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Manifesta 15. Sembra più un grand tour che una biennale.

di Roberto D'Onorio

Da pochi giorni si è inaugurata la tanto attesa Manifesta 15, che, come è noto, quest’anno è approdata a Barcellona (dall’8 settembre al 24 novembre 2024).

In questa edizione, la Biennale  approfondisce la sua natura nomade, iscrivendo il capoluogo della Catalogna in una geografia più democratica, coinvolgendo ben sedici siti di interesse culturale, dislocati in undici città della regione.

La visione di ampliare i confini della città in un orizzonte più ampio si deve alla ricerca sviluppata nei tre anni precedenti dal team di Manifesta 15 (prevalentemente composto da cittadini della Catalogna), in stretta collaborazione con la direttrice Hedwig Fijen e il primo curatore, l’architetto Sergio Pardo López.

Sicuramente, uno dei risultati più interessanti di quella che è stata una vera e propria indagine sulle periferie, riguarda l’urgenza di ripensare il ruolo del turismo come diffusione culturale piuttosto che come semplice consumo di massa.

Una metamorfosi che, per avvenire, necessita del decentramento delle grandi città senza però comprometterne l’attrattiva.

In tal senso, trova giustificazione la scelta della sede di Manifesta 15 nell’ex casa editrice Gustavo Gili, nel quartiere L’Esquerra de l’Eixample di Barcellona.

immagine per Gustavo Gili, Barcelona. Photo © Manifesta 15 Barcelona Metropolitana_ Helena Roig
Gustavo Gili, Barcelona. Photo ©Manifesta 15 Barcelona Metropolitana, Helena Roig

Oltre ai numerosi interventi in programma, l’edificio ospiterà, per tutta la durata della Biennale, tre inedite presentazioni d’archivio che, insieme, costituiranno le fonti storiche per connettere lo spettatore ai tre cluster scelti dai curatori: Bilanciare i Conflitti, Cura e Curare e Immaginare Futuri.

Tra questi, quello del Professore Labrador Méndez, dal titolo Escola de Passats. Barcelona and the Radical Political Imagination, si distingue per la sua fluidità grazie alla forma di “archivio-biblioteca” organizzato attraverso sei passaggi chiave intorno alle origini coloniali del capitalismo industriale e l’attuale crisi eco-sociale (1820-2024).

I riferimenti contestuali, combinati alla centralità della posizione, rendono il luogo perfetto per essere la cabina di regia di un così ambizioso progetto, che muove cedendo il passo alla natura, ai fiumi e alle montagne, quali nuovi scenari cui promuovere un modello culturale che tenga conto delle entità plurali e dei luoghi che ne canalizzano l’identità.

Per ciascun cluster trattato dall’archivio, corrisponde una zona specifica da esplorare, in particolare: Bilanciamento dei conflitti per il fiume Besòs, Immaginare Futuri per il Delta del Llobregat e Cura e Curare per la catena montuosa del Collserola.

La triangolazione data dalla posizione dei siti ridefinisce la topografia del territorio, delineando una contea immaginaria, all’interno della quale il capoluogo multiculturale del turismo e del divertimento, della Sagrada Familia e dell’architettura fantastica del modernismo, si unisce ai comuni di: Badalona, Cornellà de Llobregat, El Prat de Llobregat, Granollers, L’Hospitalet de Llobregat, Mataró, Sabadell, Sant Adrià de Besòs, Santa Coloma de Gramenet, Sant Cugat del Vallès e Terrassa.

L’azione intende operare un vero e proprio framework geografico che riunisca i cittadini catalani in un’unica grande regione filosofica e culturale, capace di far fronte alle premesse e agli impegni di questa edizione, non da ultimo quello di rispondere alla chiamata di Barcellona e della Regione, che, come ricordiamo, attraverso i sindaci e gli operatori culturali, convoca Manifesta per indagare problematiche precise.

In particolare, quelle sollevate dal governo catalano trovano molte similitudini con altre città di tutto il mondo, come ad esempio la necessità di proteggere le risorse naturali dall’espansione urbana, la valorizzazione del patrimonio locale, le disuguaglianze sociali e il decentramento del turismo di massa.

Realtà che vedono il governo spagnolo impegnato da tempo su diversi fronti, non ultimo quello di porre rimedio alla speculazione edilizia eliminando, così come avvenuto in Irlanda e Gran Bretagna, il cosiddetto “visto d’oro” ottenuto in cambio dell’acquisto di proprietà del valore di 500.000 euro (428.000 sterline).

Il programma introdotto nel 2013 dal governo conservatore di Mariano Rajoy venne realizzato per far fronte al disperato bisogno di investimenti esteri provocato dalla crisi dell’eurozona, ma in realtà causò un aumento degli affitti, rendendo difficile per i residenti storici mantenere le loro abitazioni e contribuendo alla perdita di attività locali.

Questo è solo uno dei tanti esempi di come questa Manifesta 15, parlando di Barcellona, affronti le grandi questioni del nostro tempo. Tuttavia, è interessante approfondire se l’analisi proposta sia effettivamente coerente con la realtà dei fatti e non una mera semplificazione del problema.

Ad aiutarci nell’impresa, prendiamo a campione le sedi principali di ciascun cluster.

La prima si trova lungo la foce del Delta del Llobregat, che, con la sua grande diversità di flora e fauna, le sue pinete, canneti, spiagge e stagni litoranei, rappresenta la massima compromissione dell’habitat e delle aree verdi provocata dall’espansione del porto, dell’aeroporto di Barcellona-El Prat e di altre infrastrutture.

Elementi paesaggistici che hanno trasformato la vista da Casa Gomis, costruita dall’architetto Antoni Bonet i Castellana tra il 1949 e il 1963. La villa, conosciuta anche come La Ricarda, oltre ad essere un esempio significativo di architettura razionalista, ha rappresentato un punto d’incontro per intellettuali e artisti come John Cage, Antoni Tàpies, Joan Miró e Merce Cunningham.

immagine per Casa Gomis. Photo © Nomad Studio
Casa Gomis. Photo ©Nomad Studio

Progettata con una visione ecologica dello spazio, la struttura è formata da moduli indipendenti in mattoni e vetro, collegati tra loro a formare un sistema flessibile e adattabile all’ambiente circostante.

Il tema dedicato a questo gioiello dell’architettura catalana non poteva che essere Bilanciamento dei Conflitti, inteso come equilibrio tra crescita infrastrutturale e conservazione del territorio.

All’interno, nei vari ambienti mantenuti intatti con gli stupendi arredi progettati appositamente da Le Corbusier, Mies van der Rohe e Eileen Gray, sono dislocate le opere di ventidue artisti, meditate con grande attenzione – forse troppa – per integrarsi finemente nella memoria del luogo, quasi fossero state lì da sempre.

Una familiarità disinvolta che ritroviamo nelle opere Vasi-Farfalla (2020-2022) e Cani (Bruno e Tre) (2024) di Chiara Camoni. La prima gioca sull’incredulità che i vasi, elegantemente distribuiti nel salotto padronale, non appartengano alla famiglia Gomis, tanto la loro disposizione risulta naturale, mentre la seconda restituisce una visione estetizzata di quella che è l’immagine nobile per eccellenza del proprio amico fidato accanto al camino.

Superato il salone, Il fischiettio di una canzone ci spinge a cercare una persona tra le stanze, la melodia sembra Where Have All The Flowers Gone? Di Pete Seeger. Ci avviciniamo ancora, fino a scoprire l’opera video del duo artistico Anca Benera e Arnold Estefan  No shelter from the storm (2015), girato in una delle ultime foreste primordiali situata nei Carpazi della Romania, paese degli artisti.

La canzone, originariamente grido di protesta contro la guerra, viene ricontestualizzata per denunciare un conflitto più ampio, quello delle multinazionali contro la natura. Un cumulo di pigne, simbolo di una battaglia persa, si frappone alla visione laconica dei due performer che attraversano lentamente un paesaggio inteso come il significato del ritornello che li accompagna.

Alle nostre spalle troviamo forse l’opera più iconica dell’intera casa: Relació del cos amb elements (1975) di Fina Miralles.

L’artista catalana, nota per aver sempre cercato di abbattere le barriere tra arte e vita quotidiana, in questa serie fotografica offre il suo corpo in pasto a quella stessa natura cannibalizzata dall’industria estrattiva.

Un sacrificio condiviso con la cubana Ana Mendieta nel film in super 8 Ocean Bird (1974), in cui si raffigura coperta di piume bianche, in balia di acque poco profonde.

Forse una giovane Ofelia colta nel suo massimo momento di abbandono e resa alla natura? O forse uno sfortunato Icaro, vittima della fragilità umana e dei limiti della nostra esistenza? Comunque sia, entrambe le opere, realizzate negli anni ’70, si inseriscono in un momento di grande fermento artistico e sociale, in cui il corpo diventa un terreno di sperimentazione e un veicolo di protesta.

Il secondo cluster si ispira al fiume Besòs, i cui dintorni sono caratterizzati da una crescita urbana disordinata, dai capannoni abbandonati e un lungomare dal fascino urbano. Questo ambiente elegge a simbolo di innovazione e cambiamento l’archeologia industriale delle Three Chimneys nella città di Sant Adrià de Besòs.

Nonostante gli scioperi iniziali, costati la vita di un operaio nel 1973, e la chiusura nel 2011 a causa delle accuse di inquinamento e “pioggia nera”, l’ex centrale termoelettrica è diventata nel tempo un monumento popolare dei lavoratori e un simbolo del recente passato industriale. Queste le qualità che legano Il genius loci dell’edificio al tema: Immaginare i Futuri.

All’interno, la complessità architettonica, stratificata in piani congiunti a scale e piloni di cemento, crea un effetto di disorientamento spaziale simile all’opera Relatività di Escher.

Sono ventuno gli artisti chiamati a dialogare con lo spazio, molti dei quali anche qui forse in modo troppo puntuale. Ne è un esempio la scelta di proiettare il film realizzato da Dziga Vertov (Bjelostok, 1896 – Mosca, 1954): The Eleventh Year, il primo di una trilogia che celebra la modernità dell’Unione Sovietica, documentando amatorialmente la costruzione della centrale idroelettrica di Dnipro, distrutta durante la Seconda guerra mondiale e successivamente ricostruita. Così come i Three Chimneys, la centrale fu per il popolo ucraino l’inganno di un sogno politico, economico e sociale.

L’eco dell’illusione perduta è affidato all’opera Ocell Estel B1 di Aurèlia Muñoz (Barcellona, 1926 – 2011). La costruzione geometrica, delicatamente sospesa nello spazio, si compone di diverse trasparenze e piani che si incrociano e si intersecano, ricordando la forma di un uccello preso in prestito dai disegni di Leonardo da Vinci.

Dalle suggestioni rinascimentali si passa alle pratiche botaniche con l’opera dell’artista francese Ugo Schiavi: Autotrophic Spectra. Parte del progetto Grafted-Memory-System, l’installazione crea all’interno di un terrario di notevoli dimensioni un ecosistema tecno-organico, composto da vegetazione contaminata dagli scarichi della centrale e di altri impianti industriali di Sant Adrià de Besòs.

Il dramma ambientale viene enfatizzato dall’intreccio audio e video realizzato con scansioni 3D di piante provenienti dal sito stesso, in cui sia le immagini che i suoni sono generati dalle piante stesse.

Il dramma si trasforma in tragedia nell’opera installativa dell’artista angolano Kiluanji Kia Henda: L’albero di Frankenstein, composta da assi di legno riciclate, rami d’albero spezzati e resti di vegetazione bruciata negli incendi che hanno colpito El Pont de Vilomara nel 2022 e nel 2023. L’opera mostra lo straordinario potere della natura di guarire sé stessa, anche dopo eventi climatici catastrofici e guerre.

Un messaggio chiaro che deve parte della sua forza al posizionamento dell’installazione, collocata all’interno di un contenitore di cemento a sua volta inserito nel cavedio architettonico dell’ex centrale.

Per l’ultimo cluster bisogna spostarsi fino a Sant Cugat del Vallès, ai piedi della catena montuosa di Collserola. Il comune mostra tutta la sua nobiltà nella cura dell’ambiente, con la sua architettura ibridata tra antico e moderno. Un conforto per l’anima e il corpo che risponde all’antica abbazia benedettina del IX secolo, luogo prescelto per essere l’ultimo cluster di Manifesta 15: Cura e Curare, forse il più meditativo dei tre.

 

immagine per Sant Cugat del Vallès @Roberto D'Onorio
Sant Cugat del Vallès @Roberto D’Onorio

Quattordici in tutto gli artisti invitati ad abitare gli spazi del monastero, un numero esiguo che nuovamente rivela una pedissequa aderenza ai temi.

Ad accoglierci nella prima sala, l’artista cubano José Bedia, prima sacerdote Pola e poi militare nell’esercito dell’Angola. L’opera dell’artista risponde al tema per la pratica spirituale con cui realizza la sua pittura, composta da codici magici, rituali e credenze popolari africane e sudamericane.

La superstizione passa il testimone alla scienza dell’artista e astronoma Fanja Bouts con l’opera A Largely Distorted yet Surprisingly Ordered Map of Regular Irregularities: A Dense Description of The Present Day History of The Future, un arazzo a doppia tela di lana e cotone, che trae spunto dalla capacità ancestrale del Big Bang di creare il mondo.

La narrazione inizia dal centro di una stella a sei punte, simbolo di equilibrio magico dell’universo, per poi svilupparsi verso l’esterno in sistemi che collassano confusamente sugli effetti provocati dal mondo capitalistico.

Con il Monastero di Sant Cugat finisce il nostro tour, possiamo finalmente riprenderete fiato, bere uno spritz e domandarci consa manca a questa Manifesta?

L’offerta sembra aver rispettato i requisiti democratici nella scelta di diversi e complementari linguaggi. tuttavia, la scelta delle opere affidata al secondo curatore Filipa Oliveira si è dimostrata fin troppo asciutta e immediata.

Apparentemente una buona pratica, assolutamente condivisibile, che però rischia di cedere allo stupefacente fascino dei siti il ruolo di protagonista, riducendo il tutto a un’idea di viaggio più vicina al tour organizzato.

Considerando l’influenza di Sergio Pardo López nel team di Manifesta 15, non c’è da stupirsi se il taglio è quello minimalista, tanto amato dall’architetto galiziano e non solo, ma che lascia sempre un po’ l’amaro in bocca.

immagine per Roberto D'onorio
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Roberto D’Onorio (1979) vive e lavora a Roma. Inizia la sua carriera artistica collaborando con la cattedra di Fenomenologia delle Arti Contemporanee di Cecilia Casorati all’Accademia di Belle Arti di Roma e nel 2010 con Cecilia Canziani e Ilaria Gianni per la NOMAS Foundation. Nello stesso anno affianca Anna Cestelli Guidi in occasione della Biennale Fluxus (Auditorium Parco della Musica, Roma). Nel 2012 lavora presso la Galleria Marino di Giuseppe Marino, Roma. Dal 2013 collabora con la Galleria 291est, Roma, rivestendo i ruoli professionali di Curatore e Responsabile Management.

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