Escher, come l’attenzione che dedicò al paesaggio durante la sua permanenza in Italia; genere che accantonò lasciando il Paese.

Il percorso espositivo è molto ricco. Si compone di un corpus di opere che consta di circa 300 tra xilografie, xilografie di testa, litografie linoleografie, mezzetinte; oltre a 11 installazioni interattive, realizzate con la collaborazione di Maurits e una sala immersiva.

Inoltre, la mostra presenta la ricostruzione di quello che fu lo studio originale dell’artista nella sua residenza di Baarn in Olanda, con l’esposizione degli strumenti originali, compreso il cavalletto portatile, che accompagnò Escher nel suo peregrinare lungo la penisola.

Escher è sempre stato un artista trasversale, in grado, sin dagli anni ’70, di suscitare l’entusiasmo tanto degli Hippie quanto dei matematici.

Molto apprezzato per la forte carica estetica delle sue opere, per la competente scientifica, nonché psichedelica, che le caratterizza e per la loro versatilità che le ha rese ideali per rappresentare tanto gruppi rock, con le copertine dei dischi; quanto colossi della finanza, con la decorazione di interi ambienti.

L’arte di Escher è capace di intessere un proficuo dialogo con diverse discipline, dalla matematica, alla fisica, per arrivare alla filosofia.

L’artista, attraverso le sue strutture paradossali, le vorticose geometrie e i giochi ottici, ha capito e rappresentato lo spirito del XIX secolo; nella misura in cui, come dimostrano anche le teorie scientifiche elaborate in quegli anni (a tal proposito mi viene in mente il film scritto e diretto da Christopher Nolan, Oppenheimer), il mondo non è così come appare.

Inoltre, dato che ormai le immagini di Escher ormai fanno parte dell’immaginario collettivo è sempre una ricchezza rivederle e, soprattutto, avere la possibilità di indagare il processo creativo che le ha generate.

A partire da queste premesse, la mostra a Palazzo Bonaparte coglie a pieno le potenzialità attrattive dell’artista per intercettare una fetta davvero ampia di pubblico. Escher propone esplicitamente una nuova modalità di fruizione culturale, più ludica e leggera rispetto, alle mostre di stampo tradizionale.

La mostra unisce all’intento didattico quello di svago: obiettivo raggiunto efficacemente grazie ad un apparato interattivo e multimediale di primo livello, costituito dalle 11 installazioni realizzate da Maurits, dall’ambiente immersivo, dai giochi e dalle occasioni di apprendimento che, sala dopo sala, accompagnano i visitatori lungo il percorso.

Quindi, da una parte l’esposizione offre un’interessante panoramica sulla ricerca dell’artista, scoprendone anche dei lati inediti, con opere quali la serie completa dei 12 notturni romani del 1934; dall’altra, mira a intrattenere, trasformando la mostra in un’esperienza multisensoriale in cui i visitatori, coinvolti in prima persona, divengono a loro volta protagonisti.

Volendo essere caustici, Escher a Palazzo Bonaparte si potrebbe inserisce in quel novero di mostre, cosiddette: instragammabili e persino Blockbuster, caratteristiche che, tuttavia, non devono necessariamente essere bollate come negative.

Penso che in una società a portata di click, caratterizzata da un consumo spasmodico di immagini, sia pienamente legittimo anche per le attività culturali cavalcare il cambiamento; specialmente se utilizzato per riportare l’arte alla portata di un pubblico ampio e sradicare l’idea che la cultura debba essere necessariamente difficile, noiosa ed appannaggio di pochi.

Anche perché, mi auguro che mostre come questa fungano come un metaforico cavallo di troia; nella misura in cui, dimostrando anche agli scettici quanto sia gratificante trascorrere un pomeriggio a contatto con l’arte, possano riportare le persone anche negli altri musei.

Info mostra: Escher a Palazzo Bonaparte

  • Palazzo Bonaparte, Piazza Venezia, 5 Roma
  • fino al 5 maggio 2024
  • T. + 39 06 87 15 111
immagine per Ludovica Palmieri
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Napoletana di nascita, romana di adozione. Appassionata di arte, cultura e benessere. Dopo un percorso universitario in Lettere e filosofia, con indirizzo in Storia dell’Arte, prima Contemporanea, poi Moderna, a Roma Tre e un Master alla Luiss, ho iniziato ad esplorare il mondo dell’arte e della comunicazione, sviluppando una visione critica personale. Oggi scrivo per diverse testate, perché non posso fare a meno di riflettere, rielaborare ed interpretare internamente ciò che vedo.

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