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Robert Capa. L’Opera 1932-1954 a Milano. La narrazione fotografica dell’iconico reporter temerario

Robert Capa. L’Opera 1932-1954 è una retrospettiva in corso fino al 13 ottobre 2024 al Museo Diocesano di Milano, sul grande fotografo ungherese naturalizzato statunitense sviluppata attraverso 9 sezioni tematiche.

Fotografie degli esordi, 1932–1935; La speranza di una società più giusta, 1936; Spagna: l’impegno civile, 1936–1939; La Cina sotto il fuoco del Giappone, 1938; A fianco dei soldati americani, 1943–1945; Verso una pace ritrovata, 1944–1954; Viaggi a est, 1947–1948; Israele terra promessa, 1948–1950; Ritorno in Asia: una guerra che non è la sua, 1954, e dunque, fino alla sua morte improvvisa e prematura su un campo di battaglia.

La mostra ci racconta quindi Capa seguendo la sua articolata parabola umana e professionale: nato Endre Ernő Friedmann a Budapest nel 1913, deve allontanarsi giovanissimo da casa perché coinvolto nelle proteste contro il governo di estrema destra, militando poi nel Partito Comunista. Vuole fare lo scrittore ma a Berlino inizia a fotografare.

In mostra c’è tantissimo: dai reportage pubblicati su giornali e riviste tra cui l’autorevole “Life”, ma anche il lavoro più mondano, forse meno noto al grande pubblico.

Lo seguiamo dalla fuga dal nazismo da Berlino a Parigi, dove conosce André Kertész, David “Chim” Seymour, Henri Cartier-Bresson, Gerda Taro, la “ragazza con la Leica” che diverrà sua compagna e che morirà giovanissima al fronte.

Nella Capitale francese immortala nel 1938 il Tour de France e gli spettatori, nonché, più avanti, mentre era in missione nel sud della Francia, tra gli altri, Matisse e Picasso: sue le foto estive in Costa Azzurra nel ‘48 di Picasso con il figlio piccolo Claude, a Golfe Juan in Francia, quelle dell’artista sotto un ombrellino al sole in spiaggia con il nipote e Francoise Gilot (l’unica donna che lasciò quel satrapo di Picasso).

Ci sono gli scatti sulla guerra civile spagnola (36-‘39) che lo rese popolarissimo anche per l’iconica – e controversa – fotografia del miliziano colpito a morte da un franchista.

C’è il materiale sulla seconda guerra sino-giapponese (la seguì nel ‘38) e sulla seconda guerra mondiale (‘41-‘45).

Qui restituì testimonianze memorabili: della campagna degli alleati in Nordafrica, della liberazione della Sicilia, su Parigi distrutta dai bombardamenti nemici e la Germania sconfitta; e c’è l’incredibile viaggio con i soldati dello sbarco in Normandia, con le istantanee della temeraria, drammatica e vittoriosa operazione militare sulla Omaha Beach, a Colleville-sur-Mer (oggi c’è il grande cimitero americano con la sepoltura dei soldati ivi periti): immagini fortissime, talvolta tecnicamente imprecise – fuori fuoco, mosse etc. – per via dell’impeto e della pericolosità del momento, e di un… incidente in fase di sviluppo.

Questa storia merita qui il racconto: Capa rese oltre cento foto della campagna in Normandia, riuscendo a inviarle a Londra, nella sede di “Life”, all’amico e photo editor John Morris.

Tutto fu incautamente (ma l’esclusiva necessitava l’urgenza) affidato a un giovane assistente con l’incarico dello sviluppo; ebbene: fatalmente, il ragazzo saltò un passaggio per l’asciugatura e 3 rullini su 4 furono completamente deteriorati. Di quel lavoro incredibile sopravvissero solo 11 immagini, le uniche a documentare il qui e ora del giorno preciso dello sbarco.

Non solo queste Magnificent Eleven, ma tutta la produzione di Robert Capa ha originato uno stile, quello della narrazione fotografica nel pieno agone dell’azione e della partecipazione diretta all’accadimento bellico.

Dichiarerà, a tal proposito:

“La forma è importante ma è essenziale che non comprometta la riuscita della storia che stai raccontando.”

Ma soprattutto:

“Se le vostre foto non sono abbastanza buone, non siete abbastanza vicino.”

Possiamo considerare questa frase un po’ il suo testamento fotografico, ma anche etico e in qualche modo affettivo-stilistico.

In effetti, dirà bene l’amico John Steinbeck:

“La fotografia (…) come una penna, è potente come la persona che la usa. Può essere l’estensione della mente e del cuore.”

Quando non segue le truppe sa anche divertirsi, frequentare il bel mondo e amare di nuovo: dal ‘45 al ‘47, Ingrid Bergman sposatissima; seguendola, fotografa anche Hollywood e set (di Hitchcock: Notorius; di Milestones: Arco di Trionfo; e anche di John Huston e Howard Hawks, diventati suoi amici).

Ripartito, fa un viaggio in Unione Sovietica con l’amico scrittore John Steinbeck: i due realizzeranno un  Diario russo descrivendo la quotidianità a Mosca, Kiev, Stalingrado e in Georgia: Il “New York Times” recensì questo come un lavoro “magnifico”.

Nel 1948 è di nuovo in Italia e torna sui set: di Riso Amaro, dove fotografa anche la Mangano e si lega a Doris Dowling; poi a Cinecittà, per il film La carrozza d’oro con la Magnani, e a Ravello, collaborando con Truman Capote per i dialoghi di Il tesoro dell’Africa (Beat the Devil), 1953, diretto da John Huston, con Gina Lollobrigida al suo debutto hollywoodiano, e con la star Humphrey Bogart, che, mentre la Bergman li aveva raggiunti in visita sul set, lo aiuterà a eternare Ava Gardner impegnata ne La contessa scalza; non tralascia, in Inghilterra, il dietro-le-quinte di Moulin Rouge pure di Huston.

Ma è il fotoreportage di guerra che continua ad essere la sua mission, pur se aveva saggiamente ammesso:

“Come fotografo di guerra spero di rimanere disoccupato per il resto della mia vita.”

Nel 1947 aveva fondato a New York, con Cartier-Bresson, Seymour, George Rodger e William Vandivert la cooperativa Magnum, un’innovazione nel settore proprio perché dava agli autori lo scettro del comando, senza altri intermediari d’agenzia.

L’anno dopo seguirà la guerra arabo-israeliana (in Israele tornerà più volte fino al ’50) e poi la prima guerra d’Indocina (‘54). 

“Il corrispondente di guerra ha il suo gioco – la sua vita – nelle sue mani, e lui può metterla su questo o quel cavallo, oppure può metterla in tasca all’ultimo minuto.”

Così sostenne una volta Capa, che purtroppo non la mise in tasca, la sua vita ma su una mina: nella provincia di Thai Binh, in Vietnam, il 25 maggio 1954, a soli 41 anni, mentre stava coprendo il conflitto nel sud-est asiatico per “Life”.

Affermò Henri Cartier-Bresson:

“Per me, Capa indossava l’abito di luce di un grande torero, ma non uccideva; da bravo giocatore, combatteva generosamente per se stesso e per gli altri in un turbine. La sorte ha voluto che fosse colpito all’apice della sua gloria”.

Attestò a sua volta John Morris:

“Ha lasciato dietro di sé un thermos di cognac, alcuni bei vestiti, un mondo in lutto e le sue foto, tra cui alcuni dei più grandi momenti registrati della storia moderna.”

Info mostra Robert Capa. L’Opera 1232-1954

  • Fino al 13 ottobre 2024
  • Milano, Museo Diocesano Carlo Maria Martini – Piazza Sant’Eustorgio 3, Milano
  • Orari: martedì – domenica, ore 10.00-18.00 – Ultimo ingresso ore 17.30 – lunedì chiuso; ingresso diurno (martedì – domenica, ore 10.00-18.00) + ingresso serale; ingresso serale: lunedì / domenica, ore 17.30-22.30 (da Corso di Porta Ticinese, 95)
  • Biglietti: www.chiostrisanteustorgio.it
  • contatti: T +39 02 89420019; www.chiostrisanteustorgio.it
  • Catalogo: Silvana Editoriale

 

immagine per barbara martusciello
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Con una Laurea in Storia dell'Arte, è Storica e Critica d’arte, curatrice di mostre, organizzatrice di eventi culturali, docente e professionista di settore con una spiccata propensione alla divulgazione tramite convegni, giornate di studio, master, articoli, mostre e Residenze, programmi culturali, l’insegnamento, video online e attraverso la presenza attiva su più media e i Social.
Ha scritto sui quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", sul settimanale culturale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente su altri quotidiani nonchè su periodici e webmagazine
Ha curato centinaia di mostre in musei, gallerie e spazi alternativi, redatto innumerevoli cataloghi d’arte e scritto saggi in altri libri e pubblicazioni: tutte attività che svolge tutt’ora. Ha fatto parte della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano e è stata Art Curator dell'area dell'Arte Visiva Contemporanea presso il MUSAP - Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara), per il quale ha curato alcune mostre al MACRO Roma e in altri spazi pubblici.
E' Presidente del CoAC_Commissione Arte e Cultura della nota fondazione no profit Retake Roma.
È cofondatrice di "art a part of cult(ure)” di cui è anche Caporedattore.

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