Mel Ramos (1935 – 2018) è stato e resta uno dei protagonisti della Pop Art della West Coast. Nato a Sacramento nel 1935 da una famiglia portoghese, allievo e amico di Wayne Thiebaud, sodale di Roy Lichtenstein, affascinato dal Surrealismo, è celebrato in una grande retrospettiva italiana a lui dedicata (Palazzo Bragadin Carabba, Venezia), intitolata Mel Ramos: An Iconography of American Beauty / Un’iconografia della bellezza americana.
Ci raccontano questo artista e la mostra Marco Ancora e Barbara Martusciello in due diverse e connesse narrazioni atte a far meglio comprendere la statura e la poetica di una delle figure di spicco della produzione artistica americana.

Tra Oggettificazione e Nuove Letture Femministe l’opera di Mel Ramos non è neutra
di Barbara Martusciello
Mel Ramos è stato e resta una sorta di reporter pittorico e scultoreo dell’America più consumistica, delle merci, della pubblicità dalla fine degli anni ’50 e sino al Duemila. Certamente, la produzione più acclamata e nota rientra nella Pop Art, sia storica che più inoltrata.
La sua scelta è caduta su una particolare narrazione stereotipata, quella del corpo femminile patinato e sessualizzato, connesso alla Super Eroina da American Hedonism, poi (dal ’65 circa) aderente al modello delle pin-up che lui ha affiancato a brand e prodotti iconici.
Ha restituito, cioè, donne come richiamo simbolico del desiderio ma sovrapposto a quello per la Coca Cola, per Dunkin’ Donuts, Hamburg, ketchup, cioccolata, sigari Habana, chewing gum, profumi iconici – con cui la Monroe si vestiva per dormire la notte – o per della frutta ben più allusiva.
Diversamente dai suoi colleghi della Pop Art, la sua sfrontata iconografia, intesa e promossa (mascherata?) come una ironica satira proprio sul materialismo e sul mercantilismo di quei favolosi anni Sessanta americani, egemonici, in crescita esponenziale (e ben protetti da agenzie di intelligenze e governo), e sulla pratica trasformativa della società di massa del corpo delle donne in articolo promozionale, ha destato, pur se inconsueta nella scena artistica del periodo, non poche critiche allora come oggi.
Il movimento femminista degli anni ’70 lo ha accusato di giustificare e reiterare quel male gaze (lo “sguardo maschile” che oggettivizza il corpo femminile) individuato e criticato da Laura Mulvey nel 1975, originariamente nell’ambito degli studi cinematografici, ed esteso poi ad altre analisi disciplinari e in parte trattato da John Berger nel 1972 nell’ambito della Storia dell’Arte.
Parimenti, però, proprio secondo nuove analisi femministe connesse al sex-positive feminism e alla rilettura della pop visual culture, emerge come la pin-up del californiano rompa questa dinamica passiva innalzando la donna a fiera eroina di se stessa, consapevole della propria identità tanto da mostrarsi senza reticenza e copertura.
La stessa Elisa Carollo, curatrice della retrospettiva veneziana Mel Ramos: An Iconography of American Beauty / Un’iconografia della bellezza americana, esplicita come l’artista, grazie al meccanismo dell’ironia e dell’iperbole, attraverso proprio l’esplicita monumentalizzazione dell’erotismo femminile, e della posizione di mezzo tra spettacolarizzazione e volontà di decidere di sé e di agire, riveli l’artificiosità degli ideali estetici della società dei consumi riuscendo (???) a mettere in discussione e a sovvertire la struttura dello sguardo maschile.
Sicuramente, le donne dipinte, graficizzate, scolpite di Ramos cercano quasi sempre lo sguardo diretto dello spettatore con un’attitudine irriverente, sfacciata e consapevole, rivendicando una forma di agenteicità performativa.
Certo è, inoltre, come osserva la storica dell’arte Cecile Whiting nel suo testo seminale A Taste for Pop: Pop Art, Gender, and Consumer Culture (Cambridge University Press, 1997), gli artisti Pop non riflettevano e riportavano solo la cultura commerciale, ma ne svelavano i meccanismi di seduzione.
Ramos, insomma, adottando l’eleganza e la perizia tecnica della pittura ad olio classica (palesando ammirazione e conoscenza di maestri come Tiziano, Ingres, e i più… libertini Boucher, Fragonard e soprattutto Baudouin) per rendere protagonisti soggetti bassi e commerciali; accostando la modella e l’oggetto di consumo di fatto ci restituisce (dovrebbe?! Vorrebbe?!) l’assurdità e l’empietà del marketing moderno, mettendo a nudo, con la donna ritratta, l’artificio con cui il mercato erotizza la merce (e la donna).
Un aspetto sottolineato dagli studi biografici e dalle ricerche archivistiche (tra cui quelle dell’Estate/Archivio Mel Ramos) riguarda il ruolo di Leta Harvey Ramos, moglie dell’artista e sua principale musa dal 1955.
La presenza costante e partecipativa di Leta nel processo di posa e concezione dell’immagine incrina – secondo questa interpretazione, di parte ma autorevole – il mito del pittore che sfrutta modelli anonimi, introducendo una dimensione di collaborazione familiare ed empatica che contrasta con la presunta freddezza della reificazione commerciale.
Al contrario, come già argomentato, l’artista ha confermato di voler reagire proprio così all’immaginario veicolato dai media per svelare le insidie dello sguardo rivolto alla donna-oggetto. Che si tratti di una reale coscienza, questa sua, o di una lettura a posteriori, la grandezza di Ramos è indubbia, come il racconto della genesi delle sue composizioni e del meccanismo voyeuristico ed erotizzante…
In un’interessante intervista di Henri-François Debailleux su “Le journal des Arts” del 31 dicembre 2014 (Mel Ramos: «Il n’est pas question d’érotisme»), raccontando la genesi delle sue donnine:
«Nel 1965 o 1966, avevo appena terminato una serie di dipinti ispirati ai fumetti di supereroi (Batman, Superman) e scoprii, su una rivista, la foto di una ragazza nuda vista attraverso il buco della serratura. Iniziai a lavorare partendo da fotografie, tratte principalmente dalla rivista “Playboy”, perché lì si trovavano ottimi fotografi. Era molto meno costoso che pagare delle modelle per posare»
Ramos sottolinea come La grande odalisca di Ingres non sia considerata erotica e si domanda il perché quando la dipinse lui «è diventata tale, semplicemente perché, al posto del bruciaincenso, ho inserito un bicchiere e una bottiglia di Chardonnay», evidenziando la sua preferenza per l’umorismo, che, a suo avviso, è l’antitesi dell’erotismo: «Credo sinceramente che chi è privo di senso dell’umorismo non possa comprendere il mio lavoro.».

La retrospettiva veneziana su Mel Ramos: iconografia della bellezza americana
di Marco Ancora
La grande mostra a Venezia Mel Ramos: An Iconography of American Beauty / Un’iconografia della bellezza americana (prodotta da Ronald Harrar e organizzata in collaborazione con V Contemporary e l’Estate di Mel Ramos), magnificamente allestita a Palazzo Bragadin Carabba e supportata da un prezioso, meraviglioso catalogo, si è distinta per un approccio curatoriale innovativo, capace di analizzare il lavoro di Ramos oltre i noti cliché per reinserirlo nel dibattito sulla costruzione sociale dell’immagine e sull’evoluzione del corpo femminile nella cultura visiva del secondo Novecento.
L’antologica, per la prima volta nella Città di Venezia, è assecondata da un allestimento intimista, quasi riservato: sembra infatti di entrare non in un sito espositivo pubblico ma di varcare la soglia di una magione privata e di visitarne al tempo stesso ambienti e collezioni, e questo conferisce la vera magia dell’evento, un unicum insieme all’ospitalità ed alla professionalità del personale addetto.
L’esposizione ripercorre l’intera parabola creativa di Mel Ramos (Sacramento 1935- Oakland 2018), ed esordisce con lo straordinario Self Portrait del 1959, potente quanto sorprendente autoritratto dove l’artista si rappresenta come un’entità quasi aliena, ectoplasmica, nell’impianto quasi a monocromo, fortemente luminoso, ai limiti dell’astrazione. I tratti materici sembrano quasi creare una sorta di panneggio che riveste ed illumina la figura, irradiandola nella posa aulica e contemplativa.
Nel segno di una più definita figurazione Walking Girl del 1960 e Pete del 1961, opere comunque impostate nella sintesi tratto materia e luce.
Si parte poi dai primi lavori degli anni ’60 dedicati alle Eroine ed agli Eroi dei fumetti (Wonder Woman, Phantom Lady, Tiger Girl, Batman#2, tutti del 1963), passando per i famosi accostamenti tra Pin-Up e grandi prodotti di consumo (sigarette, liquori, profumi, caramelle, bottiglie), fino ad arrivare alle celebri rivisitazioni in chiave Pop dei capolavori della storia dell’arte.
E possiamo considerarlo anche un profeta, precursore con Chiquita Banana di certe opere e gesti che verranno a seguire, dalle differenti gestioni mediatiche e modalità finanziarie…
Ramos utilizzava i formati ed il rigore della pittura classica (Jacques-Louis David in primis, splendidamente registrato nel quasi provocatorio David’s Duo del 1973) per “nobilitare” i soggetti effimeri della società dei consumi.
E la contiguità tra la stessa società ed erotismo configurano l’estetica e l’edonismo di Mel Ramos, una cifra stilistica sempre composta da colore, luce e soprattutto una continua, divertita ironia, disvelate attraverso la straordinaria perizia del mezzo tecnico.
L’evento veneziano si è affermato come una delle operazioni espositive internazionali più importanti e stimolanti dell’anno, offrendo al pubblico italiano l’occasione imperdibile per riscoprire il valore storico e la perdurante attualità e contemporaneità di un grande pioniere della Pop Art.
Con una Laurea in Storia dell'Arte, è Storica e Critica d’arte, curatrice di mostre, organizzatrice di eventi culturali, docente e professionista di settore con una spiccata propensione alla divulgazione tramite convegni, giornate di studio, master, articoli, mostre e Residenze, programmi culturali, l’insegnamento, video online e attraverso la presenza attiva su più media e i Social.
Ha scritto sui quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", sul settimanale culturale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente su altri quotidiani nonchè su periodici e webmagazine
Ha curato centinaia di mostre in musei, gallerie e spazi alternativi, redatto innumerevoli cataloghi d’arte e scritto saggi in altri libri e pubblicazioni: tutte attività che svolge tutt’ora. Ha fatto parte della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano e è stata Art Curator dell'area dell'Arte Visiva Contemporanea presso il MUSAP - Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara), per il quale ha curato alcune mostre al MACRO Roma e in altri spazi pubblici.
E' Presidente del CoAC_Commissione Arte e Cultura della nota fondazione no profit Retake Roma.
È cofondatrice di "art a part of cult(ure)” di cui è anche Caporedattore.
Marco Ancora è Direttore del CISI - Centro Italiano Studi e Indagini. Cura mostre e scrive d'arte, è conferenziere e organizzatore di eventi culturali.





























