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Miart 2026 tra tensioni geopolitiche e modelli di galleria

di Roberto D'Onorio

Gli equilibri si costruiscono come si costruiscono le case. Anche quando il terreno non è l’ideale si prova lo stesso. Mattone dopo mattone si tracciano linee che non coincidono del tutto. Col tempo si scende a compromessi, con spigoli che cedono appena, con una crepa sul muro, e alla fine sarà da quelle finestre che si osserverà il mondo cambiare. Ma la stessa architettura che richiede anni per reggersi può crollare in un istante, se a minarne le fondamenta è un terremoto o, peggio, una bomba che cade dal cielo. In quel momento il cambiamento non è più scelta né adattamento, si impone come evento che, per dirla con Alain Badiou, “interrompe la situazione” che fino a quel momento abbiamo abitato come stabilità.

In questo momento, secondo il Global Conflict Map 2026, sono presenti 46 conflitti attivi in 76 paesi, nei quali hanno perso la vita centinaia di migliaia di persone, tra uomini, donne e bambini, con il solo risultato di radicalizzare un sentimento di odio e alimentare vendetta nelle generazioni future. E ci ritroviamo punto e a capo, all’interno di una dinamica che si riproduce senza soluzione.

Per chi abita il mondo dell’arte, ciò che è chiamato a fare non consiste nel capire chi ha ragione o chi ha torto, perché la posizione resta sempre la stessa: la guerra è guerra sempre e va ripudiata senza alcuna ragionevolezza.

Dopodiché esistono paesi coinvolti loro malgrado, come Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Qatar, che, pur non disponendo di un vocabolario pienamente condiviso e non appartenendo a consolidate comunità di elaborazione critica, a modo loro cercano di dire che certe cose le hanno capite.

Questo non significa assolvere i crimini contro i diritti civili né trasformare la giustificazione in consenso, significa piuttosto riconoscere che i processi di decostruzione sono così lenti da produrre inevitabili contraddizioni nel tentativo di articolare un pensiero, soprattutto là dove non esiste ancora una vera e propria capacità di articolazione.

Un percorso che trova in Sharjah il suo contrappunto più evidente. Gran parte del suo sviluppo culturale si lega alla famiglia Al Qasimi, che nel 1993 istituisce la prima Biennale, avviando un processo destinato a ridefinire l’identità dell’emirato. Da quel momento prende forma un piano di modernizzazione lento e consapevole, orientato a trasformare una città ancora segnata da pratiche tradizionali, da una vita sociale centrata sui suq e sulle istituzioni religiose, nella futura Sharjah proclamata capitale culturale del Golfo nel 1998 da UNESCO.

Uno dei passaggi più significativi della storia recente della città riguarda l’ampliamento della Sharjah Art Foundation, fondata nel 2009 da Hoor Al Qasimi, che ne estende progressivamente la portata attraverso mostre internazionali, programmi di residenza e iniziative dedicate al cinema e alla musica, affiancate da commissioni e sovvenzioni a sostegno della produzione di artisti emergenti.

Un trend che ha visto crescere sempre più manifestazioni culturali in tutta l’area del sud globale. Dietro alla celebrazione per i trent’anni della Biennale di Sharjah nel 2023 con Thinking Historically in the Present, progetto concepito dal compianto Okwui Enwezor, si collocano le due nuove biennali dell’Arabia Saudita, quella di Diriyah dedicata all’arte contemporanea e quella di Jedda dedicata alle arti islamiche, entrambe volute dal principe ereditario e primo ministro Mohammed bin Salman.

Non da meno la presenza delle fiere negli Emirati, con l’arrivo di Art Basel Qatar, considerata un’occasione di esplorazione e avanzamento su nuovi mercati anche per l’Italia, con la partecipazione di Cardi Gallery, Galleria Continua, Massimodecarlo, Galleria Lorcan O’Neill, Lia Rumma e Tornabuoni Art.

Segue Art Dubai, considerata la piattaforma commerciale e curatoriale più influente della regione, e Frieze Abu Dhabi, la cui prima edizione nel 2026 segna l’evoluzione di Abu Dhabi Art in una fiera di alto profilo commerciale. A consolidare questo asset culturale interviene l’investimento del fondo sovrano ADQ, che nel 2024 ha destinato un miliardo di dollari a Sotheby’s, rafforzando il legame tra la sede locale e i flussi di mercato globali.

Oltre ad alberghi di lusso, hub aeroportuali e grandi eventi, per anni Arabia Saudita ed Emirati hanno puntato a costruire un’immagine di isola felice, diversificando l’economia per esercitare un soft power capillare capace di attrarre turisti facoltosi e investitori in cerca di nuovi business in contesti fiscalmente vantaggiosi.

In questo quadro, la crescita delle infrastrutture culturali non si limita a produrre conoscenza, ma contribuisce a ridefinire gli equilibri di potere, rendendo sempre più difficile distinguere tra sviluppo culturale e strategia geopolitica.

Un’ambiguità che negli ultimi mesi si espone con maggiore evidenza, a fronte della crescente instabilità regionale tra minacce missilistiche, tensioni diplomatiche e attacchi a infrastrutture strategiche, incrinando la percezione di sicurezza su cui si reggeva l’intero progetto del Golfo.

Da questo scenario, in cui ciò che resta non è solo rovina ma la misura di quanto è stato costruito, l’Italia torna a proporsi come snodo strategico.

MIART COME POSSIBILITÀ DI RILANCIARE L’ECONOMIA FIERISTICA ITALIANA

Sarà durante i giorni di apertura della fiera internazionale d’arte moderna e contemporanea, prevista dal 17 al 19 aprile a Milano, che l’Italia dovrà dimostrarsi capace di affermare la propria funzione competitiva e compensativa in quello che appare un futuro incerto per i suoi maggiori competitor.

Le intenzioni di Nicola Ricciardi, giunto alla sua ultima edizione, si collocano in continuità con l’anno precedente, invitando i galleristi al movimento evocato dal titolo New Directions come principio operativo per sviluppare modelli espositivi meno transazionali e più attenti alla costruzione di contesto e dinamiche relazionali.

Un compito gravoso, accompagnato dai festeggiamenti per la trentesima edizione di Miart 2026, che per l’occasione cambia sede e si sposta nella South Wing dell’Allianz MiCo. L’architettura fa parte del più ampio centro congressi situato nel quartiere CityLife e rappresenta uno degli spazi espositivi e congressuali più flessibili, grazie alla presenza di pareti mobili capaci di adattarsi a eventi di diversa scala.

Parallelamente cambiano anche le dimensioni, con 8.092 metri quadrati netti di esposizione distribuiti su tre livelli, ciascuno dedicato alle sezioni Emergent, Established ed Established Anthology, concepite per restituire una  prospettiva più inclusiva, intergenerazionale e transculturale.

Con lo spazio si riduce anche il numero di espositori, passando dai 179 dello scorso anno ai 160 attesi per questa edizione, provenienti da 24 Paesi diversi. Una scelta che, pur riducendo la quantità, punta ad elevare la qualità e la varietà dell’offerta, suggerendo ai galleristi di ripensare i propri booth con allestimenti curatoriali o monografici, in linea con modelli – boutique come la fiera Art OnO di Seoul, da poco conclusa, o con il caso più radicale del curatore Wael Shawky, che ha trasformato la scorsa Art Basel Qatar in un vero e proprio thought leader per la capacità di favorire ricerca, narrazione e contesto più che transazione.

LA TRAFFIC GALLERY PUNTA A CONSOLIDARE LA RELAZIONE CON DANIELE DI GIROLAMO

immagine per Daniele Di Girolamo Beautiful Thinghs Away courtesy Traffic Gallery
Daniele Di Girolamo Beautiful Thinghs Away courtesy Traffic Gallery
immagine per Daniele Di Girolamo A blank page of unsentletter 2026 courtesy Traffic Gallery
Daniele Di Girolamo A blank page of unsentletter 2026 courtesy Traffic Gallery

Ne è un esempio la Traffic Gallery di Bergamo (Level 0 – Booth A22), che presenta il solo show a gentle bow dedicato a Daniele Di Girolamo (Pescara, 1995). Il percorso ripercorre la produzione dell’artista degli ultimi cinque anni, ribadendo il legame di amicizia e di collaborazione che lo unisce al fondatore della galleria, Roberto Ratti.

Un’attenzione al valore della relazione attraversa gran parte delle opere dell’artista, trovando una sintesi in Beautiful Things Fading Away. In questo lavoro Di Girolamo declina l’arte cinetica come un’operazione insieme mentale e materiale, costruendo un meccanismo che sostiene elementi lineari in cannule di ottone, attivati alle estremità dal movimento rotatorio di una coppia di fiori — dei cardi — intenti a ricercare un contatto possibile con l’altro.

La ricerca di Di Girolamo prosegue nell’avvicinare collezionismo e fruitori a lavori meno complicati, senza smarrire quella sottile tensione tra fragilità e rigore che attraversa la sua pratica. Ne è testimonianza la serie Beautiful Things Fading Away (Paper), realizzata raccogliendo lettere mai spedite per riciclarne la carta in nuovi fogli. L’opera riflette su sé stessa senza conservare traccia dei messaggi originari, preferendo custodire i segreti della rete di relazioni emotive che li aveva generati.

GALLERIA GIAMPAOLO ABBONDIO SCEGLIE L’INTENSITÀ DI GERHARD MERZ

immagine per Gerhard Merz Ça Ira courtesy Galleria Giampaolo Abbondio 2025
Gerhard Merz Ça Ira 2025 courtesy Galleria Giampaolo Abbondio
immagine per Gerhard Merz Ça Ira courtesy Galleria Giampaolo Abbondio 2025
Gerhard Merz Ça Ira courtesy Galleria Giampaolo Abbondio 2025

A distinguersi è anche la Galleria Giampaolo Abbondio (Milano, Todi), con uno stand monografico interamente dedicato a Gerhard Merz (Germania, 1947), tra le figure più rigorose e radicali dell’arte tedesca dagli anni Settanta a oggi.

Fedele alla sua concezione della pittura come evento e non come rappresentazione, l’artista torna ad esporsi dopo un lungo periodo di progettualità privata con l’opera Ça Ira.

Il titolo, ispirato a un canto popolare della Rivoluzione francese, trova la sua rappresentazione nella grande tela divisa diagonalmente in due campiture bianca e nera, a evocare la lama della ghigliottina. Simbolo di morte e rinascita, l’immagine trova un raccordo con sei tele monocrome arancioni, rigorosamente installate l’una accanto all’altra per trasformare l’intensità del colore, quasi radioattivo, in un campo di energia pura capace di convertire l’intero spazio dello stand in un’esperienza percettiva totalizzante.

GILDA LAVIA PREDILIGE IL CORPO COME SUPERFICIE DI TENSIONI

immagine per Carla Grunauer Giros courtesy Gilda Lavia
Carla Grunauer Giros courtesy Gilda Lavia
immagine per Carla Grunauer Dora courtesy Gilda Lavia
Carla Grunauer Dora courtesy Gilda Lavia

Se Merz lavora da sempre per espellere la narrazione, la psicologia e tutto ciò che riconduce l’umano alla figura, la Galleria Gilda Lavia di Roma riunisce invece, sotto il tema del corpo simbolico, nudo, non normato, le sculture antropomorfiche di Carla Grunauer, la memoria di Petra Feriancová e la tensione cosmica di Leonardo Petrucci.

Reduce dalla personale in galleria, a risaltare è l’argentina Carla Grunauer, che racconta corpi piegati in posture instabili, manipolate, dal sapore alieno, evocando nella materia le tensioni psicologiche che abitano le profondità dell’esistenza.

Disposti come su piani obitori, i corpi si consegnano allo sguardo morboso del visitatore, che ne scruta gli enigmi. L’uso intellettuale del colore fluo restituisce alle pitture di Grunauer un’intensità tribale, inscritta in paesaggi sospesi, talvolta metafisici, che per l’artista rappresentano la proiezione del suo animo di donna divisa tra la realtà difficile della politica in Argentina e il proprio passato ancestrale, ancora vivo a Tucumán, la regione d’origine.

ALLA GALLERIA UNOSUNOVE L’AVANGUARDIA TORNA PRESENTE CON SERGIO LOMBARDO

immagine per Sergio Lombardo Pittura stocastica toroidale metodo SAT 1983 courtesy Galleria unosunove
Sergio Lombardo Pittura stocastica toroidale metodo SAT 1983 courtesy Galleria unosunove
immagine per Sergio Lombardo Pittura stocastica 1983 metodo SAT courtesy Galleria unosunove
Sergio Lombardo Pittura stocastica metodo SAT 1983 courtesy Galleria unosunove

A estendere il discorso sulla dimensione psicologica, spostandolo sul terreno della percezione e dell’interazione cognitiva, è la Galleria 1/9 unosunove di Roma (booth D01) con Aesthetic Engineering: SAT, early stochastic paintings di Sergio Lombardo.

L’omaggio al fondatore della Pittura Stocastica si apre con il riferimento diretto al SAT, l’algoritmo ideato dall’artista nei primi anni Ottanta per generare mappe tassellate capaci di saturare il piano. Alla base del metodo si trova la teoria dei quattro colori e il concetto di “numero cromatico”, secondo cui una mappa può essere colorata senza che regioni adiacenti condividano lo stesso colore.

Le opere scelte, tra il 1983 e il 1987, documentano la fase germinale di questa ricerca, come sistema percettivo capace di attivare una risposta cognitiva nell’osservatore. Questi primi risultati anticipano i successivi sviluppi algoritmici, mostrando come la pittura, liberata da ogni intenzione espressiva, possa diventare un dispositivo comportamentale in cui lo spettatore è chiamato a completare l’opera attraverso il proprio processo percettivo.

Tali configurazioni testimoniano come Miart 2026 interpreti il sistema fieristico, misurandone insieme il limite e la forza a partire dalla responsabilità condivisa lungo l’intera filiera, a patto che questa sia in grado di sostenere un ecosistema messo in ginocchio dall’inflazione, garantendo continuità alla ricerca e alle pratiche più fragili.

immagine per Roberto D'onorio
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Roberto D’Onorio (1979) vive e lavora a Roma. Inizia la sua carriera artistica collaborando con la cattedra di Fenomenologia delle Arti Contemporanee di Cecilia Casorati all’Accademia di Belle Arti di Roma e nel 2010 con Cecilia Canziani e Ilaria Gianni per la NOMAS Foundation. Nello stesso anno affianca Anna Cestelli Guidi in occasione della Biennale Fluxus (Auditorium Parco della Musica, Roma). Nel 2012 lavora presso la Galleria Marino di Giuseppe Marino, Roma. Dal 2013 collabora con la Galleria 291est, Roma, rivestendo i ruoli professionali di Curatore e Responsabile Management.

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