Parlare del lavoro di Lulù Nuti, per me, non è un esercizio critico ma un’esperienza personale. Non sono un critico: sono un collezionista. Ma forse è proprio questa posizione laterale a permettermi uno sguardo più libero, sensibile al tempo lento dell’opera, alla sua capacità di restare.
Lulù Nuti (Roma, 1988) vive e lavora tra Roma e Parigi. Dopo la laurea all’École des Beaux Arts di Parigi, ha sviluppato una ricerca che attraversa scultura, installazione e disegno, fondata su un dialogo costante con la materia, lo spazio e lo sguardo.
La sua è una scultura fatta di contrasti: forza e fragilità, forma e sparizione, struttura e cedimento. Il ferro, il cemento, la pietra diventano strumenti di una poetica sottile, che non dichiara, ma lascia tracce.
Ho conosciuto il lavoro di quest’artista per la prima volta alla Biennale di Gubbio 2023, dove presentava Ritorneremo Ancora: una scultura d’acqua in forma ipogea, in cui il fluido non emerge ma viene risucchiato in un centro invisibile. Un’opera silenziosa e potente, capace di evocare un’assenza così presente da sembrare quasi sacra.
Ero stato invitato a conferire un premio come Wide Group: Ritorneremo Ancora era tra le finaliste. Alla fine la scelta cadde su un’altra opera, ma quella di Lulù mi colpì profondamente. Non ha avuto il riconoscimento ufficiale, ma ha continuato a restare. Invisibile, ma presente.
Nella sua personale alla Galleria ADA di Roma, Stabat, Lulù Nuti porta la materia verso un nuovo stadio. Le sculture si staccano dal pavimento e si aggrappano alle pareti. È un gesto di liberazione, ma anche di ribaltamento: la scultura non è più oggetto, ma soggetto. Non più guardata, ma guardante. Presenze attive nello spazio, capaci di osservare chi le attraversa.

Se a Gubbio era l’acqua a costruire l’assenza, ora è il ferro a custodirla. I materiali cambiano, ma resta intatto quel desiderio di dare forma al vuoto, di trasformare la sparizione in presenza.
Questa mostra parla di un’assenza che osserva. Le opere sembrano immobili ma non inerti, sospese ma non in attesa. Testimoni silenziosi del tempo che scorre e delle presenze che passano. Non giudicano, non raccontano: registrano. E nel farlo restituiscono un’immagine dell’essere umano più profonda di molte narrazioni.
Il ferro, scolpito e forato, conserva i segni del lavoro fisico che lo ha formato. Si percepisce la memoria del gesto: calore, pressione, colpi. È come se l’eco del fabbro che ha forgiato quelle forme fosse rimasta imprigionata nella materia. Non un suono, ma una vibrazione, una tensione interna.
Le forme appese sembrano trattenere qualcosa. Non sappiamo se osservino, attendano, giudichino. Ma sono lì, fisse, ineludibili. Come presenze che non si impongono, ma restano. E anche in questo c’è qualcosa di struggente.
La mostra è attraversata da una quiete densa. Le opere non occupano lo spazio: lo rendono altro. Chi guarda, a un certo punto, si scopre guardato. Ed è lì che la scultura smette di essere forma e diventa soglia, esperienza.
Lulù Nuti ha il raro talento di dare voce alla materia senza sovraccaricarla. Di dire molto con poco. Di costruire assenze che restano, come impronte di qualcosa che ha toccato lo spazio e non se ne è mai andato davvero.
Info mostra
- Lulù Nuti – Stabat
- fino al 21 giugno 2025
- Galleria ADA, via dei Genovesi, 35 – Roma
- info@ada-project.it
Massimo Maggio, collezionista, Membro dell’Advisory Board di Cascino Progetti e del Board del Brave Art Collectors Club, è uno dei massimi Broker di Assicurazioni e Head of Fine Art Division (Responsabile della Divisione di Belle Arti) di Wide Group.









