Difficile sentirsi “tra amici” nel clima belligerante in cui siamo immersi, dove ogni parola sembra un’arma e ogni opinione un campo minato pronto a esplodere. La cultura di questi ultimi anni è stata, in effetti, una cultura della guerra, alla quale, dopo una frenesia pacifista, ci siamo abituati come parte integrante della nostra quotidianità. Tuttavia, per quanto la situazione ci spinga a diventare sempre più deconcentrati, meno schierati, sempre più amici dell’avversario, è fondamentale ricordare all’opinione pubblica e alle coscienze critiche l’ovvietà che l’idea di pace e di equità non debba limitarsi alla sola assenza di guerra, ma rappresentare un costante impegno al meglio di ciò che si deve fare e che è possibile fare contro ogni forma di conflitto.

In questo contesto, l’arte gioca un ruolo essenziale, non solo come spazio di riflessione e resistenza, ma anche come indicatore dello stato di salute di una società che si dice democratica. Eppure, nonostante la sua funzione critica e civile, il settore culturale continua a essere penalizzato, come dimostra il mancato abbassamento dell’IVA, rimasta al 22%, la più alta in Europa.
Misurarsi con questa contraddizione sembra l’intento di miart 2025, la Fiera Internazionale d’Arte Moderna e Contemporanea organizzata da Fiera Milano, che tornerà negli spazi dell’Allianz MiCo dal 4 al 6 aprile.
Dopo le coordinate astratte dell’edizione 2024, No time no space, il segnale scelto da Nicola Ricciardi, al suo quinto anno di direzione, è quello di privilegiare le proposte che trasformano la riscrittura della storia dell’arte del Novecento in un atto politico coraggioso.
Non da ultima, la Biennale di Venezia dello scorso anno, Stranieri Ovunque, a firma del curatore Adriano Pedrosa, è passata alla storia per aver dato voce alle realtà outsider – discriminate, queer – della modernità e della contemporaneità, consentendo loro di raccontare la propria storia al di fuori della visione occidentale dominante.
Un’eredità che ora passa nelle mani di Koyo Kouoh, curatrice camerunense della 61ª Esposizione, a testimonianza di un cambiamento concreto, verso un orizzonte davvero aperto alle diversità.
L’esempio della Biennale ci aiuta a riflettere su come l’arte venga sempre più chiamata a rispondere alle urgenze sociali e politiche, senza però tralasciare il ruolo strategico che le grandi manifestazioni culturali svolgono nel ridefinire i canoni artistici, orientare gusti e indirizzare gli investimenti.
Basti pensare a come, dopo Stranieri Ovunque, il mercato abbia accolto sempre più artisti di origine indigena e del «Sud globale», molti dei quali provenienti proprio dalle aree messe in luce dal curatore brasiliano Pedrosa.
Un cambiamento che si riflette anche nell’aumento dell’interesse per le opere legate alle grandi crisi globali, oggi tra le più ricercate dagli investitori. E non da ultimo, al fatto che le opere di artiste donne abbiano raggiunto il 44% nelle collezioni, il valore più alto degli ultimi sette anni, secondo il report Art Basel & UBS 2024. Dati che, come vasi comunicanti, si riflettono nelle aste, nei programmi delle gallerie e nei booth delle fiere internazionali.
Questi eventi dimostrano come la scelta di curatori e direttori con visioni militanti, sperimentali e prospettive radicali possa, da un lato, ridefinire i valori culturali e simbolici delle comunità e, dall’altro, essere assorbita e metabolizzata dal sistema economico dell’arte, generando asset di profitto la cui presenza è strettamente legata ai risultati in asta e agli investimenti dei collezionisti.
La sfida, quindi, sarà trovare un equilibrio tra una morale commerciale, che mira a educare l’offerta culturale in favore dei mercati, e un’etica professionale che consideri il valore della cultura non solo nelle dinamiche speculative, ma anche nella sua capacità di stimolare il pensiero critico e la trasformazione sociale.
L’approccio di Nicola Ricciardi per la 29ª edizione di Miart si orienta in tal senso, privilegiando un modello di lavoro plurale e condiviso, che trova già eco nel titolo Among Friends, preso in prestito dalla mostra dedicata a Rauschenberg nei mesi precedenti alla fiera.
Un messaggio che evoca il superamento delle grandi strutture di violenza e aggressività, adottando i valori del dialogo, della collaborazione e del sostegno reciproco.
Un percorso che coinvolge realtà pubbliche e private milanesi, come anticipato dai “talks Among Friends” iniziati lo scorso autunno e in corso fino a fine marzo, ospitati negli spazi di Fondazione Prada, Museo del Novecento, Padiglione d’Arte Contemporanea, Pirelli Hangar Bicocca e Triennale Milano.

Un segnale che, anche in tempi di conflitto, la costruzione di un futuro comune passa attraverso la condivisione di idee, pratiche e visioni.
Così senza troppi protagonismi o comunicati stampa autoreferenziali, come siamo abituati a leggere, Milano si conferma una piazza che trae forza dalle sue capacità di confronto di dialogo culturale con la città, e tanto basta a giustificare il laborioso affiancamento alla Milano Art Week, con 380 eventi che spaziano tra mostre, performance, incontri con artisti e percorsi tematici.
Mai si era realizzato un team work con tali numeri intorno all’obbiettivo di ampliare i confini del palcoscenico fieristico senza però creare un’offerta overkill che possa affaticare il visitatore, ma che al contrario restituisca un percorso filologico e di approfondimento pensato per sopravvivere oltre i limiti della manifestazione.
Seguendo le Orme Di Robert Rauschenberg
A fare da filo rosso in questo percorso è l’esempio di Rauschenberg nell’aver dimostrato come l’arte possa essere un ponte tra culture e persone diverse. Un’eredità che Ricciardi raccoglie e rilancia, intrecciandola a una serie di appuntamenti speciali, molti dei quali realizzati anche grazie al supporto di Fiera Milano.
Tra questi spicca la mostra “John Giorno: A Labour of LOVE”, visitabile fino al 13 aprile 2025 negli spazi di Triennale Milano. Curata da Nicola Ricciardi con Eleonora Molignani.

Il progetto nasce per esplorare il legame profondo che univa John Giorno alla scena artistica newyorkese degli anni ’60 e ’70, un momento in cui la poesia si fondeva con la performance e l’arte diventava esperienza collettiva.
Attraverso 100 documenti resi accessibili dalla Giorno Poetry Systems (GPS), la mostra traccia una geografia inedita delle collaborazioni che hanno segnato la traiettoria artistica del poeta e performer americano: dalle sperimentazioni sonore di John Cage alla Beat Generation di Allen Ginsberg, fino ai segni visivi di Keith Haring e agli happening di Allan Kaprow.
Un racconto che restituisce la vivacità di una stagione irripetibile e ne attesta l’eredità nel contemporaneo.
Proseguono le attività curatoriali di Ricciardi al Museo del 900, questa volta al fianco di Gianfranco Maraniello e Viviana Bertanzetti per la mostra “Rauschenberg e il Novecento”, dal 5 aprile al 29 giugno.
Un dialogo inaspettato prende corpo nell’accostamento tra le opere dell’artista americano e i capolavori italiani del secolo scorso conservati nel museo. Ancora una volta, il suo straordinario genio collaborativo e il suo interesse per la contaminazione tra linguaggi artistici vengono evidenziati da accostamenti volutamente anacronistici con i maggiori movimenti italiani, il Futurismo e l’Arte Povera in primis.
Il posizionamento delle sezione nei segmenti di mercato.
La visione si perfeziona con le tre sezioni Established, Emergent e Portal. Quest’ultima, in particolare, curata da Alessio Antoniolli, raccoglie la volontà di riunire dieci gallerie per altrettanti progetti che invitano il visitatore a mettere in discussione le proprie consapevolezze.
Tra queste, interessante sottolineare la presenza di APALAZZOGALLERY di Brescia, che presenta il collettivo blaxTARlines (Ghana), impegnato nella promozione di un modello istituzionale storico-critico privo di gerarchie.
P420 di Bologna porta invece il lavoro di Victor Fotso Nyie, nato a Douala, Camerun, nel 1990, già apprezzato alla Biennale di Venezia 2024 per il suo uso dell’argilla cotta e delle dorature nella creazione di opere che esplorano temi come l’identità, la spiritualità e la condizione dell’uomo africano contemporaneo.

Infine, Studio SALES di Norberto Ruggeri (Roma) presenta Romina Bassu, nata a Roma nel 1982, che attraverso la pittura denuncia gli stereotipi femminili, spesso modellati da una cultura maschile e consumistica.

I confronti trovano corrispondenze con il progetto ROCI, di Rauschenberg, uno dei suoi lavori più significativi nel promuovere i diritti umani e la libertà di espressione artistica attraverso il dialogo interculturale.

Per poterlo realizzare l’artista viaggiò tra il 1984 e il 1991 in dieci paesi, tra cui Messico, Cile, Venezuela, Cina, Tibet, Giappone, Cuba, Unione Sovietica, Germania e Malesia, creando opere ispirate alle culture locali e raggiungendo la comprensione reciproca attraverso il processo creativo.
Da notare anche la scelta di aprire il percorso in fiera con le 25 gallerie selezionate per Emergent, sezione curata da Attilia Fattori Franchini, in linea con la recente decisione di Frieze London di ampliare la visibilità e l’accessibilità alle ricerche più contemporanee delle gallerie emergenti.
Infine, Established, la sezione principale della manifestazione, che coinvolge 144 gallerie tra pratiche moderne e contemporanee, senza tralasciare il design d’autore—uno degli asset di mercato in maggiore crescita, con un aumento del 20%, e un ruolo di primo piano per l’Italia nelle proiezioni di settore.
La scultura resta stabile, pur rappresentando un mercato sei volte inferiore a quello della pittura.
Seguono la fotografia, il video, il disegno e il settore della grafica, che continua a registrare una crescita costante, attirando nuovi collezionisti, in particolare Millennials e Gen Z.
La crisi economica e anche abitativa
Un ecosistema culturale sostenibile che soddisfa i bisogni di crescita economica e inclusione sociale senza dimenticare la crisi ambientale in atto, una responsabilità affidata principalmente ai lavori dei centinai di artisti coinvolti.
Degno di nota l’intervento site-specific di Alice Ronchi (1989), un’opera che trasforma il confine di Largo Fiera Milano in una soglia tra realtà e immaginazione.
Forme organiche ed evocative si intrecciano con l’ambiente circostante, mentre le superfici riflettenti catturano la luce e la diffondono, generando un gioco di risonanze tra materia e percezione.
Non un semplice decoro, ma un nuovo respiro per il luogo, dove la natura sognata e la costruzione industriale si incontrano, ridefinendo la trama dello spazio pubblico.
Una visione poetica e allo stesso tempo vibrante che trova il suo massimo crescendo nelle opere pensate per Palazzo Reale da Nico Vascellari (1976, Vittorio Veneto).

La mostra, curata da Sergio Risaliti e visitabile fino al 2 giugno 2025, prende le mosse dal titolo emblematico “Pastorale”, inteso come un’attitudine di mitezza e comunione tra spirito e corpo, natura e artificio, capace di orientarci e farci assumere una nuova e più consapevole percezione della realtà storica in cui siamo immersi.
Una condizione possibile da raggiungere nella Sala delle Cariatidi, un luogo divenuto pantheon dei pentimenti umani dopo aver ospitato la Guernica di Picasso nel 1953, dieci anni dopo il bombardamento di Milano che vide la quasi distruzione di Palazzo Reale.
L’installazione che domina la sala è un paesaggio di terra battuta che connette l’elemento naturale ad un inquietante ordigno di forma cilindrica. L’imperturbabile silenzio delle cariatidi poste a protezione della sala viene mosso dal rumore scismatico provocato dalla detonazione della scultura destinata alla fragorosa dispersione di milioni di minuscole particelle.
Il ricordo è quello di un atto di violenza, forse la memoria della distruzione passata, ma anche una metafora botanica curioso e affascinante di alcune specie di fiori come la balsamina, che, una volta matura rilascia i propri semi con una vera e propria esplosione.
Milano, ancora una volta, si afferma come capitale dell’arte con una fiera che non si limita a esporre, ma si fa terreno di confronto, interrogando le criticità del sistema e innalzando la qualità dell’offerta. Un segnale forte del ruolo che l’Italia continua a rivestire, sia per competenza che per eccellenza.
Roberto D’Onorio (1979) vive e lavora a Roma. Inizia la sua carriera artistica collaborando con la cattedra di Fenomenologia delle Arti Contemporanee di Cecilia Casorati all’Accademia di Belle Arti di Roma e nel 2010 con Cecilia Canziani e Ilaria Gianni per la NOMAS Foundation. Nello stesso anno affianca Anna Cestelli Guidi in occasione della Biennale Fluxus (Auditorium Parco della Musica, Roma). Nel 2012 lavora presso la Galleria Marino di Giuseppe Marino, Roma. Dal 2013 collabora con la Galleria 291est, Roma, rivestendo i ruoli professionali di Curatore e Responsabile Management.









