Sotto una Milano baciata dal sole, i buoni propositi di collaborazione, dialogo e sostenibilità promossi dal direttore Nicola Ricciardi — sotto il motto Among Friends, “tutti amici”, che fa da titolo alla ventinovesima edizione — hanno confermato, come già evidenziato nel nostro precedente articolo, che la promozione di un valore culturale all’interno di una fiera internazionale d’arte può diventare, al contempo, un potente veicolo di sensibilizzazione su temi sociali e una leva strategica per attivare o intercettare tendenze di mercato, influenzandone dinamiche e relazioni interne.
Basti osservare l’andamento positivo delle vendite in fiera — positivo, sebbene non per tutti — nonostante l’incertezza degli ultimi giorni, alimentata da questioni politiche ed economiche ancora irrisolte. Eppure, tutto sommato, queste difficoltà non hanno fermato la capacità del mercato di adattarsi alle esigenze del momento.
Ha dichiarato ultimamente Noah Horowitz, CEO di Art Basel:
“Basti osservare l’andamento positivo delle vendite in fiera — positivo, sebbene non per tutti — nonostante l’incertezza degli ultimi giorni, alimentata da questioni politiche ed economiche ancora irrisolte. Eppure, tutto sommato, queste difficoltà non hanno fermato la capacità del mercato di adattarsi alle esigenze del momento.”
In effetti alcune gallerie presenti a miart 2025 hanno sfiorato il sold out, a cominciare dalla P420 di Bologna, con opere vendute in una fascia di prezzo tra i 10.000 e i 25.000 euro. A sostenere la galleria, una proposta coerente e rappresentativa del proprio programma, con particolare attenzione agli artisti più giovani con cui collaborano, in un equilibrio tra ricerca e visione curatoriale.
Tra questi, June Crespo (Pamplona, 1982) propone una scultura che intreccia materiali industriali e indumenti — propri o appartenuti ad altri — per evocare la presenza di un corpo inglobato nello spazio architettonico.
In sintonia poetica e politica, Victor Fotso Nyie (Douala, Camerun, 1990), presentato nella sezione Portal, indaga la fisiognomica delle statuette tradizionali africane, riscrivendone i tratti nella contemporaneità dei propri affetti. Le sue sculture in argilla a doppia cottura, impreziosite da rifiniture dorate, emanano un’aura spirituale che intende incoraggiare legami di solidarietà tra i gruppi etnici indigeni.

Non da meno è stata la Galleria Raffaella Cortese che ha proposto un raffinato allestimento museale, segnalato fin dall’ingresso dall’opera al neon Utopia Now! (2024) di Yael Bartana (Kfar Yehezkel, Israel, 1970), che dà il titolo all’intero concept espositivo. Così mi introduce alla selezione la direttrice Nicla Calegari:
“Un’esclamazione di qualcosa che non può avvenire per definizione, accostata alla particella temporale now, adesso: un ossimoro che riflette la contemporaneità che stiamo vivendo e, allo stesso tempo, ciò di cui più avremmo bisogno”.
Un messaggio potente e provocatorio, che sollecita lo spettatore a interrogarsi sui propri meccanismi interiori, sui desideri e le volontà che lo muovono.
Bartana utilizza consapevolmente le forme fredde, quasi meditative del neon, erede di una tradizione concettuale che risale a Joseph Kosuth (1945), per il quale i testi al neon non erano più opere nel senso tradizionale, ma proposizioni, dichiarazioni o indagini: forme fragili nella materia, ma forti nel messaggio.
Con gentilezza e passione, Nicla mi presenta poi l’opera di Martha Rosler (Brooklyn, New York, 1943), figura centrale dell’arte politica americana, rappresentata in fiera con la serie House Beautiful: Bringing the War Home, New Series (2008), fotocollage che inseriscono immagini di guerra in Afghanistan e Iraq all’interno di ambienti domestici borghesi, rendendo le case americane uncomfortable, disturbate da un’irruzione violenta e reale.
La protesta prende corpo nell’opera di Francesco Arena (1978, Mesagne, Brindisi), dove un cartello, strumento iconico della manifestazione pubblica, viene reso muto dalla rimozione del messaggio.
Mi rassicura Nicla:
“In qualche modo si può vedere come un silenzio, o dall’altra parte come uno spazio potenziale”.

Una sospensione che diventa valore universale della libertà di pensiero, suggerita anche dalla scelta del bronzo, materiale nobile, da sempre legato alla memoria e alla monumentalità. L’opera si presenta distesa al suolo, in relazione diretta con una candela accesa, simbolo di un gesto rituale, fragile e necessario, che deve essere rinnovato nel tempo affinché l’atto di fede — non necessariamente religioso, ma civile, collettivo — possa compiersi pienamente.
Simbolica e crudele è anche l’opera di Monica Bonvicini, (Venezia, 1965) che presenta una coppia di manette, delle quali solo una è destinata a essere indossata. Una doppia narrazione di potere e costrizione, dove l’essere incatenati da soli espone una verità più scomoda, siamo noi stessi, spesso, i responsabili delle nostre gabbie interiori.
Infine, il dolore si fa musica nella fotografia di Marcello Maloberti (Codogno, 1966), che tenta di trasformare un fucile a doppia canna in uno strumento a fiato. L’immagine, in bilico tra performance e allucinazione, ci suggerisce l’utopia evocata da Bartana, ma ne rivela il lato più inquietante, ciò che inizialmente appare come un’azione creativa potrebbe, a uno sguardo più attento, suggerire l’ambiguità di un gesto estremo, forse un suicidio.
Anche la Galleria Eugenia Delfini di Roma si dichiara soddisfatta, con la bipersonale di Catherine Biocca (1984, Roma) e Lorenzo Modica (1988, Roma), che accompagna la riflessione proposta dalla galleria. I due artisti, pur con approcci differenti per materiali e sintassi, s’incontrano in un terreno di confine tra figurazione e astrazione, creando un dialogo inaspettato.
La pittura di Modica restituisce visioni raffinate di orizzonti poetici, stratificati in piani narrativi che a volte sfumano nell’incertezza, altre volte si concretizzano in ambienti urbani e materici, evocando la realtà senza mai perderne la complessità.
Parallelamente, Biocca conferisce carattere al volto del costume sociale, creando immagini buffe e grottesche, antropomorfizzando oggetti di uso comune con espressioni ironiche e inquietanti. La sua arte sembra sottolineare quanto sia sottili il tracciato tra l’uso di un oggetto e l’essere l’oggetto stesso, ribaltando le convenzioni quotidiane. La forbice di prezzo, dai 1500 ai 7500 euro, evidenzia la capacità della galleria di rispondere con precisione alla domanda di mercato in fiera, confermando ancora una volta il suo ruolo nel calibrare opere di qualità a diversi livelli di accessibilità.
Più cauta nel risultato, la Galleria Artnoble di Milano che presenta la nuova serie di opere di Aronne Pleuteri (2001). Qui, lo sguardo si alza verso un cielo inquietante, affollato da uccelli rapaci, sospesi tra l’attacco e la fuga. La tensione viene spezzata dai mantra onomatopeici che, riportati tra le visioni piumate, lasciano scorgere ciò che rimane di un cielo azzurro.
Il dialogo visivo continua nella scultura assemblata da Pleuteri, in cui elementi simbolo dell’agricoltura e dell’industria si intrecciano. Una marmitta, un carrello e un manubrio compongono il corpo di una struttura che richiama le estremità di una campana e di un bocchino a fiato, da attivare come uno strumento musicale. Un atto che trova armonia nella corrispondenza tra corpo, fiato e suono, evocando la trascendenza intima e sonora del canto. Coerente con il contesto, il range di prezzo delle opere si colloca tra i 4.500 e gli 8.500 euro, rispecchiando la capacità della galleria di proporre lavori d’arte che si trovano nel giusto equilibrio tra ricerca e mercato.

Milano si mobilita durante la fiera
Ciò che risulta forse ancora più interessante è quanto accaduto nei giorni che hanno preceduto, accompagnato e seguito la fiera. Una vera e propria costellazione di eventi, incontri e connessioni che ha oltrepassato i confini fisici dei corridoi del centro congressi Allianz MiCo, estendendo la portata della manifestazione ben oltre le 1.200 opere presentate da 179 gallerie, provenienti da 31 nazioni e 5 continenti.
Il programma ha coinvolto una rete di musei, istituzioni pubbliche e private — tra cui Fondazione Prada, Museo del Novecento, PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea, Pirelli Hangar Bicocca e Triennale Milano — in un fitto palinsesto di talk, mostre e incontri. Questi hanno visto un’attiva partecipazione di gallerie, artisti, curatori e collezionisti, creando un dialogo aperto e continuo, che ha trovato rispondenza nei più di 380 appuntamenti della Milano Art Week 2025.
La mobilitazione di un intero ecosistema dell’arte contemporanea non è affatto casuale, ma risponde a un obiettivo ben preciso, quello di dare alla comunità che lo compone una massa critica definita, affinché le sue azioni possano diventare lo strumento per lo studio e la produzione di statistiche e dati sull’impatto economico, culturale e creativo del settore sul PIL del paese.
Si tratta di un’operazione indispensabile per creare la base di un vocabolario comune con una classe politica che, troppo spesso, non riesce a riconoscere le necessità e le potenzialità del settore artistico.
Questo sembra essere uno dei principali motivi della mancata (almeno fino ad ora) riduzione IVA per l’acquisto di opere d’arte tramite la mediazione di gallerie o case d’asta, con l’aliquota attualmente ferma al 22%. Un valore decisamente alto se confrontato con altri paesi europei come la Francia dove è scesa al 5,5%, in Belgio al 6%, in Germania al 7% e in Lussemburgo all’8%. A questo si aggiunge un ulteriore ostacolo che è il 10% di IVA sull’importazione di beni artistici da Paesi extraeuropei.
Stringere i nodi di una comunità dove il «noi» si è smarrito, lasciando spazio solo a un coro stonato di io, è stato il primo obiettivo per l’associazione Gruppo Apollo, a sostegno della filiera dell’arte.
Da questo principio, il Vicepresidente Sirio Ortolani, presente nella sezione Established di miart con la Osart Gallery di Milano, ci racconta come il Ministro della Cultura Alessandro Giuli, dopo l’incontro con galleristi, collezionisti e mercanti d’arte, abbia apprezzato la capacità di dialogo e comprensione reciproca. Sottolineando quanto parte di questa chiarezza derivi dallo sforzo di riunire sotto un unico cielo tutti gli stakeholder del mercato dell’arte. Ortolani spiega:
“Quando un settore molto specifico riesce a unirsi, è chiaro che le tue istanze possono essere comprese e ascoltate”.
Naturalmente, aggiunge:
“Mettere insieme categorie diverse non è mai semplice, ci vuole tempo. L’obiettivo della riduzione dell’IVA ha rappresentato una grande occasione per andare nella direzione giusta”.
E per lavorare con urgenza, affinché i prossimi appuntamenti con i mercati abbiano un balance competitivo equo. Un obiettivo verosimilmente attuabile, per i più ottimisti, prima dell’estate.
Dello stesso avviso anche Italics, il consorzio presieduto da Lorenzo Fiaschi (Galleria Continua), con vicepresidente Pepi Marchetti Franchi (Gagosian), che riunisce 74 tra le più autorevoli gallerie italiane d’arte contemporanea, moderna e antica. Scelta una linea più dura, Italics ha contribuito, lo scorso febbraio, alla mobilitazione del settore lanciando un duro attacco al governo di Giorgia Meloni attraverso una lettera aperta, in cui denunciava:
“Il governo ha voltato le spalle al mercato dell’arte italiano, dimostrando indifferenza per il suo valore economico e, cosa ancora più grave, per il suo valore culturale, di fatto decretandone la condanna a morte e causando un danno incalcolabile in termini di sostegno agli artisti e alla rilevanza culturale del nostro Paese sulla scena globale”.

Un’accusa corroborata dai fatti se si pensa che il contesto non concorrenziale italiano ha provocato, negli ultimi anni, la fuga delle grandi case d’asta internazionali, che hanno lasciato nel Paese solo uffici di rappresentanza (Christie’s, ad esempio, ha preferito spostare i suoi affari a Parigi).
A ciò si aggiunge il trasferimento all’estero, o l’apertura di sedi europee, di alcune tra le maggiori gallerie italiane, e la migrazione dei nostri collezionisti verso fiere europee.
Uno scenario tanto evidente quanto urgente, reso ancor più chiaro dal rapporto Nomisma, promosso dall’Associazione Gruppo Apollo, che denuncia il crollo di un mercato interno in cui l’arte genera un giro d’affari diretto pari a 1,36 miliardi di euro, con un impatto economico complessivo stimato in 3,86 miliardi.
L’IVA un problema che da sempre non si vuole risolvere
Ed è proprio qui che la questione si complica. Senza voler indulgere troppo in dietrologie, e a fronte di un possibile lieto fine (almeno stando all’ultima promessa del ministro della Cultura Alessandro Giuli, che ha annunciato la presentazione a giugno di un disegno di legge per la riduzione dell’IVA), resta aperta una domanda cruciale: perché, al di là dei vantaggi dichiarati e delle proiezioni positive di un’aliquota più bassa, questa riforma ha sempre incontrato resistenza, a prescindere dal colore politico dei governi che si sono succeduti ?
Poiché sono soprattutto le gallerie con sedi unicamente in Italia a subire le conseguenze più pesanti dell’attuale regime fiscale, abbiamo scelto di raccoglierne le voci partendo dalla sezione Emergent di miart, tra le più penalizzate rispetto alla sezione Established, che include realtà internazionali, in grado, almeno in parte, di delocalizzare gli scambi verso paesi con regimi IVA più favorevoli.
I primi a incontrami e ad aprire idealmente la fiera sono stati quelli di ArtNoble Gallery fondata nel 2021 a Milano. L’opinione dello Staff, condivisa dalla maggior parte delle gallerie intervistate, è che il ritardo nell’adeguamento dell’IVA derivi da una mancanza di interesse strutturale da parte della politica verso il settore dei servizi terziari, come il lusso e l’arte, ancora percepiti come esclusivi ed elitari.
Un settore che non porta consenso né voti, e che quindi non entra nelle priorità di governo, a differenza di altri temi facilmente spendibili come strumenti di scambio con l’elettorato.
Basti pensare all’applicazione dell’IVA al 22% su alcuni servizi privati in ambito sanitario, ai quali sempre più persone fanno ricorso per compensare l’inefficienza del sistema pubblico, violando, di fatto, un diritto inalienabile sancito dall’articolo 32 della Costituzione italiana.
Si prosegue con la Galleria Eugenia Delfini, fondata nel 2022 e situata a Roma. Lo scambio di opinioni con Eugenia Delfini si intreccia con la percezione espressa da ArtNoble.
Il rischio di impopolarità rende il coinvolgimento della classe politica in settori come il mercato dell’arte un terreno scivoloso, nonostante la loro rilevanza economica e culturale. Un paradosso che rispecchia un problema più ampio «la mancata tutela e valorizzazione del patrimonio culturale italiano, che continua a non essere considerato come risorsa strategica all’interno del macrosistema economico nazionale».

L’opinione degli esperti
Ci spostiamo ora nella sezione Established, iniziando con una galleria simbolo del panorama milanese, la Galleria Raffaella Cortese, attiva dal 1995. Raffaella Cortese, nota per il suo approccio pragmatico, condivide la lettura di Eugenia Delfini, aggiungendo una volontà implicita di ostacolare il mercato dell’arte attraverso una tassazione non competitiva, che impedisca a questo settore di affermarsi come voce legittima all’interno del mercato globale.
È proprio per questo che la partecipazione a miart della Galleria Raffaella Cortese, come quella di tante altre realtà, va letta come un atto di resilienza, al fianco dell’identità stessa della fiera e, più in generale, di tutto ciò che essa rappresenta per la città di Milano in termini di valore culturale, sociale ed economico.
P420, fondata a Bologna nel 2010 da Alessandro Pasotti e Fabrizio Padovani, si conferma una delle realtà più attente al dibattito sul ruolo economico e simbolico del sistema dell’arte. La direttrice Chiara Tiberio ci offre una riflessione lucida e concreta:
“La difficoltà nell’abbassare l’IVA su un bene considerato di lusso può non essere una scelta popolare per un governo, perché potrebbe generare una percezione negativa nell’elettorato, soprattutto in chi è alle prese con altre problematiche più urgenti. Ma ciò che spesso non si comprende è che l’arte non è solo un settore, è un’industria che alimenta la creatività italiana, la scena artistica del Paese, e coinvolge una filiera molto ampia — dai trasportatori agli artigiani, fino a tutte quelle figure che lavorano a fianco degli artisti”.
Oltre l’IVA esiste la diseguaglianza interna che attraversa i vari livelli della filiera, e che non sempre può essere colmata da un semplice aggiustamento fiscale.
L’appello è stato condiviso dalla maggior parte delle gallerie italiane presenti in fiera, mostrando la lettera aperta come un epitaffio struggente di un futuro dell’arte italiana che qualcuno sembra ormai considerare spacciato.
Un risvolto tragico, ma possibile, che si somma ad altrettante previsioni catastrofiche. Eppure, in questo scenario, non manca la volontà di difendere con forza gli interessi dell’intera filiera.
Pochi giorni prima dell’apertura di miart, è comparso sui social un video di sensibilizzazione, promosso da accreditati operatori del settore: tra questi, il critico Achille Bonito Oliva, i collezionisti Patrizia Sandretto Re Rebaudengo ed Enea Righi, il direttore Lorenzo Baldi, il giornalista e direttore del Giornale dell’Arte Luca Zuccala, le galleriste Claudia Ciaccio e Alessandra Di Castro, l’artista Irene Fenara, il presidente dell’Associazione Logistica Arte, e infine il vicepresidente del Gruppo Apollo Sirio Ortolani insieme al direttore di miart Nicola Ricciardi.
Un coro solidale e trasversale, a difesa non solo delle proprie categorie ma di tutte le maestranze del settore: impiegati, trasportatori, giornalisti, artigiani, manutentori. Un mondo del lavoro spesso ignorato, eppure fondamentale per sostenere il peso simbolico — e concreto — dell’intero sistema dell’arte.
Curioso come alcune di queste realtà risultino penalizzate non solo dall’aliquota IVA, ma soprattutto da un mancato riconoscimento proporzionato al servizio che offrono. Indipendentemente dalle ragioni contingenti, la situazione ha offerto l’occasione per far emergere un sistema dell’arte che, nella sua struttura profonda, rivela una gerarchia piramidale, con un modello di business in cui gran parte dell’indotto risulta subordinato all’imprenditore — in questo caso, il gallerista — che sarebbe il primo a beneficiare di un’agevolazione fiscale.
Un vantaggio che non si estenderebbe automaticamente a figure essenziali come il giornalista, che, salvo non scriva per testate associative o per puro impegno culturale, raramente riceve un compenso adeguato, quando lo riceve.
Lo stesso vale per gli assistenti di galleria, spesso sottopagati rispetto alle loro qualifiche, e per molte altre figure che animano silenziosamente il mondo dell’arte, senza che il loro lavoro venga riconosciuto, né tantomeno retribuito in modo equo.
Non si tratta, quindi, solo di aliquote da abbassare, ma di immaginare un’economia dell’arte in cui il benessere e la sostenibilità di chi contribuisce quotidianamente al sistema siano finalmente messi al centro.
Dall’inchiesta è emersa chiaramente la percezione che l’arte e il suo mercato appartengano a un mondo esclusivo. In parte, mi sento di condividere questa riflessione, anche perché, indipendentemente dall’aliquota IVA, che sia al 5% o al 22%, il target di riferimento per gli scambi rimane sempre legato a un certo profilo di reddito.
Forse, invece di concentrarci esclusivamente su questi numeri, dovremmo focalizzarci su quelli legati all’occupazione, un aspetto che rifletterebbe di più il ruolo primario del settore.
Il lavoro svolto fin qui è stato straordinario, ha ricucito lo strappo di una comunità che, fin dagli anni ’90, cerca di ritrovare la propria coesione, la propria voce, la propria solidarietà. Una solidarietà che deve includere tutte le figure professionali che abitano il mondo dell’arte e che, per restarvi, devono trovare in esso opportunità reali e sostenibili.
Cominciamo oggi a fare la differenza anche in questo senso: dimostriamo di non essere una lobby esclusiva, accessibile solo a chi proviene da un certo ceto sociale o da una condizione economica privilegiata. Facciamoci risorsa, motore, alleati del lavoro, creando posti stabili, rispondendo con determinazione alla disoccupazione, rendendoci indispensabili alla crescita delle professionalità, in Italia, non solo altrove.
Il mercato dell’arte deve essere competitivo quanto gli altri settori economici, e il lavoro nell’arte deve essere riconosciuto nei diritti e nelle tutele, come avviene nel resto del mondo.
Essendo parte di quella realtà evocata nel video che ha voluto sensibilizzare l’opinione pubblica su chi vive di arte — e non solo di chi guadagna grazie ad essa — credo sia necessario continuare a illuminare anche questi aspetti, affinché il nostro settore possa davvero essere riconosciuto come un comparto capace di generare un impatto significativo sul mercato del lavoro. Un settore dove la crescita, prima ancora che professionale, sia umana, collettiva, condivisa.
Questa fiera internazionale d’arte ci ha lasciato una lezione importante e profondamente morale su come l’arte dovrebbe essere vissuta attraverso la collaborazione, il dialogo e le sinergie tra le parti.
Spero allora che, accanto a questi valori fondanti, emergano anche pratiche etiche coerenti.
Che ci sia cioè una reale attenzione a come ciascuno di noi sceglie di agire all’interno di questo sistema, soprattutto ora che si discute del tanto atteso taglio dell’IVA.
Se davvero si aprirà una nuova stagione di vantaggi fiscali per il settore, che sia anche l’occasione per avviare una redistribuzione più equa della ricchezza. Dove c’è beneficio, ci sia anche responsabilità.
Dove c’è crescita, ci sia anche cura. Perché non basta dire “tutti amici”: serve che ci trattiamo davvero come tali.
Roberto D’Onorio (1979) vive e lavora a Roma. Inizia la sua carriera artistica collaborando con la cattedra di Fenomenologia delle Arti Contemporanee di Cecilia Casorati all’Accademia di Belle Arti di Roma e nel 2010 con Cecilia Canziani e Ilaria Gianni per la NOMAS Foundation. Nello stesso anno affianca Anna Cestelli Guidi in occasione della Biennale Fluxus (Auditorium Parco della Musica, Roma). Nel 2012 lavora presso la Galleria Marino di Giuseppe Marino, Roma. Dal 2013 collabora con la Galleria 291est, Roma, rivestendo i ruoli professionali di Curatore e Responsabile Management.















Una risposta
Ottimamente scritto. L’unica riflessione a margine che mi viene da pensare, è che in realtà il nostro Paese lascia indietro tutto ciò che è umanesimo e cultura, a iniziare dagli insegnanti. Anche in ambito universitario, sono scarsissime le risorse per le facoltà umanistiche rispetto quelle scientifiche. Il bel video, che anche noi abbiamo condiviso, dimentica che il primo luogo di formazione per i professionisti dell’arte restano le accademie e le università. Altri luoghi dove si osserva una forbice significativa tra le borse di studio e di dottorato disponibili in ambito umanistico, rispetto a quelle dell’ambito scientifico – tecnico. Una democrazia economica del sistema dovrebbe prevedere che, fin da studenti, si possa scegliere come seguire le proprie vocazioni. Invece si tratta di sapere fin dall’inizio che, se non si ha una famiglia alle spalle, probabilmente si dovrà ripiegare su una professione secondaria per avere un reddito decente. Constatazione ancora più grave, se pensiamo che nelle facoltà artistico-umanistiche la presenza femminile è decisamente preponderante, ponendo di fatto anche una questione di genere nelle professioni dell’arte, dalle restauratrici alle curatrici (ovviamente senza dimenticare le artiste).