Adesso, in Iran, nelle mani di quella sconosciuta apparentemente lontana eppure vicinissima, è solo una sciarpa bianca che ondeggia libera nel vento. Ecco, nel video dal formato ortogonale tipico delle riprese col cellulare, osserviamo che la ragazza ha liberato i suoi capelli dall’hijab – il velo su cui si concentra anche simbolicamente la tirannide che da oltre quarant’anni la Repubblica Islamica esercita sulle donne – e ha lasciato il suo gesto a propagarsi per il mondo.
Così, grazie a Be my voice, documentario in questi giorni in sala in Italia, assistiamo al momento in cui, a New York, Masih Alinejad – giornalista e attivista che guida il più grande movimento di disobbedienza civile della storia dell’Iran – mostra quel video alla telecamera della regista Nahid Persson, anche lei iraniana perseguitata ed esule, da decenni in Svezia. Persson è negli Usa per continuare il suo tracciato di lotta con le donne del suo Paese e per raccontare l’attivismo contemporaneo secondo Masih.
Duemila mail ricevute al giorno, cinque milioni di follower legati a lei da un cordone ombelicale più forte di qualunque prigione o distanza spaziale, al suo hashtag in cerca della ragazza con la sciarpa bianca risponde una ghirlanda di immagini meravigliose di donne dai capelli fluttuati che sventolano i loro hijab ma anche di uomini, in una corale trasversale al genere – per lo più di spalle per fuggire alle ritorsioni del regime –: sono io, sono io.
Si tratta, certo, di una “libertà furtiva”, come la definisce Masih – considerato che i video in Iran sono interdetti, che togliere il velo in pubblico è proibito – di un’azione che cerca vie di fuga dall’oppressione in un Paese definito nella dedica del film come “un grande carcere”, in un contesto che Alinejad, pensando al romanzo di Heller, considera da “catch 22” ossia un cul de sac, un buco nero senza alternative. Sì, perché mentre oggi il mondo è atrocemente sospeso sul precipizio della guerra tra Ucraina e Russia con tutti gli indescrivibili mostruosi esiti di questo scenario, ci sono luoghi della terra – come l’Iran – dove da quattro decenni infuria una cronicizzata guerra quotidiana.
Sono vissuti di dolore e resistenza, la cui eco propende fortissimamente verso New York fino ad Alinejad che la regista – come racconta nell’intervista che segue – non smette mai di tallonare, trascorrendo tutto il suo tempo con lei, stando al suo fianco non solo dietro la telecamera, ma come presenza attiva e in campo nel film.
Così ci addentriamo nel mondo di Masih, un’energia sconfinata in un fisico esile con una cascata di ricci – un’altra cosa in comune con Nahid Persson. Quando aveva lasciato l’Iran, dopo essere stata licenziata come giornalista parlamentare per aver disvelato l’oscurità corrotta del potere, in Europa portava un cappello, per evitare di traumatizzare ulteriormente sua madre e la famiglia, ma poi aveva deciso di prendersi la responsabilità di essere pienamente se stessa e lo aveva buttato via.
Ecco, adesso siamo con lei sul ciglio della sua vita traboccante di persone di volti di immagini, di interventi di legami di azioni di pianti di sorrisi di amiche vicine e lontane, ma anche di contrasto a forze proterve e crudeli. E il ritmo del documentario si fa vorticoso, danzante, serrato, veloce come l’intuito di Masih e come il suo modo di parlare nella vita e in tv – la sua trasmissione si intitola Tablet ed è ospitata all’interno di The Voice of America – a lei arrivano video clandestini dal suo Paese a denunciare in modo inoppugnabile violenze e persecuzioni subite dalle donne e da chiunque dissenta.
Lei stessa gira documentari, insegna come usare il cellulare per diffondere sempre più strumenti di incontrovertibile autonarrazione. Delle donne sfregiate nel corpo e nell’anima dall’acido, di quelle violentate arrestate e condannate ad anni e anni di carcere per essersi tolte l’hijab. Le storie sono tantissime e acuminate e Masih si dispera perché vorrebbe raccontarle tutte, uscire dalla logica annientante che le fa percepire come numeri per restituire a ognuna la soggettività immensa che merita.
In tutto questo, filmati di repertorio riannodano la storia del Paese e la tentata rivoluzione del ’79, cui invece segue la presa del potere da parte del clero oscurantista, mentre Masih mostra a Nahid Persson i suoi homemovie, le immagini di sé bambina coraggiosa e ribelle fin da allora, sia nell’affrontare il buio e i mostri nel bagno in cortile – nasce nel ’77 a Ghomi Kola in un villaggio nel nord dell’Iran – sia nel ridefinire i ruoli di genere: vuole avere le stesse possibilità dei maschi e che suo fratello collabori lavando i piatti. Ancora sarà espulsa da scuola, sarà madre fuori dal matrimonio, divorzierà: una lunga serie di “tacche nere” di demerito sociale che la porterà fuori dal Paese, con una taglia sulla sua testa, i suoi cari minacciati e arrestati e l’impossibilità struggente di tornare. (E il dolore la fa accasciare a terra quando non riesce più a parlare con la madre nemmeno al telefono).
Nel suo viaggio in Europa cerca, poi, pervicacemente, con una comunicazione diretta al cuore delle cose, di mobilitare i governanti stranieri, chiedendo loro di non normalizzare il regime iraniano. In realtà in politica le cose non sono così nette e se ci sono dittature conclamate, ci sono anche differenti livelli di tenuta democratica di un Paese (Secondo il Democracy Index 2021, 18 stati europei, tra cui l’Italia, hanno registrato una regressione).
Nel frattempo il regime in Iran uccide 1500 persone e l’immagine diventa il patchwork sacro dei volti dei trucidati, mentre Masih chiede ai loro cari di non smettere di narrare quelle vite. Nel faccia a faccia in tv con un rappresentante del regime – presente la figura discreta e totalmente supportante del marito – attribuisce al governo le sue criminali responsabilità.
Come si forma dunque lo spirito critico nell’essere umano? La capacità di praticare il dissenso e la disobbedienza civile se necessario? In Masih è un misto di coraggio fermezza e autonomia ma anche di capacità di amare e di immedesimarsi nell’altro, nell’altra. Solo così la sua azione non violenta, fatta anche del fiore che porta tra i capelli o del giardino che coltiva con passione, può non soccombere di fronte della paura che rende sudditi e a qualunque forma anche efferata di repressione governativa.
Lo stesso vale per Nahid Persson, che a 19 anni partecipa alla rivoluzione con un’organizzazione comunista, che è autrice di Prostitution Behind the Veil, A Persian Princess, The end of Exile… e che per i suoi documentari è incarcerata e perseguitata, ma anche riconosciuta e premiata nel mondo.
Esperta nell’arte del dissenso, come Masih e come tutte le donne sul pianeta che lottano per la piena liberazione da ogni violenza, qui a colloquio ci racconta Be my voice, ricamo di traiettorie individuali e collettive, di voci che si versano l’una nell’altra, rivendicando all’infinito unicità solidarietà e amore.
Ha dedicato tutto il suo lavoro alla liberazione delle donne iraniane e – attraverso queste ultime – di tutte le donne del mondo. Quali sono state le motivazioni che l’hanno portata a questo “nuovo capitolo della storia”, a Be my voice?
Ho sempre lavorato sul vissuto delle donne in Iran e avevo creduto che l’ultimo mio documentario – My stolen revolution – avrebbe potuto generare effetti sui politici di altri Paesi in Europa. Questo, però, non era avvenuto, a chi lo aveva visto non era importato nulla della sofferenza delle donne iraniane, non si era sentito mosso a fare pressioni sul regime perché le cose potessero cambiare. Così sentivo che la mia speranza si stava estinguendo, che era quasi come se fosse morta. Per due anni non ho fatto più film. Qualcosa ha cominciato a rinascere in me quando ho visto i video che le donne iraniane inviano a Masih: sono stata come inondata dal loro coraggio, dall’energia formidabile con cui sfidano tutto, togliendosi l’hijab. E poi mi sono sentita attratta fortemente dai tanti aspetti in comune che legano Masih e me. Entrambe siamo spinte da un desiderio fortissimo di cambiare lo stato delle cose. Anche se poi agiamo per vie differenti e lei con un seguito amplissimo. Allora ho pensato: se Masih è la voce delle donne, io voglio essere la sua voce negli altri Paesi perché ho il potere di farlo e perché lo sento fortemente.
Come è venuta in contatto con Masih Alinejad e come si è innescato il vostro rapporto?
All’inizio ho cercato di contattarla via FB ma non ha risposto, riceve 2000 e-mail al giorno e un numero incredibile di messaggi. Allora ho cercato qualcuno che potesse conoscerla e, tramite un amico, sono riuscita a comunicare con lei. In un primo momento non aveva idea di chi fossi, che avevo fatto tanti documentari sull’Iran – tra i quali The queen and I sulla sua regina, Farah Pahlavi – ma quando ha saputo, è stato immediato: ha detto subito di sì. Così ho volato dalla Svezia a New York e dopo pochi minuti dal nostro primo incontro tra noi c’era qualcosa di molto simile al conoscersi da anni: era come se fossimo già amiche.
Quanto tempo è passato dal vostro primo incontro alle riprese?
Io in genere comincio a girare da subito – fa intimamente parte del mio modo di concepire la regia – quando ci siamo salutate la prima volta la mia telecamera era già accesa… Sono convinta che non riuscirai mai a riprodurre l’autenticità della reazione iniziale, quindi comincio immediatamente a raccogliere materiale. All’inizio avevo un operatore ma, dal momento che amo filmare ogni singolo istante, dopo due giorni ho cominciato a farlo personalmente. Volevo essere con Masih, respirare la sua vita tutto il tempo, in una sorta di immersione totale. Infatti, poco dopo mi sono proprio trasferita a casa sua, per ritrovarmi al suo fianco sia a notte fonda sia di prima mattina. Ecco perché la nostra conoscenza e la nostra relazione si sono sviluppate così velocemente. Senza dire che – malgrado la differenza anagrafica, lei ha oltre quindici anni meno di me – abbiamo un background molto simile: entrambe veniamo da un piccolo villaggio e da una famiglia di lavoratori, per questo ci capiamo così bene, tra noi c’è qualcosa di molto prossimo all’essere sorelle.
Ha voluto essere presente nel film corpo e voce. Perché, cosa ha significato per lei?
Tutti i film che faccio o che farò sono sulla mia gente ma al tempo stesso su di me. Perché i problemi delle donne in Iran o di Masih sono anche i miei. Così sarebbe veramente stonato se io non fossi nel film perché è anche la mia storia, e la reazione del mio volto è vitale. Inoltre penso che dal punto di vista degli spettatori di altri Paesi sia più semplice e confortante vedere il film se anche chi lo dirige ne fa parte, se è lì con tutta la sua persona. È qualcosa che ricorre nei miei documentari. Anche se all’inizio non ci penso, non premedito questa possibilità, poi spesso – al montaggio con i miei collaboratori in Svezia – mi viene suggerito di essere parte del film. Perché tutto quello che accade in Iran mi riguarda, i miei parenti vivono lì, mia sorella vive lì, mio fratello è stato ucciso in Iran, tutte le difficoltà che si vivono in quel contesto le ho attraversate con la mia pelle. Questo fa sì che io senta empaticamente assieme a tutte le persone del film.
E nello stesso tempo è una sua manifestazione di coraggio, di coinvolgimento etico totale. Come ha gestito il difficile equilibrio tra il vortice della vita di Masih, la sua debordante pienezza e la sua forsennata velocità e il non farsi travolgere da tutto questo, e il cercare anche spazi di riflessione per chi guarda?
Non è stato affatto facile, perché c’erano sempre così tanti materiali e tutti erano così radianti così forti… Così anche quando mi dicevo che volevo chiudere il film e che non si sarebbe più espanso, accadeva qualcosa di cruciale in Iran. All’inizio pensavo che il lavoro sarebbe stato focalizzato sulla lotta delle donne e sulla liberazione dall’hijab ma poi il regime ha mandato a morte 1500 persone e a Masih sono arrivati così tanti video sconvolgenti che ho sentito che da un punto di vista documentaristico dovevo “coprire” anche questi. Anche perché lei si occupa di moltissime questioni interrelate, non solo di quella dell’hijab. Al montaggio poi però è stato complicatissimo perché il materiale era immane e ho fatto molte versioni, nel frattempo continuavo anche a riprendere lei: era veramente un fiume…
In passato ho intervistato Tim Travers Hawkins, autore di un documentario che si addentra nel complessissimo mondo dell’attivista americana Chelsea Manning. Come nel caso di Masih, si tratta di persone speciali che prendono sulle loro spalle la causa di moltissimi altri sul pianeta.
Ma al tempo stesso sono anche esseri umani fragili che rischiano di soccombere a un carico così gigantesco, alla persecuzione dei governi, alla sovresposizione e all’odio mediatico.
Infatti a un certo punto Masih le chiede di spegnere la camera perché sta piangendo e ha bisogno di un abbraccio. Con il suo lavoro ha voluto anche proteggerla?
Sì, è così. Masih è una donna fortissima, dall’intelligenza brillante e dalla capacità abissale di condividere e supportare le sofferenze degli altri. Ma anche di agire spietatamente perché le cose cambino. Nello stesso tempo è un essere umano che ha bisogno di amore, di ridere e di piangere in libertà. Alcune persone mi hanno detto che non capiscono perché danzi sotto la pioggia senza motivo. Perché è vero lei danza sotto la pioggia senza motivo… (ride). Allora ho cercato di far esprimere questa sua dimensione nel film – perché è fondamentale – ma al tempo stesso sono andata a togliere alcune sequenze che mi sembrava non la proteggessero abbastanza rispetto al suo essere più intimo e alla sua ricchissima vitalità emotiva… perché non volevo anche rischiare che non fossero capite.
E dal punto di vista dei pericoli a cui la sua vita è sottoposta? A un certo punto nel film lei dice di non voler vivere nella costante paura e di voler gustare e celebrare ogni giorno come se fosse l’ultimo… Come percepisce lei, Nahid, questo stato di cose?
Io sono sempre preoccupata per Masih perché anche se esternamente sembra rilassata, so che devo proteggerla finanche fisicamente, che devo fare la mia parte per la sua incolumità. Questo perché il regime ha minacciato di ucciderla come poi è accaduto con il mio amico giornalista Ruhollah Zam – sulla cui storia sto realizzando un film adesso – l’anno scorso mentre era in Francia è stato rapito e assassinato. Masih ha più follower di quanti non ne avesse lui, quindi per lei è ancora più pericoloso.
Parlando di linguaggio cinematografico, il film è un patchwork di diverse tipologie di ripresa: ci sono quelle televisive, ci sono i video di Masih, quelli con l’iphone girati dalle persone in Iran con tutta la loro atrocità e il loro narrare persecuzioni violenze carcerazioni esecuzioni… c’è il materiale di repertorio. Quando ha montato il film come si è rapportata a questi linguaggi e come il fatto di essere un’artista è stato cruciale per giungere a una elevazione della comprensione delle cose e degli stessi differenti linguaggi che le esprimono?
In Iran non si può fotografare, filmare è proibito. Ma se, dopo aver chiesto un permesso alle autorità, riesci ad avere il consenso per fare delle riprese, ti impongono che ci sia sempre uno di loro a seguirti e a controllare quello che fai. Quindi, considerato tutto questo, i video che le donne iraniane hanno mandato a Masih costituiscono un patrimonio inestimabile e siamo state molto fortunate ad averli.
Quanto al lavoro fatto al montaggio per dare forma al film e a tutti questi linguaggi diversi, volevo che il documentario fosse vivo e pulsante, che esprimesse l’infinita varietà del nostro contemporaneo ma che al tempo stesso sottolineasse come oggi si siano moltiplicate le vie per denunciare le ingiustizie e per dare il proprio contributo di impegno al mondo.
I fiori sono molto importanti nel film. Un fil rouge tra Masih e lei ma anche un legame con altre donne sulla terra: le bambine per imitarla portano un fiore tra i capelli. Ma quella del giardino è anche una metafora perché Masih parla del seme che ogni singola persona può piantare e questo rappresenta l’impegno individuale nel mondo.
Il giardino e il giardinaggio sono importantissimi perché consentono sia a me sia a lei di avere un respiro, di rilassarci. Se qualcosa va male, se ci sono ostacoli o dolori, è al giardino che ci rivolgiamo. Parliamo con i nostri fiori. È come una meditazione, è fondamentale, è la vita stessa e, sì, è anche una metafora dell’attivismo, perché ogni persona può piantare i suoi semi per se stessa e per il mondo. L’esistenza di tutti è molto breve, e gli attivisti sono anche essere umani, non potrebbero essere attivisti se non avessero una vita, se fossero solo il loro impegno, se non potessero fermarsi a sentire il profumo di un fiore.
Maria Grosso è autrice, scrittrice e giornalista. Laureata in filosofia, al centro del suo lavoro pone il discorso profondo di genere e l’antiviolenza, che indaga attraverso la lente simbolica di cinema, letteratura e arte. Suoi scritti sono stati pubblicati da Il Mulino, Franco Angeli, Feltrinelli, Giulio Perrone editore... Collabora dal 2006 con “il manifesto”, “Alias”, e con “L’Espresso”, “La Lettura”, “LiBeR”. Ha scritto per “L’Unità”, “Avvenire” e per varie riviste letterarie.



















Una risposta
Sono senza parole, rapita da questa immensa donna, un vulcano di energia che è impossibile non lasciarsi coinvolgere. Viva tutte le donne coraggiose iraniane siamo con Voi! Coraggio e avanti così