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Bosco Colto, una nuova visione di resistenza. Con Intervista

di Salvatore Mauro

In Sicilia si inaugura un progetto di riqualificazione che unisce arte e agricoltura dopo anni d’incubazione per arrivare all’inaugurazione del suo primo festival.
Nel Borgo di Santo Pietro ha preso forma una iniziativa che mette insieme discipline artistiche, architettura, scrittura, gastronomia, agricoltura ed eco-design, nato da un coraggioso progetto di recupero del territorio, ideato dallo studio di architettura Marco Navarra.
Il programma si sviluppa a partire dall’idea del Campus territoriale Rasoterra. Imparare dalla selva, che coinvolge oltre cinquanta partecipanti da varie università italiane e costituisce la prima azione del progetto Bosco Colto.

immagine per Aula Errante per Cooperativa Terra Nostra, Errante Architetture (Sarah Beccio, Paolo Borghino) Torino, progetto BOSCO COLTO Campus 2022
Aula Errante per Cooperativa Terra Nostra, Errante Architetture (Sarah Beccio, Paolo Borghino) Torino, BOSCO COLTO Campus 2022
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Partecipanti al BOSCO COLTO Campus 2024

Abbiamo intervistato proprio l’architetto Navarra per approfondire le spinte su cui è nata la sua idea di Bosco Colto e chiedergli che futuro pensa ci attenda.

Il progetto Bosco Colto è stato avviato nel 2022 con il primo Campus e un Fest finale nell’area a Sud di Caltagirone (CT) in Sicilia, ma nel 2024 è stata lanciata la prima edizione ufficiale, gli anni precedenti li possiamo vedere come un incubazione di quello che vediamo oggi?

“Il progetto Bosco Colto ha avuto un’incubazione abbastanza lunga a partire dal 2019, quando ho iniziato ad occuparmene in occasione di un Laboratorio di Progetto che ho tenuto nel corso magistrale in inglese del Politecnico di Milano. Trenta studenti provenienti da tutto il mondo per tre mesi hanno studiato e progettato in questo territorio segnato dalla faglia che divide il continente europeo da quello africano (avanfossa Gela Catania).

Questa Terra di mezzo tra gli Iblei e gli Erei, costituisce una soglia tra il canale di Sicilia e la piana di Catania dominata dall’Etna ed è caratterizzata da un mosaico ricco e composito di paesaggi. Ci domandavamo cosa significa abitare la soglia, interrogandoci sulle vicende storiche che hanno ricomposto nel tempo frammenti di paesaggio molto differenti, costituendo una bioregione in cui diverse comunità urbane ancora oggi vivono intrecciando molteplici attività sociali ed economiche.

Durante il covid la ricerca si è sviluppata approfondendo le fonti, la letteratura e le cartografie attuali e storiche disponibili. Ma nel 2022, quando le morse del lockdown hanno cominciato ad allentarsi, io e un gruppo di giovani ricercatori abbiamo sentito il bisogno di ritornare a lavorare sul campo immaginando possibili forme di azione.

Abbiamo così costituito un centro di ricerche indipendente, Makramé (officina natural-culturale sugli spazialismi dell’Antropocene) per progettare e studiare i paesaggi generati dal Nuovo Regime Climatico in cui siamo immersi.

Stanchi dei mesi di incontri e lezioni in remoto abbiamo avuto la necessità di immaginare una pedagogia e un lavoro diffuso nel territorio. Da questa esigenza è nata l’idea del Campus e del Fest: una summer school e un festival nei Boschi di Santo Pietro con fulcro l’antico borgo su cui nel 1924 era stata progettata Mussolinia una città giardino innovativa mai costruita.”

Il progetto cerca di promuovere una rigenerazione del territorio e delle città valorizzando risorse dimenticate, creando relazioni e scambi per costruire comunità sensibili a questo tema, una mission molto importante e attuale: ma perché pensi che tutto questo possa migliorare questo territorio?

“Un’idea portante del progetto, che prende spunto dalla presenza nel borgo di Santo Pietro della stazione sperimentale di granicoltura (un centro di eccellenza nella ricerca sui grani antichi), è quella di immaginare il bosco come un laboratorio di ricerca open air.

Un laboratorio cross-disciplinare in cui arte, architettura, arti performative si intreccino con le attività scientifiche applicate generando un campo di sperimentazione capace di attivare retroinnovazione attraverso saperi e pratiche condivise con le comunità locali.

Migliorare un territorio significa liberarlo da scenari omologanti e unidirezionali stimolando l’immaginazione collettiva verso prospettive aperte e dinamiche. Significa ritrovare alcuni fili quasi perduti e riannodarli per scoprire il futuro nascosto in alcuni flebili tracce del passato. Si tratta di generare assemblaggi, a volte involontari, capaci di connettere materie eterogenee in nuove e vitali configurazioni.”

Mi ha molto colpito questo stretto legame tra cultura e coltura, pensi che possa essere l’arma vincente per il futuro delle nostre città che hanno bisogno di vivere in maniera diversa, immaginandole come un Bosco Colto?

“Come hai ben evidenziato nella tua domanda, Bosco Colto è un concetto che esprime lo stretto legame tra cultura e coltura che la complessità dei boschi rappresenta come esempio emblematico di convivenza e alleanza multispecie.

Le due parole traducono in un’immagine il significato del progetto di ricerca, laddove il bosco contamina e mette in discussione l’astrazione della cultura e il colto (cultura e coltura insieme) mette in discussione la natura come realtà separata e altra. Bosco Colto è un ecosistema mentale biologico e naturale, un modo per ripensare le forme di abitare la città e i territori, ridefinendo le nostre relazioni con le cose del mondo in cui viviamo. Immaginiamo la città come un Bosco Colto dove culture e colture si intrecciano, e il bosco come una città in cui una comunità vive e si rappresenta.

Il bosco per molte città delle aree interne è sempre stato come il mare per le città di costa. Familiare e misterioso. Terribile e affabile. Fertile e arido. Avventuroso e noioso. Fuoco religioso e prodigiosa incarnazione dell’inconscio umano. Deserto e oasi nello stesso tempo, il bosco ha costituito, nel tempo, il luogo privilegiato dei beni comuni per le comunità e il terreno di biodiversità fondamentale per l’agricoltura. Officina dell’immaginario per sedimentazione di storie e leggende, ha stimolato una cultura materiale fondata sull’incontro e l’apprendimento per contatto. Selva oscura e rassicurante primigenio rifugio, ha nutrito i più antichi archetipi degli insediamenti umani.

Nel bosco colture e culture si sono strettamente intrecciate alimentando incontri imprevisti e una rete neurale che ha innervato i territori. Il bosco nelle città mediterranee ha fatto sempre parte della vita urbana sia come luogo di incontri imprevisti e stimolanti che come rete di intelligenza diffusa che ossigena la vita umana rendendola attiva. Per molti anni le città hanno rimosso e dimenticato il bosco ripiegate sul loro sviluppo estrattivo, anche quando boschi sono stati trasformati in riserve naturali.

Oggi è il momento di ripensare e ricostruire il legame vitale tra città, comunità umane e selva. Reinventare questa relazione è fondamentale per la sopravvivenza e la rigenerazione delle comunità. È il momento di ritrovare la selva dentro le città. L’incolto, invisibile ma pervasivo, può costituire una nuova vitale infrastruttura da consegnare alle generazioni future come terreno fertile della cura e della coesistenza multispecie.”

Tu sei il direttore scientifico del Campus insieme a Dario Felice, ma mi ha colpito che hai affidato la consulenza d’arte contemporanea a Salvatore Lacagnina…: la cosa è nata casualmente oppure c’è una profonda stima tra voi?

“Conosco Salvatore Lacagnina da moltissimo tempo, da quando ha iniziato a dirigere la Galleria civica di arte contemporanea Montevergini a Siracusa nel 2001. Insieme ai miei studenti di architettura abbiamo collaborato con la Galleria in forme diverse: sia allestendo mostre finali con i lavori didattici che lavorando con giovani artisti siciliani.

Quindi posso dire che la stima reciproca è cresciuta lavorando insieme in quegli anni che per molti versi sono stati avventurosi e significativi sia per la ricerca che per la qualità delle esperienze coltivate insieme.

Attraverso questo lavorio comune si è costruita nel tempo un’intesa fondata su uno spazio di mezzo dialogico in cui ci troviamo a lavorare con grande fertilità.”

In passato, fu re Ruggero II di Sicilia a donare nel 1143 i circa 20.000 ettari di bosco alla città, un bene che procurava legna da ardere per il comparto ceramico dei piccoli artigiani, poi il territorio è caduto nelle mani di uno sfruttamento intensivo, pensi che riuscirete a far capire l’importanza del rispetto di questo luogo come risorsa e non come abbandono?

“Forse dovremmo interrogarci sull’uso della parola “risorsa” che sottintende sempre un’idea di sfruttamento estrattivo. Al contrario la condizione di abbandono permette di scoprire vocazioni e potenzialità sopite che possono essere riattivate attraverso processi di relazioni dinamiche.

Tutti gli organismi per sopravvivere creano luoghi ecologici, alterando la terra, l’aria e l’acqua così come l’uomo che, in questo processo, può essere coinvolto nella creazione di mondi multispecie.

Attraverso la consapevolezza della propria fragilità l’uomo può trasformare la precarietà e l’instabilità in condizioni utili per immaginare e modellare altre possibilità di vita che creano le condizioni per il fiorire di altre specie. La fertilità di un luogo e le sue potenzialità devono essere scoperte nelle pieghe delle materie che lo innervano e ne formano il carattere specifico.”

Il Campus Bosco Colto mette insieme discipline artistiche, architettura, scrittura, gastronomia, agricoltura ed eco-design, mi ricorda l’idea della Bauhaus, la differenza che qui tutto viene creato in open air, c’è un legame con questo passato?

“Un certo legame è indubbio, ma le differenze sono sostanziali nella pratica di una creatività non in vitro, separata in uno spazio asettico, ma in connessione con la complessità del mondo. Il bosco suggerisce relazioni multispecie e simbiosi. Rappresenta un ecosistema costituito da relazioni molteplici e complesse che legano forme culturali e vegetali, sociali e animali alla crosta terrestre e alla biosfera. Immergersi in un tale contesto significa sperimentare forme di creatività che si alimentano a partire dalle connessioni con le dinamiche e le relazioni presenti nei luoghi in cui si interviene.”

Uno dei format del progetto Bosco colto è una Summer School che, ogni estate, vede coinvolta un’ampia rete di realtà didattiche e di associazioni locali, per la valorizzazione di risorse dimenticate con una partecipazione di cinquanta studenti da varie università italiane, pensate di allargare la vostra call a studenti e università straniere?

“In verità già nel Campus del 2024 c’è stata la presenza di alcuni partecipanti svizzeri grazie alle borse di studio offerte dalla Ikea Foundation di Zurigo e un gruppo di studenti francesi della scuola di architettura di Nancy. Stiamo lavorando per allargare la diffusione della call in molte scuole europee non solo di architettura e arte, ma anche di grafica, fotografia, design e arti performative.

Inoltre il Campus è aperto non solo a studenti ma anche a giovani professionisti o artisti che vogliono sperimentare e sviluppare le loro ricerche in un contesto assolutamente unico caratterizzato da un mosaico di paesaggi che intrecciano le antiche sugherete con nuove forme di agricoltura e allevamento.

Al Campus presto affiancheremo delle residenze per accompagnare e sostenere progetti che si realizzeranno in un tempo più lungo.”

Il Re-Assemblage è al centro della ricerca di questa edizione, mi puoi spiegare meglio come l’avete pensato?

“La pratica del Re-Assemblage è un esercizio per tenere insieme storie e materie, organismi e nature, in un corpo unico che accoglie forme di vita transcalari (dal micro al macro) e transpecie che partecipano attivamente ai processi cosmici.

Il Re-Assemblage attiva processi in cui l’azione umana risulta da interdipendenze mutevoli tra elementi materiali, narrativi, sociali e geografici stimolando un atteggiamento che induce a un approccio in cui le relazioni tra le parti non siano fisse ma mutevoli.

Il Re-Assemblage come atteggiamento e postura porta alla luce, attraverso i processi di codifica, stratificazione e territorializzazione, la natura esemplificativa delle singole parti e definisce al contempo le relazioni con i corpi che la compongono e la circondano, dimostrando così la complessità delle nuove configurazioni che si generano dinamicamente. Il Re-Assemblage ha a che vedere con il divenire come alleanza.

L’evoluzione comporta vari divenire ed è nel vasto campo delle simbiosi che mette in gioco esseri di scale e ambiti del tutto differenti, senza alcuna filiazione possibile. L’essenziale degli assemblaggi, come ci ricordano Deleuze e Guattari, risiede non più nelle forme e nelle materie o nei temi, ma nelle forze, nelle densità, nelle intensità.

Il Re-Assemblage ricompone frammenti, scarti e relitti in nuovi concatenamenti non cancellando la loro storia né il loro carattere. Produce intensità e affezioni attivando le forze che attraversano forme e materie.”

Ho letto che l’obiettivo del Campus 2024 era quello di dare una seconda vita al Padiglione della Santa Sede esposto alla 18a Mostra Internazionale di Architettura, La Biennale di Venezia 2023, ci siete riusciti?

“In effetti si è trattato di un obiettivo ambizioso per complessità e articolazione delle materie e delle azioni da attivare. Nell’ottobre 2023 visitando la Biennale di Venezia eravamo rimasti affascinati dal Padiglione della Santa Sede realizzato in forma di giardino all’interno del monastero dei Benedettini nell’isola di San Giorgio, ma allo stesso tempo fummo colpiti dalla notizia che alla fine della mostra sarebbe stato demolito e conferito in discarica.

Di fronte a questa triste prospettiva la proposta dell’associazione Makramè (approvata dal curatore Roberto Cremascoli e dal Commissario Card. Cardinale Josè Tolentino de Mendonça) è stata quella di rimontare (ri-assemblare) il padiglione della Santa Sede in Sicilia nella diocesi di Caltagirone, a Santo Pietro nell’ambito del progetto Bosco Colto, avviando un processo di formazione collettiva con la costruzione di un giardino mediterraneo realizzato attraverso la tecnica della permacultura.

Il Giardino dell’Amicizia Sociale (GiadA), che è stato l’obiettivo principale del Bosco Colto Campus 2024, è nato come sfida di sperimentazione e dialogo per trasformare uno spazio incolto, di transizione tra il borgo e il bosco, in un luogo di incontro tra comunità, selva e pratiche quotidiane. Il viaggio del giardino è iniziato con un minuzioso lavoro di smontaggio: ogni elemento è stato catalogato, numerato e trasportato per rinascere nel Bosco di Santo Pietro in un nuovo contesto, adattandolo al clima e alle esigenze locali.

Il giardino è divenuto così un ponte tra latitudini e culture, continuando a vivere reinterpretando i luoghi, intrecciando memorie (desideri, immaginari) locali con pratiche di agroecologia e di retro-innovazione.

Il progetto da un lato ha visto il coinvolgimento degli studenti della SDS Architettura di Siracusa dell’Università di Catania i quali, durante un anno accademico, hanno lavorato al progetto di ri-assemblaggio e alla preparazione del terreno destinato ad accogliere il giardino.

Parallelamente e fin dall’inizio, le comunità locali sono state parte attiva del processo, costituendo la APS denominata GiadA – Comitato per il Giardino dell’Amicizia Sociale del borgo e del bosco di Santo Pietro, con l’obiettivo di garantire la realizzazione e la successiva cura del giardino. Dall’altro lato, durante il Bosco Colto Campus 2024, in pochi giorni sono state attivate le fasi operative e collaborative più dinamiche del processo.

Il Campus, coinvolgendo tutor, studenti internazionali e abitanti, ha trasformato questo spazio in un laboratorio a cielo aperto, esplorando nuove forme di progettazione: non un giardino disegnato su carta, ma uno spazio vivente in continua evoluzione, dove il dialogo con la topografia e gli alberi preesistenti ha guidato ogni intervento.

Attraverso un tempo lento fatto di ascolto, incontri, workshop e tracciamenti sul suolo, si è delineata un’idea di giardino mediterraneo arido, capace di vivere con il minimo apporto idrico, valorizzando l’humus e l’acqua del terreno. Uno spaziose l’incontro per moltiplicare e rendere fertili gli incontri, gli scambi e le connessioni con mondi diversi.”

Faccio alla fine dell’intervista, sempre la stessa domanda anche come augurio, ci sarà una seconda edizione e dove?

“Certamente! Abbiamo già programmato le date del prossimo Bosco Colto Campusdal 31 luglio al 10 agosto 2025. Il tema sarà Arte di sopravvivere.

Il Campus continua a lavorare sui modi diversi di imparare dalla selva tornando a scoprire e abitare le materie primarie della Terra e sperimentando alcuni strumenti di lavoro. Negli ultimi anni, come sostiene Bruno Latour, stiamo sperimentando con evidenza gli effetti del Nuovo Regime Climatico con l’accelerazione e l’imprevedibilità di fenomeni legati al surriscaldamento globale che ci trovano impreparati e inermi (desertificazione, siccità, alluvioni, frane, incendi…).

L’Arte di sopravvivere propone di sperimentare sul campo nuove forme di vita e nuovi strumenti di progetto simulando scenari imprevedibili e indeterminati in cui le nostre consuetudini vengono sconvolte e messe radicalmente in discussione.

L’Arte di sopravvivere si interroga sulla possibile trasfigurazione delle condizioni necessarie per la vita in occasioni di felicità, benessere e convivialità. La parola Arte suggerisce la necessità della creatività e dell’invenzione per trasformare in massima vitalità il minimo indispensabile, la pratica frugale in prosperità.

Uno degli obiettivi di quest’anno è l’avvio del progetto Casa Bosco Colto la costruzione di un laboratorio permanente sui paesaggi dell’Antropocene nel borgo di Santo Pietro attraverso il recupero del nucleo residenziale più antico finora abbandonato che abbiamo in uso grazie ad un accordo pubblico-privato con il comune di Caltagirone.

La Call per le iscrizioni al Campus sarà lanciata a fine febbraio ma durante la primavera stiamo organizzando diverse attività di preparazione tra cui un seminario e una serie di laboratori itineranti.

Inoltre a fine maggio si terrà l’inaugurazione del Giardino dell’Amicizia sociale (GiadA) con diverse iniziative ed eventi tra cui una mostra e un catalogo che racconteranno il processo di costruzione del Giardino.”

www.boscocolto.org

immagine per Salvatore Mauro
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Salvatore Mauro nato a Siracusa, è laureato in sociologia ed antropologia, con una tesi sulle nuove forme d’ibridazione nell’arte contemporanea. È conosciuto soprattutto come ideatore ed organizzatore, assieme all'artista Anna Milano, di Box Art Festival, Roma. Già alla sua terza edizione, il Festival è stato ospitato al MACRO FUTURE di Roma. Ha eseguito un corso per curatore d’arte presso l’Associazione Futuro e uno di addetto stampa specializzato in eventi e spettacolo. È stato collaboratore artistico al Teatro Vascello di Roma è stato redattore del sito testata editoriale della rivista Next Exit, ha scritto per SUDSTYLE. Come artista, gli è stato assegnato il Premio Exibart 2022, al Premio Exibart 2024 è nella rosa dei finalisti, attualmente scrive per artapartofculture.

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