L’Ultima cena (Cenacolo) commissionata a Leonardo da Vinci da Ludovico il Moro nel 1494 e dipinta su una parete del refettorio del convento annesso alla Basilica di Santa Maria delle Grazie a Milano, non è un affresco ma una tempera e olio con aggiunta di tentativi sperimentali (come l’uovo) su muro che causò un quasi immediato deterioramento del capolavoro, deturpato poi a causa di due diversi accidenti.
Il primo, di fatto non un incidente ma una precisa volontà, fu dovuto alla sconsiderata apertura, ad opera dei frati nel 17° secolo, di una porta, che ha distrutto una parte del dipinto (ad esempio, ora i piedi di Cristo non sono più visibili).
Il secondo fu il coinvolgimento nella politica delle “bombe e parole” angloamericana atta a costringere l’Italia alla resa: anche Milano era nel mirino e i funzionari museali italiani si adoperarono per mettere in sicurezza la parete nord che ospitava, come oggi, l’Ultima Cena, facendola rinforzare già dal 1940 da sacchi di sabbia, impalcature di legno e metalliche; questo accorgimento impedì il crollo del muro la notte tra il 15 e il 16 agosto 1943, quando un ordigno cadde nel Chiostro dei Morti, causando la distruzione della parete est del refettorio che custodisce l’opera e mancando (miracolosamente?) il capolavoro di soli 20 metri.
L’opera subì però ingenti danni per l’esposizione a polvere, intemperie e umidità (anche causate dalle plastiche messe per urgenza a protezione) ma fu salva e, risistemata, fu restituita al pubblico nel 1945. Fu però necessaria una seguente, delicata e lunga opera di restauro (guidata da Pinin Barcilon Brambilla), dal 1977 al 1998, per pulirla e sanarla in modo più duraturo e per ammirala come possiamo farlo oggi.
Non affermo nulla di nuovo rammentando l’ormai storica Pop/olarizzazione del capolavoro di Leonardo: un’opera dalla potenza espressiva straordinaria, una macchina teatrale che ancora sollecita interrogativi e ha alimentato tesi legate al Sacro Graal e al femminino sacro (Dan Brown, nel suo Codice da Vinci, 2003, da cui è tratto il film di Ron Howard, 2006; prima da Michael Baigent, Richard Leigh, e Henry Lincoln, con The Holy Blood and The Holy Grail, 1982, e prim’ancora da Donovan Joyce nel suo The Jesus Scroll, 1973) anche per l’appartenenza di Leonardo alla società segreta nota come Priorato di Sion, quella che fondò i Cavalieri templari.
Molte saranno le rivisitazioni, gli omaggi e le citazioni specifiche fatte negli anni dagli artisti.
Salvador Dalì non potette esimersi, ad esempio, data la sua ammirazione per il grande Maestro, su cui tra l’altro, nel 1919, nella rivista studentesca “Studium” scrisse un saggio, definendo Leonardo “il più grande maestro della pittura, un’anima che ha saputo studiare, inventare e creare con lo stesso ardore, passione ed energia con la quale ha vissuto tutta la sua vita. Le sue pitture riflettono il costante amore, la dedizione e la passione per il suo lavoro.”.
Altre e altri artisti si cimentarono in confronti e riletture dell’opera di Leonardo: da Mary Beth Edelson e Shūsaku Arakawa (tra gli anni Sessanta e Settanta) ad Andy Warhol, che eseguì una serie vastissima di lavori (quasi 500) del ciclo Last Supper, commissionatogli nel 1985 dal noto gallerista Alexandre Iolas per il suo spazio espositivo che era allocato proprio vicino al refettorio di Santa Maria delle Grazie: il padre della Pop Art riuscì a comunicare quel Cenacolo e, per estensione, il da Vinci stesso, come qualcosa di familiare, contemporaneo, sempre attuale, giocando con il sacro in modo mai blasfemo e attraverso un pionierismo postmoderno.
Tra gli artisti che hanno guardato e restituito a loro modo una riflessione sul Cenacolo non vanno dimenticati il regista britannico (gallese) Peter Greenaway, che ne rese un suo particolare omaggio nella sua scenografica installazione multimediale già nel 2010, poi itinerante; e il fotografo e artista David LaChapelle, che ne fece una versione nel 2003 in cui, aggiornando la rappresentazione del sacro, la mette in contatto con i tanti cambiamenti della società e dei suoi costumi, accogliendo anche aggiornamenti di genere.
Come non citare, inoltre, il video di 9 minuti The Last Supper: the Living Tableau di Armondo Linus Acosta, con la collaborazione di Vittorio Storaro, Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo (credo sia del 2019)?
Poi, ci sono anche i sei – Anish Kapoor, Wang Guangyi, Robert Longo, Nicola Samorì, Yue Minjun, Masbedo – che, coinvolti nella mostra L’Ultima Cena dopo Leonardo (a cura di Demetrio Paparoni, Fondazione Stelline, Milano, aprile – giugno 2019), hanno affrontato quel tema immenso dando prova di duttilità e visioni non omologate.
Altri artisti hanno celebrato e celebreranno questa meraviglia che è patrimonio dell’umanità tutta, anche quella laica, perché Leonardo, attraverso uno “smembramento del corpo sacro” ha saputo regalare a tutti, cattolici e non, credenti o atei, “infinite rivelazioni”. (Anish Kapoor): con cui, ad esempio, si è confrontato il fotografo Maurizio Galimberti (Como, 1956).
Come per molti suoi colleghi, il suo primo contatto ravvicinato con la Fotografia è avvenuto per caso e in ambito domestico: grazie a una compatta Agfa Optima; da allora, e da una sua prima foto scattata, che ci ha ricordato essere stata fatta in un ristorante durante un pranzo di famiglia.
Da allora la Fotografia è sempre stata una compagna amata: dal lavoro di geometra nell’impresa di famiglia, nel 1990, grazie alla collaborazione con la Polaroid Italia, ha iniziato con immagini di ricerca, senza banco ottico e con le pellicole integrali (FX70, 600, SX70), per poi dedicarsi alla fotografia in modo professionale e quindi, dal 1992, facendone campo della sua professione oltre che sua passione.
Noto per le sue tecniche pionieristiche, l’uso della polaroid in modo creativo, l’invenzione della mosaicizzazione fotografica, detta anche a grappolo o ad ali di farfalla, che solo apparentemente ha legami con certa produzione di David Hockney, Galimberti è entrato nella Storia della Fotografia più attuale.
Non solo: è nelle collezioni di mezzo mondo e con all’attivo mostre in spazi pubblici e privati, cataloghi, libri, presenza a festival di settore e oggetto di studio di fotografi e addetti ai lavori.
Nel 2018, in occasione dei 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci e dei 180 anni dalla nascita della Fotografia, ha esposto una poderosa opera fotografica (8,90 x 1,40 metri) a Milano, poi riproposta, in diverse possibilità combinatorie e articolazioni, altrove. Ad esempio, a Viterbo, in una mostra appositamente realizzata, che porta dal 24 settembre 2021 nella bella sede di Unindustria un Tributo a Leonardo che è stato stampato per l’occasione.
Abbiamo quindi intervistato opportunamente Maurizio Galimberti, proprio in vista dell’imminente personale a tema.
Iniziando proprio a riferirci al tuo lavoro su Leonardo da Vinci e il Cenacolo, ti chiedo: perché hai sentito il bisogno di confrontarti proprio con questo capolavoro e codice del cristianesimo?
Tutto nasce da un confronto con il mio amico Paolo Ludovici, un grande fiscalista, uomo di cultura e raffinato collezionista; ogni anno ragioniamo insieme su un’ipotesi di un nuovo lavoro: da committente attento e partecipe ne parliamo molto insieme e iniziando a discutere di Leonardo, nel 2018 nacque l’idea di affrontare il Cenacolo Vinciano: Leonardo è un artista imprescindibile per un artista e un fotografo, e lo è il Cenacolo anche e soprattutto per chi è di Milano o vive e pratica la città. Così, produssi anche un libro con Skira. Poi questo portò al progetto della mostra alle Gallerie d’Italia di Piazza Scala a Milano.
Quanto è stato laborioso questo processo?
Ci ho messo almeno 4 mesi: il lavoro è stato un crescendo, faticoso anche fisicamente, oltre che intellettualmente…, con un confronto importante anche con la committenza (Paolo)…
…quasi come nella pratica rinascimentale…
Mi piace questo accostamento, lo sento piuttosto vicino a quel che faccio, a come lo faccio…
…la tecnica di scatto consiste nell’appoggiare l’apparecchio fotografico a contatto diretto con il soggetto ritratto, ed è stato necessario, quindi, data la fragilità del Cenacolo, la produzione di una gigantesca fotografia a grandezza naturale stampata con il plotter; hai adoperato tre apparecchi per Polaroid (Instant Camera 600, Spectra e Fuji Instax Square SQ 20 di cui sei ambasciatore) e un banco ottico raro, di grande formato (Giant Camera), per restituire il dipinto preciso e a dimensione naturale e poterlo poi trasporre in un’opera tutta tua…
Sì, e si tratta di più passaggi che, in ultim’analisi mettono in sinergia la Polaroid con il digitale, e questo è forse la parte più avventurosa del mio procedere: sperimentare e creare un ponte di comunicazione tra tecnica più tradizionale e quella nuova, tecnologica. È una svolta quella data dalla nuova ibrida Instax-Square SQ10, di FujiFilm, ma è interessante mettere in rapporto apparecchiature, modalità differenti tra loro…
Proponi un dialogo tra tradizione e innovazione?
Oh sì: considera anche, che poi trasferisco, con la tecnica del transfer, su carta Fabriano…
Lavori sulle suggestioni che la tua fotografia e il tuo metodo possono produrre o mi sbaglio? Nulla di più lontano dal “momento decisivo” che teorizzava e restituiva Henri Cartier-Bresson…
Sì, le suggestioni sono quello che cerco e vorrei provocare in chi si avvicina alle mie fotografie; in questo, dici bene, sono molto lontano da Cartier-Bresson… pur se ho una partenza istintiva, veloce; nel desiderio iniziale probabilmente siamo simili – un po’ come lo sono tutti i fotografi – ma poi nulla di più lontano dal suo “momento decisivo”. Apprezzo Cartier-Bresson ma non lo sento come uno dei miei preferiti; amo, piuttosto, Man Ray, con le sue sperimentazioni assolute; e William Eugene Smith…
Questa trasfigurazione fotografica del soggetto – gli apostoli li hai moltiplicati e il corpo di Cristo scomposto – la porti avanti attraverso una particolare scomposizione, un’alterazione prospettica e percettiva e una cosiddetta mosaicizzazione fotografica (chiamata anche “a grappolo” o “ad ali di farfalla”) che ricostruisce l’immagine ma di fatto restituendocene una versione inconsueta: cosa, solitamente vuoi mostrare di più o di altro che il reale non palesa?
Ti sembrerà strano ma mi interessa mostrare il ritmo, il movimento possibile anche in un’immagine fissa. Ho un legame molto intenso con la musica e forse anche questo mi porta a immaginare il mio procedere come se stessi componendo musica che il pubblico può ascoltare…
In ciò sarai un estimatore del Futurismo…
Sì assolutamente; ma il mio punto di riferimento è Nu descendant un escalier di Marcel Duchamp…
Ma tu suoni, componi anche musica?
No avrei voluto ma… L’ascolto però, la frequento, vado ai concerti, la godo e la pratico a mio modo e come linguaggio lo sento vicino al mio fotografico…
…e dovendo fare un paragone… che musica senti nel Cenacolo Vinciano?
Il Requiem, Mozart, Beethoven, il Te Deum…
Approcciandoti così da vicino con il Cenacolo Vinciano cosa hai scoperto che prima non avevi notato?
Una grande fede; la missione di toccarla e comunicarla; il tentativo di dare corpo a un dialogo tra lui e la fede e tra quella e il pubblico; c’è una spiritualità, in quest’opera, che è commovente in modo sublime,
Ci hai rinvenuto qualcosa di quel femminino sacro di cui si dibatte da tempo?
Sinceramente? No… ma ho notato e apprezzato qualcosa di misterioso, di dolce e di vagamente femminile nel volto di Cristo che prima non avevo notato…
Anish Kapoor ha affermato che Leonardo “rimuove la pelle e guarda all’interno”: concordi? Anche tu hai cercato di vedere ed esprimere, goethianamente, “concetti che non si vedono con gli occhi”?
La seconda affermazione la sento più coerente; la prima mi fa pensare a una modalità espressionistica, o all’Alberto Giacometti, a Bacon… e più da… da patologo…
Ma Leonardo era abituato all’anatomia, a dissezionare i cadaveri per capire e disegnarne proporzioni e funzioni…
È verissimo, non hai torto; eppure c’è talmente tanta armonia estetica, nella pittura di Leonardo, che questa volontà di guardare all’interno – che, è vero, c’è – non l’associo con la pelle, con la carne, anche se ho capito cosa volava intendere Kapoor…
A proposito di Kapoor, e a precedenti illustri come Dalì e Warhol, più recenti come Greenaway e LaChapelle: realizzando questa tua opera hai mai pensato a quanto il cenacolo fosse un riferimento per altri, richiamato, citato etc. nelle arti, nella raffigurazione?
Sapevo e sentivo la responsabilità di entrare in un campo tanto sacro, e così battuto dalla Storia dell’Arte, quindi sì… e allo stesso tempo, ti dirò: no. Perché il Cenacolo è così elevato e sopra ogni tempo e cosa che l’unico più potente riferimento di cui mi sono dovuto preoccupare e occupare era il Cenacolo stesso…
La mostra a Milano, alla Sala delle Colonne delle Gallerie d’Italia era poderosa; a Viterbo si tratta di una versione più contenuta, ad hoc: come l’hai pensata?
Tutta la mostra, poderosa, dici bene, è attualmente in grosse casse, riposta con cura; l’opera più grande l’abbiamo donata all’associazione Cometa di Como ed è stata collocata nel refettorio dove mangiano i bambini di cui si occupa l’Associazione, quindi è un po’ come averlo ricondotto a casa, da Cenacolo a cenacolo…
A Viterbo abbiamo pensato, con Valentina Galimberti, mia figlia e gallerista di DaDA East (aperta a Milano e poi nel 2019 a Roma: n.d.R), di portare una articolazione nuova, fatta appositamente e ristampata in una edizione speciale.
Lo spazio viterbese è industriale e ti accoglie in una particolare sala circolare: porta inevitabilmente a una modificazione anche della percezione del pubblico di fronte alla tua opera… l’hai considerata? Come vorresti che ciò avvenisse?
Non amo che le mie foto siano allestite in maniera scenografica e per questa produzione in particolare apprezzo la dilatazione, che ci sia spazio, il silenzio, in modo che le persone possano rapportarsi con ogni singola opera, con i dettagli, pur nell’unità del progetto, nella sua completezza, per instaurare una relazione intima.
Ecco, forse è questo, più di tutto, che vorrei si creasse: un rapporto di intimità e fiducia adatto per guardare con attenzione e godere del lungo lavoro fatto ed esposto…
Info mostra: Tributo a Leonardo di Maurizio Galimberti
- A cura di Maria Elena Piferi ed Elisabetta Bernardinetti
- organizzata da Donna Olimpia APS
- Testo critico e intervista inedita a Maurizio Galimberti di Barbara Martusciello
- Inaugurazione alla presenza dell’artista: venerdì 24 settembre, ore 18.00
- Dal 25 settembre al 3 ottobre 2021, dalle 10.30 alle 20.30
- Auditorium di Unindustria, Via Faul 17 Viterbo
Con una Laurea in Storia dell'Arte, è Storica e Critica d’arte, curatrice di mostre, organizzatrice di eventi culturali, docente e professionista di settore con una spiccata propensione alla divulgazione tramite convegni, giornate di studio, master, articoli, mostre e Residenze, programmi culturali, l’insegnamento, video online e attraverso la presenza attiva su più media e i Social.
Ha scritto sui quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", sul settimanale culturale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente su altri quotidiani nonchè su periodici e webmagazine
Ha curato centinaia di mostre in musei, gallerie e spazi alternativi, redatto innumerevoli cataloghi d’arte e scritto saggi in altri libri e pubblicazioni: tutte attività che svolge tutt’ora. Ha fatto parte della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano e è stata Art Curator dell'area dell'Arte Visiva Contemporanea presso il MUSAP - Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara), per il quale ha curato alcune mostre al MACRO Roma e in altri spazi pubblici.
E' Presidente del CoAC_Commissione Arte e Cultura della nota fondazione no profit Retake Roma.
È cofondatrice di "art a part of cult(ure)” di cui è anche Caporedattore.














