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Franca Sonnino, l’intervista. Da Maria Lai in poi un lavoro sperimentale e solitario, ma non troppo

di Paolo Cortese

Nata il 13 febbraio del 1932 da una famiglia di origini ebraiche, Franca Coen, sposata Sonnino, cresce e vive tuttora a Roma. L’intervista che segue è la più recente fatta all’artista.

Una laurea in lettere, poi una scelta imprevedibile, che definisce la tua storia: cosa ti ha spinto ad avvicinarti al mondo delle arti visive?

Certe strade, soprattutto da giovani si prendono per semplice passione, nel mio caso si trattava del latino ed è soprattutto grazie a quella lingua antica e al tempo stesso modernissima mi sono laureata in lettere moderne. Ma un conto è studiare, altra cosa l’insegnamento e per quel mestiere non ero portata, L’ho compreso quasi subito. Se guardo indietro mi rendo conto che ogni scelta è fortunatamente nata dalla passione, dal piacere, dal gusto di seguire un interesse vero, personale. Il lavoro a maglia nasce così, nei miei giorni di bambina. Mi affascinava la possibilità di creare oggetti partendo da un semplice gomitolo, in particolare mi piaceva realizzare scialli colorati di grande effetto.

A un certo punto ho capito che questi lavori a maglia potevano diventare qualcosa di più importante. Non avevo le idee chiare, ma la sensazione era forte e non ho mai fatto fatica a seguire le emozioni più dei ragionamenti.

La vera fortuna di quel momento è stata l’incontro con Maria Lai che abitava al piano di sotto, poter parlare con lei, osservare quello che faceva, diventare senza quasi accorgermene sua allieva. Maria era un’insegnante nata, straordinari i lavori dei suoi allievi. A me insegnava lavorando, parlando e spiegando altri artisti, mi aveva detto “Fa’ lavori inutili!” E questo è sato l’inizio.

Oltre Maria Lai, altri personaggi importanti sono stati presenti nella tua vita artistica, Marcello Venturoli, Mirella Bentivoglio solo per citarne alcuni.

Dopo Maria, Marcello Venturoli è stato in assoluto il personaggio più importante per il mio lavoro. Non si limitava a dare un giudizio positivo o negativo, ma instradava l’artista, lo consigliava sulla via da seguire. Sapeva quasi trasformarsi in un compagno di viaggio dell’arte.

Il rapporto con Mirella Bentivoglio è stato diverso. Io ero una delle “artiste del filo” e “del libro” due tematiche a lei particolarmente care. Nascono da qui i suoi inviti a partecipare alle sue mostre.

Il nostro è stato per anni un rapporto difficile da decifrare, da un lato la grande stima reciproca ma dall’altro anche una evidente distanza. Lei leggeva il mio lavoro interpretandolo, ma il suo era un discorso unilaterale, non interattivo.

 

Si parla molto ultimamente della discriminazione subita dalle artiste, del fatto che il mercato dell’arte e le principali gallerie non le prendessero in considerazione.

Sembrerà strano ma io non mi sono mai occupata del mercato: ho sempre pensato solo a lavorare. Naturalmente ho collaborato con gallerie importanti come la Galleria Giulia, il Brandale, la galleria Arte Duchamp ma a quell’epoca il fatto di esporre era vissuto da noi artiste come l’occasione per mostrare gli sviluppi del nostro lavoro, della nostra ricerca piuttosto che per vendere.

Facendo parte della comunità ebraica romana hai vissuto il dramma delle leggi razziali e delle persecuzioni. Esperienze drammatiche che in qualche modo devono avere influenzato il tuo lavoro.

Le leggi razziali sono del 1938 ed io, essendo nata nel 1932, cominciai la prima elementare già nella scuola ebraica, quindi non provai il dolore di dover lasciare scuola e compagni precedenti, un fatto che per molti altri giovani ha rappresentato un vero e proprio trauma.

Il dramma delle persecuzioni certamente compare in molti dei miei temi (i libri vuoti bruciati, i cartigli, i fili spinati, i muri interrotti) ma soprattutto è presente nel libro, il mio soggetto preferito. Il libro racconta tutto ciò che è avvenuto, nel bene e nel male: il libro è il testimone.

Dopo un inizio pittorico hai scelto di utilizzare come strumento principale per fare arte il filo, un elemento molto collegato al femminile. Una strada tortuosa se si pensa all’emancipazione del filo stesso dalla dimensione domestica.

Dopo l’inizio pittorico (ma anche allora dipingevo soprattutto trame di fili sovrapposti) sono tornata al filo iniziale dandogli però un corpo più solido, inventando così il filo di ferro ricoperto di filo di cotone, mezzo che mi ha consentito e mi consente tuttora di realizzare lavori più geometrici.

Questa invenzione mi ha permesso di svincolare il filo dall’uso prettamente collegato alla dimensione domestica femminile.

Il mio “filo solido” come è stato definito, si è trasformato subito in passepartout, mi ha permesso di muovermi in maniera autonoma e disinvolta nella terza dimensione, quella della scultura, senza dover ricorrere all’utilizzo di strumenti appartenenti all’universo maschile. Senza rinunciare alla femminilità.

Vedendo la tua produzione recente mi sembra di percepire la voglia di definire e puntualizzare, una spinta verso geometrie chiare e certe. Gli ultimi anni poi con la pandemia sono stati per tutti una dura prova.

Dal momento che il mio lavoro è un lavoro molto solitario, la pandemia non ha avuto effetti particolari, ma è stata e lo è ancora, un’esperienza dolorosa e inquietante.

La ricerca di geometrie certe è una costante del mio lavoro, e anche quando ho trattato soggetti in maniera più descrittiva, l’ho fatto cercando di esaltarne le geometrie, come nel caso dei “Campi”. Negli ultimi lavori forse questa ricerca si è spinta oltre: si avverte la necessità di una maggiore sintesi.

Sono passati esattamente 50 anni dalla tua prima personale alla galleria SM 13.

Ogni volta che entro nel mio studio e mi guardo intorno mi rendo conto di quanto ho lavorato e di come la mia vita sia stata interamente votata all’arte. Ho dedicato molto tempo alla famiglia, ma da quei lontani anni ’70 ho lavorato senza sosta. Ed è stato possibile perché amo stare in casa e da lì osservare il mondo.

Questa personale ad Atene * è la prima che tengo all’estero e sono emozionata e al tempo stesso dispiaciuta di non poter andare personalmente. A Cagliari invece ho già esposto (alla Duchamp) ma questa volta, al MUACC *, si tratterà di una vera e propria antologica, che dopo quella a Roma al Museo del Vittoriano nel 2005, ripercorre la mia storia.

Non posso che esprimere la mia gratitudine a tutti quelli che hanno contribuito a rendere possibile questo bellissimo progetto.

* Franca Sonnino

immagine per Paolo Cortese
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Alla fine degli anni ’80, mi sono iniziato ad appassionare alle arti applicate del ‘900 e in un piccolo spazio a Monti, storico quartiere romano, ho realizzato la mia prima mostra intitolata “Amor di Ceramica”. Negli anni successivi ho curato per l’accademia Nazionale di San Luca e i Musei Civici di Reggio Emilia mostre di Giuseppe Capponi e Marino Mazzacurati. Nel 2005 ho aperto sempre a Roma, la galleria Cortese & Lisanti dove, sotto la guida di Mirella Bentivoglio e Topazia Alliata, abbiamo realizzato mostre dedicate principalmente ad artiste donne, al settore verbo-visivo e al libro-oggetto. Recentemente ho inaugurato con Francesco Romano Petillo, Gramma_Epsilon, una galleria nel centro di Atene, che promuove l’arte al femminile ispirandosi al lavoro portato avanti come curatrice da Mirella Bentivoglio.

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