Fausto Melotti. Dell’Arte poliedrica e mentale a Domus alle farfalle

Il Nouveau Musée National de Monaco (NMNM) di Villa Paloma ha in corso una poderosa mostra su Fausto Melotti, dedicata alla sua “polimorfa e sfaccettata produzione”. Eccellente il punto di osservazione mirato, vedremo, dopo alcune esposizioni precedenti e importanti tra le quali la retrospettiva al Museo MADRE di Napoli nel 2012.

Nel 1967, Fausto Melotti ha la seconda mostra milanese alla galleria Toninelli, molti decenni dopo la sua d’esordo, nel maggio 1935, alla galleria del Milione dei fratelli Ghiringhelli a cui Pier Maria  Bardi lasciò il testimone dopo il suo trasferimento a Roma. Nei pieni anni Sessanta, nei Settanta della sua amicizia con Calvino, Melotti “non è più solo uno dei vecchi maestri dell’astrattismo nostrano. La sua condizione di poeta della scultura, la sua lucidità fantastica, hanno schiuso definitivamente nuove vie, dal punto di vista linguistico e stilistico. Da quel momento, sempre più fitto sarà il cursus delle mostre melottiane: in pressoché ognuna delle quali, è importante osservare, a fianco delle sculture figura una ricca compagine di disegni, intesa come parte integrante, non accessoria, del suo modo di raccontarsi al pubblico. Mostre esclusive di disegni, Melotti ne terrà poche, tutto sommato. Segno, beninteso, non di disinteresse, e semmai del suo considerare in modo effettivamente paritetico le visioni incarnate nella scultura, e quelle alitanti nella miriade di fogli che hanno punteggiato il suo lavoro.” (Flaminio Gualdoni, Disegni di Fausto Melotti, in: Arte italiana del Novecento. 1930 – 1960: trentaquattro autori dalla A alla Z, Milano, Electa 1999).

Ma chi è stato Melotti?

Artista, scrittore e teorico, ingegnere, musicista e aforsita, nato a Rovereto, si trasferisce a Firenze a causa della guerra e porterà a termine gli studi liceali. Nella città toscana Melotti conosce e frequenta letterati e artisti d’avanguardia, parallelamente apprezzando le opere dei maestri del rinascimento fiorentino: Giotto, Simone Martini, Botticelli, Donatello e Michelangelo. Presto lo raggiunse il cugino, quel Carlo Belli (Rovereto, 1903 -Roma, 1991) – che nel 1935 scrisse Kn, considerato il manifesto italiano dell’astrattismo – che indicò quel lungo periodo fiorentino come “formativo (…)” e Firenze “asse fondamentale attorno al quale si metteranno in rotazione le nostre prime acquisizioni umanistiche”. Melotti, però, mai dimentica la città natale, con cui rinsalda collegamenti anche con il suo milieu innovativo rappresentato da Fortunato Depero, dall’architetto Gino Pollini – tra i fondatori del razionalismo italiano grazie al Gruppo 7 -, l’architetto e scenografo Luciano Baldessari, l’artista Tullio Garbari, dal compositore Riccardo Zandonai e da altre personalità di rilievo intellettuale e creativo non solo del territorio.

L’Arte lo prende totalmente, la musica lo affascina ma decide di laurearsi in altro: Ingegneria elettrotecnica al politecnico di Milano. Però, la sua formazione artistica non si ferma: prosegue nella scultura. Egli, così, studiò prima da Pietro Canonica a Torino, poi, dal 1928 con il grande scultore floreale milanese Adolfo Wildt che insegnava all’Accademia di Brera di Milano. Inoltre, lavorò alla celeberrima e allora straordinaria Richard-Ginori con l’amico Gio Ponti.

Il suo stile muta negli anni seguendo sempre una sua personalissima ricerca, tesa ad articolare lo spazio secondo ritmi quasi musicali e a coniugare il vero a una sua sintesi concettualizzata. Pure dove si rivela maggiormente figurativo, con diramazioni anche metafisiche, questa tensione si tradisce, ed è la sua vena più dinamica e convincente che palesa appassionata conoscenza e duttile uso della materia. Già: anche quando crea sculture più tradizionali legate a Novecento – come l’opera in gesso presentata alla V Triennale di Milano del 1933 o le sculture preparate tra Roma e Carrara nel 1941 per l’Esposizione Universale dell’Eur di Roma – è palpabile quel suo “particolare amore per la poesia dei materiali” che, talvolta deperibile, apparentemente saldato in modo precario, non sarà mai informale e raggiunge la massima qualità, a mio avviso, quando le articolazioni si innalzano verso scelte compositive di essenzialità. Così, guardano al Razionalismo: anche tramite gli artisti legati alla galleria Il Milione di Milano e, tra tutti, Lucio Fontana, che diverrà suo amico.

E’ evidente come anche per Melotti l’arte – e in essa la scultura – abbia una qualche discendenza originaria e sia un fatto mentale; infatti:

 “L’arte è stato d’animo angelico, geometrico. Essa si rivolge all’intelletto, non ai sensi” (Fausto Melotti, dal testo del catalogo della prima mostra personale alla Galleria del Milione, maggio 1935).

L’Arte, quindi, può dunque sfondare la tela, aprire passaggi, formalizzare la quanta dimensione tanto quanto, più liricamente, nel caso di Melotti, ricevere gli ultimi sospiri delle farfalle (dal titolo della sua scultura Chi riceve gli ultimi sospiri delle farfalle?, ottone, 1979).

Nella mostra, che esposte una ventina di sculture in metallo e più di settanta opere in ceramica, emerge questo lirismo caldo e fantasioso, “regno visionario di splendori e meraviglie, come ben sanno i bambini e gli attori shakespeariani” (Calvino?); vi si sovrappone questa sua necessità di ridurre la realtà a più razionali ed essenziali linee compositive. Forse anche per questo Melotti ebbe tanta sintonia con gli architetti. Ecco: un altro legame cruciale di Melotti fu con “DOMUS”, fondata nel 1928 da Gio Ponti; la rivista pubblicò tantissime immagini delle opere di Melotti, tra il 1948 e il 1968, e illustrazione di articoli a lui dedicati o da lui firmati. “Domus” ha avuto “un ruolo importante nella carriera di Melotti”, quasi come una sorta di finestra sull’evoluzione del suo lavoro, che la pubblicazione testimoniò come osservatrice privilegiata – tramite Ponti e la figlia Lisa“dei cambiamenti che avvenivano nello studio dell’artista in Via Leopardi 26 a Milano”.

La scelta critica della rivista si basava sull’idea di una “continuità poetica” rintracciabile nel lavoro apparentemente sincopato di Melotti: ne è conferma la presenza in ogni articolo di immagini di una produzione di periodi differenti del nostro artista. Che non fu poliedrico bensì tutto, come nella miglior prospettiva futurista… che infatti considerava l’Arte minore alla stessa altezza  della maggiore che gli articoli di “Domus”valorizzarono, occupandosi del lavoro di Melotti come decoratore – nelle collaborazioni con Ponti e altri architetti – la sua produzione di sculture in ceramica degli anni ’40 e ’50 (basti pensare ai celeberrimi Teatrini e alle placche in ceramica) fino alle più recenti sculture in metallo degli anni ’60, “sempre enfatizzando una linea di continuità con la ricerca astratta degli esordi.”

Nel luglio 1962 – ci ricordano i curatori della mostra monegasca – “Domus” pubblica un articolo di Melotti in cui egli si riferiva all’apparente silenzio seguito al breve ma decisivo periodo astratto della metà degli anni ’30: “Ci accostiamo e ritorniamo, in questo, fra i tanti intermezzi (atti di vita?), all’orfico, mediterraneo imeneo della geometria con la poesia.”

Quasi un anno dopo compare nelle pagine della stessa rivista un altro testo di Melotti, tea i suoi scritti programmatici fondamentali: L’Incertezza (marzo 1963); rappresenta un esauriente manifesto della poetica di Melotti:

“gli permette di confermare l’originalità del suo lavoro nel contesto dell’arte astratta e, più in generale, dei suoi contemporanei.”

Un altro ruolo rilevante lo gioca, nella vita professionale di Melotti – e ben chiarito anche nella mostra del Museo di Monaco (a cura di Eva Fabbris e Cristiano Raimondi; dal 9 luglio 2015 al 17 gennaio 2016) – Ugo Mulas. Il grande critico ed editore Vanni Schweiwiller, a proposito del rapporto tra i due, così si esprime:

“Melotti si legò molto a Mulas, che era il suo fotografo (…) E la passione e l’eccellenza di un grande fotografo come Ugo Mulas contribuirono in maniera significativa alla riscoperta, anche se tardiva, di un grande scultore come Melotti.”

Infedele alle classificazioni e sempre imprevedibile – come egli scrisse nel 1962 su “Domus” – ma a proposito di Debuffet e Fontana -, la sua ricerca, non ignorata da artisti internazionali, forse meno dichiarato riferimento degli italiani, è sua e solo sua, rigorosa, se pur giocosa; e libera. Ricordando, come egli fa in Linee, 1975-1978. Aforismario, che:

“Il gioco è libertà ma la libertà non è un gioco.”

Barbara Martusciello

Barbara Martusciello

Barbara Martusciello è Storico e Critico d’arte, curatore di mostre, organizzatrice di eventi culturali e docente. Ha collaborato con riviste di settore, con i quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", il settimanale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente con altri quotidiani ("Il Manifesto", "Gli Altri") e periodici ("Time Out" - Italia"); è stata parte attiva nel progetto che ha dato vita, a metà anni '90, della prima rivista via fax di Arte ("Artel") e di Architettura ("Architel") e scrive regolarmente di Arti visive e cultura. Ha avuto la direzione artistica di spazi privati e gallerie; ha curato centinaia di cataloghi e di mostre in spazi pubblici e privati, attività che svolge tutt’ora. Docente di Storia dell’Arte e di Storia della Fotografia in diversi Istituti Superiori, è stata titolare di moduli didattici di Storia delle Arti Visive (Scuola Romana di Fotografia; Istituto Superiore di Fotografia e Comuniczione Integrata; Università del Design Istituto Quasar; etc.). E' stata ed è divulgatrice anche attraverso Master (Istituto Europo del Designa; Università Europea), Giornate di Studio (Università di Roma La Sapienza; Galleria Nazionale d'Arte Moderna, Roma) e convegni, seminari, workshop, conversazioni. Tra questi: per Zetema Progetto Cultura con Roma Capitale nell’ambito di Racconti di Storia dell'Arte; per il FAI nell’ambito di Visti da Vicino; per la Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma nell'ambito di L'artista, L'Opera, Il Museo; per Roma Design Lab (Creatività e Rigenerazione urbana: scenari nazionali e internazionali, casi di studio - Riconoscimento 3 C. F. dall'Ordine degli Architetti di Roma). Ha scritto alcuni libri e suoi saggi sono nei più recenti volumi "Le grandi pittrici nei secoli d’oro dell’arte – Un affascinante viaggio attraverso tre secoli di pittura al femminile" Keidos, Roma, 2018; "Guerra e Architettura" di Lebbeus Wood e "Ricostruire la moda italiana" di Nicola White (entrambi di Deleyva edit.); suoi testi critici aprono i libri fotografici "Sogni d'Acqua. Lungo il Mekong", Electa-Mondadori ediz., 2014 e “Finding Homer”, PostCart 2015. Ha ideato e curato la prima edizione del Concorso e della Residenza fotografica in Murgia nell'ambito di MurgiAMO (2014) e ha collaborato con Roma Design Lab 2014, piattaforma tra istituzioni e privati dedicata al Design, all'Architettura, alla Creatività e alla rigenerazione urbana: per entrambe, art a part of cult(ure) è stata Mediapartner. Ha collaborato e collabora con vari webmagazine e piattaforme culturali (MyWhere; Rotarian Gourmet; Roma on the Road), cura attività didattiche e culturali all’interno di artapartEvents. Membro della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per conto della Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano, ora in rimodulazione, ha avuto incarico nel MUSAP-Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara) per cui ha seguito l'area dell'Arte Visiva Contemporanea e ha curato mostre tra cui "Arazzeria Pennese-La contemporaneità del basso liccio", con importanti artisti contemporanei, MACRO, Roma, 2017. Responsabile del settore Arti Visive allo spazio polifunzionale e StartUp Howtan Space Roma per il quale cura serie di mostre fotografiche, ha recentemente curato una prima mostra con cui ha inaugurato per la prima volta in assoluto la sala espositiva della magnifica Stazione FI Napoli Afragola di Zaha Hadid.
E' Cofondatrice e Editor-in-Chief del webmagazine "artapartofcult(ure)"

1 commento

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  • Gentilissima, ha spiegato in un “semplice” articolo Fausto Melotti come raramente mi è capitato di leggere.
    Con soddisfazione intellettuale, cordialmente
    Silvio Arendarth