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Fausto Delle Chiaie. Chi era davvero l’artista on the road di Piazza Augusto Imperatore a Roma

di Barbara Martusciello

“Il Museo chiude quando l’artista è stanco”: questa frase, più volte espressa e disegnata da Fausto Delle Chiaie (Roma: 23 gennaio 1944 – 4 luglio 2026), rappresenta molto di quel che è stata la filosofia di vita e creativa di questo artista sui generis.

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Fausto Delle Chiaie, dal Docu ll museo chiude quando l’autore è stanco, di Paolo Buatti
immagine per Fotoritratto di Fausto Delle Chiaie by Stefano Carsetti Esposito
Fotoritratto di Fausto Delle Chiaie by Stefano Carsetti Esposito

“Il Museo” al quale si riferiva Delle Chiaie lo aveva creato lui: era luogo e concetto democratico, inclusivo, metamorfico, antimonumentale, a ingresso gratuito e in strada, nel Centro Storico di Roma.

Trasteverino, nato a Roma nel 1944, in vicolo del Leopardo, si avvicina all’arte affascinato dai disegni di suo cugino e poi con studi alla Scuola libera del nudo all’interno dell’Accademia di Belle Arti di Via Ripetta.

La sua formazione ha poi risentito delle Avanguardie e della sperimentazione evidentemente sia d’ambito concettuale, ambientale e perfortmativo, sia di coinvolgimento diretto del pubblico, anche più genericamente streetartistico.

Pertinentemente a questo legame, nell’Enciclopedia Treccani si trova un riferimento a Delle Chiaie descritto come fenomeno isolato di street art ante litteram a Roma (con Giuseppe Boresta) e caso limite in una ricostruzione delle (sue) origini.

Del resto, la Capitale ha rappresentato un precedente importante in questo scenario: sia con la mostra di Fab 5 Freddy e Lee Quinones nel 1979 alla galleria La Medusa di via del Babuino 124, sia con la pionieristica Arte di Frontiera. New York Graffiti, collettiva itinerante ideata da Francesca Alinovi con opere di Jean-Michel Basquiat, Keith Haring, A One, James Brown, Ronnie Cutrone, Futura 2000, Jenny Holzer, Crash, Daze, Rammellzee, inaugurata (postuma), dopo le tappe di Bologna e di Milano, al Palazzo Esposizioni l’11 settembre 1984, con un imponente intervento esterno di Haring (di cui ci resta ampia, preziosa documentazione fotografica di Stefano Fontebasso De Martino).

Lo stesso Delle Chiaie mi confermò, nel ’93, in una conversazione-intervista[1], l’impatto ricevuto proprio dal lavoro di Haring in città, soprattutto quello sulle pareti trasparenti di Ponte Pietro Nenni nel tratto scoperto della Metro A tra Flaminio e Lepanto (tutto poi cancellato e scomparso).

Gli piacque perché aderiva alla sua idea di rebel art disarmata (Fausto era un Pacifista), di un’arte a sorpresa nello spazio collettivo, che tramutava in modo naturale i passanti in fruitori, e senza dover pagare un biglietto.

Si infiltrava, Fausto, portando la sua arte sempre con sé: come quando, in alcuni viaggi internazionali – a Bruxelles tra il 1982 e il 1984, a Limerick (Irlanda) nel 1994, ad Anversa nel 1993, quasi sempre in occasione di sue mostre e performance – con la scusa di una visita a qualche grande Museo, vi disponeva di soppiatto qualche sua piccola opera che aveva nascosto dentro il cappotto, una volta persino sotto un cappello, per abbandonarla al suo destino, certo che avrebbe destato curiosità, emozione e non solo provocato scandalo. Ciò assai prima di Banksy.

Su questi postulati nacque il suo Manifesto Infra-azionista (1986), titolazione giocata sul binomio Azione / Infrazione, dato che le sue installazioni non chiedevano permesso (in teoria, cioè, occupavano illecitamente una zona comune e avrebbero necessitato di richieste specifiche per stare lì).

Similmente, seguirono nel 1987 tante esposizioni diffuse, all’aria aperta, sulla Salita del Pincio, dove era facile incontralo mentre faceva e mostrava piccoli lavori lasciati su muretti e marciapiedi ma sempre con la sua presenza fondamentale per instaurare un rapporto con le persone, secondo una modalità anche performativa e di quella che si sarebbe poi chiamata Arte Pubblica.

Lo soddisfaceva questa immediatezza e il rapporto diretto, spontaneo con le persone, anche quando le sue piccole opere venivano prese e sparivano chissà dove.  Mi disse più di una volta, e più dettagliatamente in una conversazione-intervista (cit.):

“Sai, è bello sapere che i miei lavori, come frammenti sparsi, vagabondano, cioè vanno nelle case, che io non so, non conoscono, ma sono dappertutto… e diventano essi stessi itineranti, come me…!”

Le sue opere spesso quindi viaggiavano, ma nascevano in quel luogo, o a Galleria Sciarra e poi davanti all’Ara Pacis in Piazza Augusto Imperatore, che diverrà il suo punto fisso di stazionamento espositivo, d’azione e quasi d’adozione fino alla fine:

 “io lo presidio e lo curo, lo custodisco… L’Arte lo fa…”.

Scherzando, asseriva di essere diventato parte del curriculum vitae dell’Imperatore Augusto…

Quanto ha amato quell’agorà, Fausto Delle Chiaie, e quanto gli habitué hanno amato lui: studenti del limitrofo Liceo Artistico e quelli dell’Accademia, gente che lavorava lì vicino, affezionati allo struscio nei negozi intorno, frequentatori delle Gallerie del Tridente capitolino, persino i netturbini e qualche vigile…

La costante dei suoi piccoli capolavori era l’idea che li sostanziava – Fausto Delle Chaie era autore concettuale, popolare ma non Pop – e le materie con cui li realizzava: scarti e oggetti trovati.

Sassi, mozziconi, foglie, lattine, bottigliette d’acqua, tappi, cose rotte, perdute, erano da lui riabilitate, più o meno riassemblate, sempre ricontestualizzate; e inglobava anche macchie, buchi sul selciato, gli aloni di bagnato lasciati della pioggia dopo un acquazzone; importanti erano i suoi inserimenti di scritte e disegni con gessetti, di cartelli con giochi di parole, nonsense, rebus.

Vi aggiungeva anche piccoli schizzi e pitture; e didascalie su cartoncini – “Non disturbare”, o “Opera a riposo”, anche in lingua inglese – che posizionava accanto ai turisti seduti, trasformati, quindi, in parte dell’installazione, “sculture viventi”…

Se chi passava non lo notava subito, Fausto fischiava e voilà, l’opera diventava lui stesso, e si animava. In un corto datato 1993, reso con “la telecamera VHS (…) con microfono incorporato”, di Federico Bonadonna (fruibile su Facebook qui) si vede l’artista con un credibile cartellino sul bavero della giacca mentre spiega precisamente ogni sua opera, ordinata sulle basi del muretto di delimitazione del Mausoleo di Augusto, allora circondato dal passaggio delle auto.

Mostra un album di foto scattate da lui nelle sue derive urbane nel Centro Storico; raccoglie materiali per le sue installazioni; narra di un’opera nata – dice – “in collaborazione” con chi gli ha quasi certamente lasciato un quadernetto con copertina nera e la scritta “Collezione TUFF” che, per la cronaca, è stato un misterioso (e restato tale) graffitaro e taggarolo romano anni ’90 (un documento raro, in questo video), segno di un’affinità tra guerriglia semiologica (Umberto Eco docet) e la sua guerriglia outsider concettualistica.

In altre parti di questo pregiato girato vediamo Fausto eseguire una performance in diretta, come d’abitudine… Specificamente, quel lavoro prevedeva l’uso della sua persona, del suo corpo, immobile, mentre, contestualmente, era raffigurato in una stessa immagine di sé incorniciata in un portafoto: un raffinato gioco impostato sul concetto di doppio, di ritratto e autoritratto, di Doppelgänger, di vero e verosimile, realtà e finzione che nei secoli ha impegnato moltissimi artisti ed anche afferente a un investigazione intorno allo specifico fotografico.

Scrive Bonadonna: “L’audio è pessimo, le immagini sgranate” ma sono per noi preziosissime. “Fausto racconta il suo lavoro. Qui siamo all’ottava edizione del suo museo a cielo aperto”. Intorno, i passanti, scolaresche in viaggio in Italia e qualche turista…

Fausto Delle Chiaie diceva di amare la gente perché lo incuriosiva e perché i suoi piccoli lavori erano fatti anche dei suoi tanti incontri casuali, e lo diceva spesso:

“La Cultura è sempre una somma… ed è un riassunto che fai della tua vita…”.

Per lui l’arte era davvero un atto quotidiano. Un po’ Art Brut, un po’ richiami a Duchamp – alla sua ironia, ai Ready Made e a quelli rettificati – e a Piero Manzoni, la sua ricerca è stata un riuscito miscuglio di militanza creativa, poetica visionaria, irrisione linguistica, funambolico lirismo, ingenuità naϊf solo in apparenza – dato che Fausto era colto e sempre molto consapevole – e nutrita dal rigore di scelte difficili, faticose ed esemplari.

Il Sistema dell’Arte, la struttura di quel mondo, del quale era perfettamente informato, non lo hanno mai del tutto convinto, preferendogli una totale autonomia, un’esuberanza espressiva lontana dal mainstream e una posizione anarchica e controculturale che lo hanno reso un caso unico nel panorama di settore.

La sua mostra più ufficiale a Roma, tra artisti storici e più giovani emergenti, quindi in una situazione lontana dall’on the road (seppure in un contesto assai indipendente) fu nel 1993, al romano Caffè Latino nella kermesse Arte Fuori Circuito (ormai attestata come una storica e seminale iniziativa espositiva.

immagine per bozza preparatoria locandina Arte Fuori Circuito, Caffè Latino Roma, 1993
bozza preparatoria locandina Arte Fuori Circuito, Caffè Latino Roma, 1993

Quando lo invitai (ne resta anche una breve intervista, frasi, affermazioni illuminanti, alcune qui cit.), ne fu contento però volle collocarsi all’esterno, realizzando dei cartoncini con disegnini a guisa di segnaposto, poggiati sui tavolini, a portar via. Una scelta, questa, da par suo: coerente e generosa.

Poi la scoperta della sua produzione e poetica fu facilitata da più mostre fatte, anche istituzionali, da libri su di lui, tesi di laurea, una pagina di Wikipedia, una citazione dalla Treccani, un inserimento – se così si può dire – persino nel Fashion quando la stilista Rossella Jardini, ex direttrice creativa di Moschino, in una linea con il suo nome, nella capsule primavera-estate 2017, ha usato riproduzioni di opere di Fausto Delle Chiaie in alcuni abiti: opere d’arte indossabili e camminanti

Soprattutto, dobbiamo una sua conoscenza non solo locale ma più a vasta scala ad alcuni pregevoli documentari: nel 2013 ci fu l’intenso Il museo chiude quando l’autore è stanco di Paolo Buatti (con la collaborazione di Luca Marino), selezionato meritatamente per lo Short Film Corner del Festival di Cannes e poi incluso nel Catalogue du Court dello stesso Festival.

In questo prezioso contributo in cui Fausto si mostra al lavoro, nel suo luogo prescelto, e racconta la sua creatività, mi ha colpita una sua frase, che rende bene l’idea della sua fine conoscenza dell’Arte e dei suoi meccanismi:

“Se non c’è il pubblico non c’è neanche l’opera (…); se non c’è lo sguardo non c’è neanche l’oggetto, non si riesce a vedere (…) Ma dopo deve andare al di là dell’oggetto in esposizione (…); se si soffermano, fanno una riflessione”.

Nello stesso anno Dario Acocella gira il toccante Ho fatto una barca di soldi con la Zerozerocento produzioni, in coproduzione con Rai Cinema e presentato al festival internazionale del film di Roma (e rivisto nella manifestazione Uno sguardo sull’arte 2000/2022, curata dalla sottoscritta e Takeawaygallery al Cinema Farnese di Campo de’ Fiori a Roma: Fausto si rivide volentieri.

immagine per Fausto Delle Chiaie in Ho fatto una barca di soldi, di Dario Acocella
Fausto Delle Chiaie in Ho fatto una barca di soldi, di Dario Acocella

 

immagine per Fausto e S. Esposito a Uno sguardo all'Arte-Cinema Farnese, proiezione doc di D. Acocella - ph. M. Magni
Fausto e S. Esposito a Uno sguardo all’Arte-Cinema Farnese, proiezione doc di D. Acocella – ph. M. Magni

Nel film l’artista è seguito delicatamente ma incisivamente da lontano nel suo iter quotidiano, tra lo scorrere degli eventi e della sua vita.

Nel 2014 fu protagonista di un altro bellissimo e commovente contributo: il reportage Tv La bellezza incomprensibile, un ritratto di 32 minuti di Fausto Delle Chiaie e della sua opera, del giornalista Domenico Iannacone, nel suo programma I dieci comandamenti e in onda su Rai 3.

Così, tutti possono entrare nella sua casa e scoprire anche che usava i muri come una sua agenda personale, piena di disegni, frasi, appunti… in una condizione di vita davvero scapigliata, dura.

Uomo e artista sincero, onesto, dall’animo delicato, era anche complicato e l’amicizia con lui non era semplice, gli dovevi stare dietro, letteralmente, seguendolo sui marciapiedi della sua Roma: con pioggia, freddo, caldo e la durezza di scelte radicali anche nell’abitare e nel vivere che ha pagato con pochi lamenti (ma benedetto fu l’aiuto tramite la Legge Bacchelli).

Ma si badi bene: non era un clochard. Pur se mettere insieme il pranzo con la cena non era per lui agile, in nessun caso l’artista è sceso a compromessi. Aveva qualche buon amico e mecenate – molto vicino gli è stato fino all’ultimo Andrea Bottai – e se volevi aiutarlo, se ne apprezzavi il suo spirito anticonformista e un po’ bohémien, se ti piacevano le sue opere, potevi fare una donazione, o acquistarle, sul posto o poi.

Le quotazioni dipendevano dalla giornata, oppure da chi di volta in volta Fausto si trovava davanti.

Ad un certo punto della sua vita, quando morì la madre con cui abitava, e di cui spesso mi parlava come di una donna paziente che però poco riusciva a capire quel suo figlio artista e nomade – di lei non ho mai saputo altro, resta per me una figura misteriosa, chissà se mai davvero esistita così come me l’aveva descritta – si trasferì a Sgurgola (un piccolo comune in provincia di Frosinone) in una casa fatiscente ma surreale, con le pareti interamente disegnate e scritte di suo pugno, illuminate da candele e che divideva con la sua compagna, la poetessa irlandese Noreen O’Dwyer, sodale e amore di lunga data dagli anni ‘80.

Si muovevano spesso insieme, poi lei andava seguendo i suoi passi, lui le sue idee che diventavano opere in quel suo Open Air Museum.

Da Sgurgola, tutti i giorni, da pendolare, Fausto camminava con il suo carrello della spesa-borsa – me ne ricordo molti diversi, negli anni: uno a righe, uno azzurro e uno rosso che è evidenziato nella locandina del film di Acocella – pieno di opere, di oggetti atti ad assemblarle e di qualche libro, saliva in treno e raggiungeva la sua Piazza.

La sera, raccolto tutto, prendeva un autobus o andava a piedi sino alla stazione – c’è una foto di Stefano Carsetti Esposito che lo accompagna a Termini sul bus AtacRoma della linea 64 – e in treno tornava al paese. Con qualsiasi condizione climatica.

“Io devo stare insieme agli altri per capire i messaggi e la vita. Se non stai insieme agli altri in condizioni almeno apparentemente come gli altri, non puoi capire il senso della vita”
(da Ho fatto una barca di soldi di D. Acocella, cit.)

immagine per Fotoritratto di Fausto Delle Chiaie sul bus 64, Roma -by Stefano Carsetti Esposito
Fotoritratto di Fausto Delle Chiaie sul bus 64, Roma – by Stefano Carsetti Esposito

Non l’ho mai sentito invidiare nessuno degli artisti giunti al successo ufficiale, forse perché non aveva un grande interesse a rientrare in quella “partita“.

“Io sto bene, sai, sono ricco… cioè, a modo mio lo sono… Come puoi essere più ricco di così, di come sono io?”

Buono d’animo, schiena dritta, costante, pieno di dignità, ha vissuto sulla sua pelle e sino alla fine la commistione tra Arte e Vita.

È morto il 4 luglio 2026 a 82 anni ed è stato un artista in ogni suo respiro che credo aleggerà per sempre in quella sua familiare, beneamata Piazza di una Roma ormai già distratta da over-turismo, dehors e di tutto a pagamento: mentre l’Arte di Fausto Delle Chiaie era gratuita, per tutti, e ci potevi semplicemente cadere e danzarci dentro…

Ti strappava una risata ma ti cambiava il punto d’osservazione sulle cose. L’arte lo dice sempre meglio, seppur diversamente: cosa? Tutto…

Note

1.  Quando non diversamente indicato, i virgolettati sono parte di un’intervista con l’artista redatta nel 1993 in occasione della manifestazione espositiva Arte Fuori Circuito, citata.

immagine per barbara martusciello
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Con una Laurea in Storia dell'Arte, è Storica e Critica d’arte, curatrice di mostre, organizzatrice di eventi culturali, docente e professionista di settore con una spiccata propensione alla divulgazione tramite convegni, giornate di studio, master, articoli, mostre e Residenze, programmi culturali, l’insegnamento, video online e attraverso la presenza attiva su più media e i Social.
Ha scritto sui quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", sul settimanale culturale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente su altri quotidiani nonchè su periodici e webmagazine
Ha curato centinaia di mostre in musei, gallerie e spazi alternativi, redatto innumerevoli cataloghi d’arte e scritto saggi in altri libri e pubblicazioni: tutte attività che svolge tutt’ora. Ha fatto parte della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano e è stata Art Curator dell'area dell'Arte Visiva Contemporanea presso il MUSAP - Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara), per il quale ha curato alcune mostre al MACRO Roma e in altri spazi pubblici.
E' Presidente del CoAC_Commissione Arte e Cultura della nota fondazione no profit Retake Roma.
È cofondatrice di "art a part of cult(ure)” di cui è anche Caporedattore.

3 risposte

  1. “La differenza e che gli artisti vanno nei musei
    Io vado dappertutto”
    (cit. FdC)

    Un Essere Extra Terreno

  2. Fausto non era solo un artista visivo, era un drammaturgo comico. Con ironia, intelligenza e cultura ti prendeva per mano e ti faceva percorrere il suo mondo fantastico. Ho riso con gusto e gioia. Tanto gusto! Ricordo molto bene la sua presenza corporea e simbolica e la sua personale soddisfazione nell’incrociare il mio sguardo divertito della sua intelligenza che io avevo accolto e seguito passo passo. Era uno spettacolo per un pubblico composto da una sola persona, io. Un privilegio. Un ritaglio di tempo dedicato, definito in un eternità scomposta e ignota. Grande. Grazie Fausto!

  3. La prima volta che l’ho visto è stata in un servizio televisivo a lui dedicato. Mi è subito entrato dentro l’uomo. Diverso, profondo, saggio, puro come l’acqua, divertente, ironico ed autoironico, sensibile, fuori da ogni schema, iconoclasta per e come pochi, non-omologato all’ennesima potenza. In quel servizio ho visto le sue opere che mi hanno colpito e descriverei come queste precedenti righe. Dopo pochi mesi, mia moglie, che ne ha subito condiviso il fascino, ed io, ci siamo messi sulle sue tracce per raggiungerlo e conoscerlo. Ci siamo riusciti, siamo stati con lui nella sua bottega ed abbiamo fatto delle chiacchiere che non hanno smentito ciò che sentivamo. Caro Poeta, Artista, Visionario, grazie del tempo che ci hai dedicato. Conoscerti è stato un privilegio.

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