Intervista a Giuseppe Marinelli De Marco: Pordenone Design Week come nuovo modello formativo, del progetto e culturale

A Pordenone, da una decina d’anni, è attivo un Corso Triennale in Industrial Design la cui conduzione e il cui coordinamento vengono affidati al prof. Giuseppe Marinelli De Marco, uno dei decani e prof. di Basic Design e Vicedirettore storico dell’ISIA di Roma (storico Istituto di Design del comparto AFAM del MIUR), struttura didattica alla quale si deve la creazione di questo indirizzo di studi del Friuli-Venezia Giulia (precisamente, nel 2011 l’ISIA di Roma firma una convenzione con il Consorzio Universitario di Pordenone, ente di Diritto Privato che nella città promuove e supporta tutto il sistema formativo universitario comprendente corsi di laurea triennali e magistrali, i master e i corsi di perfezionamento attivati dalle Università degli Studi di Udine e di Trieste, dall’Accademia ISIA Roma Design e dalla Fondazione ITS Kennedy).

Importante e non così scontato, è stato il confronto con le tante realtà locali (istituzioni, enti, industrie etc.) che Marinelli De Marco ha subito tentato, con non poche difficoltà anche e soprattutto a causa della forte crisi che ha colpito il nostro Paese nel 2008 penalizzando moltissimo anche l’imprenditoria. Come ci chiarisce Marinelli De Marco:

Esistono molti modi per uscire da una crisi e le associazioni industriali facevano sicuramente una positiva attività al riguardo. Ma noi eravamo molto determinati a segnalare a tutta la città che conta, l’importanza strategica di praticare la via della collaborazione sinergica fra le due culture protagoniste di una civiltà industriale: il fare e il pensare; la sintesi sta nel progettare assieme. Ebbene: a noi sembrava la strada maestra.”

Questi sono i prodromi della prima edizione della Settimana del Progetto (la Design Week), un’iniziativa molto efficace e originale perché fortemente impostata sulla collaborazione diretta fra la scuola e le aziende (e istituzioni) impostata su una serie di workshop e quindi su attività progettuali pro bono su temi dettati dalle aziende stesse e/o dalle istituzioni cittadine.

Il coinvolgimento dell’Isia di Pordenone è generale e totale e questo grande lavoro porta a un enorme successo sia presso i diretti interessati che presso tutti gli osservatori.

Stampiamo anche un piccolo magazine con l’aiuto del Comune!

Da quel momento la Design Week si ripete ogni anno guadagnando un credito costante e crescente, diventando così un appuntamento stabile nella vita cittadina e successivamente regionale. Il Consorzio Universitario di Pordenone diventa progressivamente il vero motore organizzativo e amministrativo della manifestazione oltre che a sua volta promotore e garante dei rapporti col territorio. Siamo arrivati a questo 2021 e a un nuovo momento di profonda crisi sanitaria, economica, psicologica e culturale.

Chiediamo a Marinelli De Marco come nasca questa iniziativa e come si caratterizza in questo delicatissimo frangente storico la PDW 2021:

“L’idea della PDW Pordenone Design Week nasce, in uno scenario di crisi industriale del territorio di Pn, dalla volontà di:
1) reagire alla crisi in cui versava tutta la città, ed alla depressione conseguente;
2) contestare qualunque antidoto alla crisi stessa che escludesse la cultura del progetto dalle soluzioni;
3) dare vita ad una esperienza di Resilienza Creativa verso una situazione cittadina di crisi globale attraverso una filosofia culturale interdisciplinare;
4) proporre qualcosa di inedito: un evento di design dalle caratteristiche collaborative, che potesse aiutare, ovviamente per la propria parte, un tessuto industriale a risollevarsi, e su questo abbiamo dalla nostra il consenso di tutti gli organi direttivi dell’ISIA che giudicarono l’idea come atto esemplare nella società di oggi.

Una scuola di design ben reputata ma nuova del posto, dichiarando la propria disponibilità a collaborare pro bono, si candidava a coprire un ruolo di moral suasion assumendosi la responsabilità non banale di dare una risposta efficace presso tutto un territorio industriale in depressione e pesante calo di ordini, offrendo il proprio know-how (oltretutto anch’esso in pieno fermento).”

Come avviene la collaborazione con e fra tutti gli attori di questa iniziativa?

“Nei mesi precedenti l’evento, il coordinatore, grazie ad una intensa attività relazionale, contatta le aziende che manifestano un interesse. Dopo una serie di incontri, ne seleziona una decina in qualità di imprese partecipanti, quindi sollecita l’azienda selezionata a formulare un brief onde sottoporlo al project manager a lei assegnato.

Ecco quindi che allo scoccare dell’ora x, il gruppo inizia a lavorare sul problema dell’azienda con cognizione di causa per 8 ore al dì per 5 giorni lavorativi, dal lunedì al venerdì. In quella settimana la didattica corrente dell’ISIA si ferma, e una dozzina circa di gruppi si mettono al lavoro.

Sono gruppi formati da studenti di tutti e tre gli anni di corso guidati da project leader che sono professionisti esperti e coadiuvati da bravissimi tutor che sono o giovani docenti o laureati biennali.

Va detto ancora che accanto ai gruppi di lavoro (WP) di prodotto per le aziende, abbiamo istituito dei WP di scenario su tematiche globali come l’alimentazione e lo spreco, durato anni, o il problema delle abitazioni.

NB: ai nostri ragazzi si aggiungono anche altri studenti di università di design straniere che ospitiamo ogni anno a nostre spese da tutto il mondo (ad es negli anni abbiamo avuto: USA, Giappone 2 volte, Brasile, Israele, Polonia, Francia, Serbia, Lituania), Partecipano anche delle rappresentanze di studenti degli Ist. Tecnici del territorio. Abbiamo così circa trecento persone coinvolte direttamente, più quelle coinvolte in modo indiretto.”

Come è finanziato tutto ciò?

“Inizialmente la Pordenone Design Week per le aziende era completamente gratuita: i costi di gestione, aule elettricità pulizia, venivano offerti dal consorzio a cui va un plauso infinito, che aderiva alla iniziativa pur assolutamente non programmata né prevista in convenzione, e i costi delle risorse umane ISIA erano compresi nella didattica; in altri termini: i docenti accettavano di operare gratuitamente per una giusta causa sociale.

Mentre nelle edizioni iniziali i costi erano tutto sommato abbastanza contenuti, dopo qualche anno la cosa si rivelò economicamente ingestibile e l’organizzazione ha dovuto inserire un gettone di duemila euro da corrispondere da parte di tutte le aziende partecipanti. In tal modo, con una cifra decisamente modesta, e sociale, ovvero che tutte le aziende potevano permettersi senza esclusione alcuna, tutte potevano accedere ai tanti servizi che la PDW offriva.

Successivamente, con il crescere dei workshop e delle iniziative a lato dei workshop, si è reso necessario il ricorso a sponsor privati e poi la partecipazione a bandi di progetti regionale e comunali. Attualmente vive sia dei gettoni aziendali che di un progetto regionale vinto.”

Come si configura il rapporto con il territorio, qual è la Mission?

“Il rapporto col territorio è assimilabile ad una manifestazione di Social Innovation; la Pordenone Design Week è un evento culturale centrato sulla collaborazione diretta fra il mondo della Formazione e della Produzione ed è ispirato al principio etico di sostenere i territori in cui le università sono ospitate, nella fattispecie parliamo del Territorio pordenonese in evidente stato di crisi.

A livello internazionale si chiamano Collaborative University (vedi, ad es.: www.nesta.org.uk, challenge-driven university). Lo scopo di questo movimento è di far crescere, in conoscenza ed esperienza attraverso la cultura, in questo caso il design, quella parte di territorio in cui la scuola si era appena insediata e di cui ne stava iniziando a formare la futura classe professionale attraverso un corso triennale.

Al tempo stesso gli studenti avrebbero potuto compiere un’esperienza unica al mondo impegnandosi nella soluzione di problemi importanti, un credito di fiducia notevole a cui bisognava rispondere a modo.

Ultimo ma non ultimo: un pezzo cruciale della nostra mission è di segnalare alle moltissime aziende italiane che (ancora nel 2020) non hanno capito il valore della cultura del design, di ricredersi e di entrare in questo mondo che poi infine è fatto per loro, e di segnalare alle aziende che invece il design lo conoscono bene ma che snobbano il potere della Formazione, ebbene che il format azienda più archistar sta cedendo penosamente sotto i colpi di una società che cambia troppo velocemente anche per un archistar e che dovrebbero riconsiderare con attenzione il significato profondo di appoggiarsi a degli Istituti di ricerca e di esperienza: la società dello spettacolo è finita da tempo sotto i colpi di emergenze climatiche abitative occupazionali alimentari e digitali.”

Quindi più scopi…

“Sì:
scopo 1: più occupazione per i giovani laureati;
scopo 2; più mentalità innovativa per le imprese;
scopo 3:
più rigenerazione culturale per la città;
scopo 4: produzione di empowerment nella direzione di un sistema-paese degno di questo nome che metta arte-scienza-cultura-e società, al centro.”

Quindi tutto pervade progressivamente la città…

“Sì, con iniziative di alto profilo culturale quali convegni e conferenze e le lezioni di design nei negozi del centro cittadino, al fine di creare dialogo e scambio sul tema del cambiamento e il ruolo del design come fatto socialmente ed economicamente rilevante.

Gli scopi sono realizzati tutti e tre ovviamente in modo e a misura delle dimensioni dell’ISIA che, si sa, sono modeste ma è il principio che conta!

Ogni anno qualche ragazzo è assunto da qualche azienda coinvolta nella manifestazione che per loro stessa ammissione sono rimaste stupite dal valore e dalla profondità che il design può introdurre in una impresa.

Ogni anno gli studenti vanno a fare lo stage previsto dal PdS nell’azienda del proprio WP e puntualmente quella lo assume: Scopo raggiunto!”

Cosa si pensa che tutto questo possa portare nella visione di uno specifico relativo al design? Mi riferisco sia relativamente 1)  alla formazione, sia 2) anche alla città…

“Grazie per questa domanda. È una domanda comunque piuttosto complessa che richiede una risposta motivata e ben articolata.

La prima risposta sarebbe che pensando ad un territorio così sofferente, la PDW si offre di aiutare, ma in realtà la sua vera mission punta a ben altro, e cioè si candida per costruire una cosa che crisi o non crisi, serve come il pane: un Ecosistema Culturale in Movimento che vuole superare l’analisi e le soluzioni di una situazione problematica (Problem Solving), oggi impossibile, e il paradigma della Forma-Funzione oggi datato.

Nei fatti la PDW esprime pienamente un approccio sistemico al design come teatro dinamico-evolutivo delle problematiche sociali.

Il sapere la scienza, l’arte la progettazione, la fabbrica, tutto è sottoposto a delle revisioni procedurali fortissime, e velocissime, spesso impietose.

In ossequio alla trasformazione conclamata delle nostre società industriali in entità postindustriali complesse, tutto diventa fortemente incerto e instabile ed è oggetto di rinegoziazione e cambiamento, e come ciclicamente accade nella vita, buona parte della popolazione sotto questi frangenti, viene a trovarsi nei guai. Serve avere un ecosistema culturale e serve averlo ora, subito.

Dall’aria che tirava ci sembrava che nessun momento sarebbe stato storicamente migliore di quello per avviare un esperimento industriale e sociale di quella portata e che oggettivamente comportava grandi responsabilità nel metterci la faccia in modo così diretto.

Abbiamo pensato che una iniezione di energie positive, pensieri, discorsi, idee e di nuovi ragionamenti creativi e metodologici fosse – non la sola ma – sicuramente una ricetta giusta per un sistema in pieno deficit innovativo, e il design si è rivelato uno strumento formidabile per capire veramente quali processi fossero legati al futuro e quali no.

Oltre a ciò, non si può negare che la relazione fra la sfera del pensiero e quella del fare per via della influenza della filosofia crociana in Italia è sempre stata molto difficile, raramente vista come un valore da perseguire o come scopo vero; ricordo, però come nel Bauhaus i laboratori del ferro, del tessile e del legno erano nella visione di Walter Gropius altrettanto importanti delle lezioni teoriche di Paul Klee e dei pittori espressionisti o di maestri funzionalisti come Hannes Meyer!

Gropius aveva capito il potere travolgente del nuovo paradigma razionalista moderno che immetteva automaticamente una energia a forte impatto concettuale, a condizione che la formazione del Bauhaus si fosse mossa come sistema e non come singolarità, vuoi artistica vuoi ingegneristica. La differenza sta nell’agire come singole perle ma con la coscienza di essere collana…

La perla può anche perdere ma la collana vince sempre. Come la Saussuriana differenza fra Langue e Parole… la Parole è il singolo workshop mentre la Langue è la Design Week che contiene il paradigma sistemico del Linguaggio: nel nostro caso, quello della complessità.”

PDW come alternativa formativa e culturale?

“Molto presto ci era diventato chiaro cosa stava succedendo: sì, proprio un tentativo di abbozzare non dico un nuovo modello di università, ma sicuramente la creazione dei pezzi di un’importante novità didattica: interattiva e interdisciplinare!

Edizione dopo edizione si capiva che la consapevolezza del nuovo paradigma scientifico che orientava la PDW rendeva storicamente legittime e autorevoli delle esperienze cosiddette fuori le righe in quanto la proposta era in linea con il nuovo paradigma dei tempi che vedeva il passaggio dal formale all’informale e viceversa proprio come l’esperienza di Wikipedia. Alcuni pensieri di Derrick De Kerckhove sono stati illuminanti al riguardo.

In breve, la narrazione retrostante era che una scuola di design, una volta provatane la serietà e la storicità, fosse già in possesso di tutti i requisiti di sistema per rispondere agli stati di crisi.

In altri termini dal prodotto allo scenario al servizio e alla grafica allo Story Telling possiamo considerare la scuola come un attante di Greimas, una sorta di nodo profondo dell’organizzazione narrativa, collegato all’idea che il modo in cui l’essere umano è in grado di “produrre senso” si strutturi in forma essenzialmente narrativa.

La narrazione di fondo era che l’idea stessa che la design week esistesse, generava il senso dei singoli workshop. Non è facile lo capisco ma una controprova sta nel fatto che in circa 3 giorni e mezzo reali di lavoro abbiamo ottenuto progetti incredibilmente ampi definiti, completi e molto ben disegnati per cui in genere serve un mese. Come è possibile tutto ciò?”

Quindi… ad esempio, in Italia…

“In Italia esistono numerose Design Week, da quella famosa di Milano a Catania a Firenze a Napoli…”

Anche a Roma…

“Alcune esibiscono rispettabilissimi eventi ricchi di seminari convegni e spettacoli, altre meno, altre che non onorano la categoria sono puramente nominali. Non sta certo lì la novità, in quel format…”

La vostra novità è articolata, ambiziosa, movimentista… 

“Questa PDW sposta l’asse motivazionale dal tradizionale talento del designer, dalle novità dei prodotti degli show room alle criticità di una città, dalla celebrazione della creatività professionale alla registrazione di una crisi totale nel mondo del design e alla conseguente voglia di misurarsi con i problemi sollevati dalla crisi stessa.

Dunque una DW motivante e militante, cosa che non impedisce di far fiorire percorsi importanti nella ricerca formale, come nei comportamenti degli utenti.

Noi pensiamo che a fronte dell’inquietante tasso di disoccupazione giovanile, i cambiamenti in atto ci chiedono una presa di coscienza profonda di quanto sta accadendo, di smetterla di chiamarsi fuori e percepire se stessi sempre e solo come vittime di un sistema sordo al proprio talento.

Una sana autocritica è il primo importante indizio di non subire il cambiamento ma di produrlo, e la PDW è già un piccolo grande segnale in questa direzione.”

La difficoltà del momento storico sono evidenti, come avete vissuto il lockdown e come pensate di uscirne?

“Come tutti, siamo stati presi da un certo sgomento, ma abbiamo reagito con coraggio, certo la pressione era enorme.

Seguendo un incoraggiamento della regione FVG abbiamo preso delle decisioni di fare comunque qualcosa on line, e quindi confrontatomi con la mia Direzione ISIA che ha anzi che ha addirittura rilanciato con entusiasmo, e che pubblicamente ringrazio, ci siamo tappati il naso e buttati in acqua elettronica e abbiamo dato vita al più grande esperimento virtuale del nostro tempo, che si sappia, ossia abbiamo prodotto e gestito dieci, ripeto dieci, workshop progettuali on line con tanto di azienda committente e gruppo di lavoro sparsi su tutto il territorio nazionale fra Roma, Venezia, Pordenone, il FVG, Milano, il Veneto, e anche internazionale poiché la casa madre dell’Electrolux sta in Svezia.

A giudicare dai risultati e dai commenti delle imprese è stato un successo inatteso che ha lasciato tutti sorpresi ed entusiasti tanto da dire che la scelta di fare dei WP online non è più una opzione B ma una opzione e basta.

Quest’anno replichiamo lo stesso schema, siamo meno spaventati ma non si può negare che comunque resta sempre una quota reale di trepidazione anche per le difficoltà tecnologiche della comunicazione a distanza che oggi, per ovvii motivi, vivono una specie di alba tecnologica.

Più di questo ci è impossibile oggi prevedere e progettare navighiamo a vista come tutti. Diciamo solo che il coraggio non ci manca anche se la pressione resta sempre notevole. Abbiamo capito che si può studiare, lavorare e vivere a distanza (e da remoto)… ma… non è una bella vita!”.

Barbara Martusciello

Barbara Martusciello

Con una Laurea in Storia dell'Arte, è Storica e Critica d’arte, curatrice di mostre, organizzatrice di eventi culturali, docente e professionista di settore con una spiccata propensione alla divulgazione tramite convegni, giornate di studio, master, articoli, mostre e Residenze, direzioni di programmi culturali, l’insegnamento, video online e attraverso la presenza attiva su più media e i Social. Ha scritto sui quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", il settimanale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente su altri quotidiani ("Il Manifesto", "Gli Altri"), su periodici e webmagazine; ha curato centinaia di mostre in musei, gallerie e spazi alternativi, occupandosi, già negli anni Novanta, di contaminazione linguistica, di Arte e artisti protagonisti della sperimentazione anni Sessanta a Roma, di Street Art, di Fotografia, di artisti emergenti e di produzione meno mainstream. Ha redatto e scritto centinaia di cataloghi d’arte e saggi in altri libri e pubblicazioni: tutte attività che svolge tutt’ora. E' stato membro della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per conto della Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano e Art Curator dell'area dell'Arte Visiva Contemporanea presso il MUSAP - Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara), per il quale ha curato alcune mostre al MACRO Roma e in altri spazi pubblici (2017 e 2018). È cofondatrice di AntiVirus Gallery, archivio fotografico e laboratorio di idee e di progetti afferente al rapporto tra Territorio e Fotografia dal respiro internazionale e in continuo aggiornamento ed è cofondatrice di "art a part of cult(ure)” di cui è anche Caporedattore.

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