Al Teatro Greco di Siracusa il regista Federico Tiezzi curò la messa in scena di Medea, famoso dramma del greco Euripide, con Laura Marinoni nei panni della sventurata eroina. Le scene finali, nelle quali si consuma la cruda vendetta contro Giasone, sono accompagnate dal tema principale di una delle più note pellicole del regista David Lynch, Mulholland Drive.
Forse perché le note oniriche ed inquietanti di Angelo Badalamenti meglio si adattano alla tragedia che sta arrivando al proprio culmine? Oppure perché tra l’opera di Euripide e quella di Lynch esistono punti di similitudine?
Corinto’s Hell
Diane è un’aspirante attrice che si trasferisce a Los Angeles per coronare il suo sogno ma nella città delle opportunità si ritrova a vivere un incubo ad occhi aperti: non solo non riesce a sfondare nel mondo del cinema, ma vede distrutto anche il suo rapporto amoroso con Camilla.
In un’inquadratura in particolare, il regista si sofferma su un piccolo dettaglio rivelatorio: un biglietto con sopra scritto «L.A. is hell». Los Angeles è l’inferno.
Anche Medea a Corinto vive il medesimo dramma. Giasone descrive la città come fonte inesauribile di opportunità per raggiungere il successo: «Dopo che venni qui dalla terra di Iolco, trascinandomi dietro tante sciagure irrimediabili, quale soluzione più felice di questa avrei potuto trovare, divenuto esule, se non sposare la figlia del re?»
Nelle battute precedenti sottolinea: «Per prima cosa abiti in Grecia anziché in un paese barbaro, conosci la giustizia e sai servirti delle leggi, senza indulgere alla forza». Nonostante ciò, Medea nella Corinto decantata da Giasone è costretta a vivere impotente la fine di un amore e la solitudine dell’esule.
La consapevolezza e il sogno
Dopo il dialogo con Creonte, re di Corinto e futuro suocero di Giasone, Medea afferma con spietata lucidità: «Tu vedi ciò che soffri». L’effettiva condanna che vive la figlia di Eete è la cognizione del proprio dolore; lei vede la propria sofferenza e non può in alcun modo sfuggirle.
Anche Diane soffre questa condanna e di conseguenza decide di rifugiarsi in una dimensione onirica che le permette di vivere quella realtà che le è stata portata via. Infatti la prima parte della pellicola non è altro che il sogno in cui lei scappa per rifugiarsi dalla coscienza della tragedia interiore che la agita.

Il teatro e la finzione
Lo spartiacque del film è rappresentato dalla sequenza ambientata in un club notturno; qui un mefistofelico intrattenitore dichiara a più riprese: «Silencio! No hay banda!». Silenzio, non c’è nessuna banda che suona, tutto quello a cui assistete è frutto di una finzione.
Questo è un sottile indizio che sfrutta Lynch per far capire allo spettatore che tutto ciò che è avvenuto fino a quel momento non è altro che una menzogna perché i personaggi non sono affatto quello che dichiarano di essere, hanno mentito, perché è tutto un parto del sogno di Diane.
Anche Medea finge: «Credi forse che avrei adulato costui, se non per ricavarne un vantaggio in vista di un piano?» In questo caso sta parlando di Creonte che la esilia dalla città ma lei, seducendolo, riesce a prorogare di un giorno la partenza. Medea finge anche con Giasone, facendogli credere che è disposta ad accettare le sue nozze, ma è tutto parte del suo disegno di vendetta.
Infine anche Giasone interpreta una parte: a parole si dichiara un amante e un padre premuroso, ma nei fatti è un egoista. «E tuttavia, anche se le cose stanno così, io sono qui, o donna, perché non voglio negarmi ai miei familiari e mi preoccupo per te, che tu non debba andartene con i figli priva di mezzi, né bisognosa di alcunché. Molte sventure trascina con sé l’esilio. Anche se tu mi odii, io non potrei mai volerti male», è la bugia finale ai danni di una donna umiliata.
La potenza devastatrice delle forti emozioni
La Nutrice è il primo personaggio che appare sulla scena, anche lei si duole per la propria padrona che non riesce a trovare pace. «Gli eccessi, al contrario, non significano/per i mortali alcun vantaggio,/maggiori disgrazie procurano, qualora un dio/si adiri con la casa», sentenzia dopo aver ascoltato i lamenti fuoriscena di Medea.
Poche battute dopo dichiara: «Eppure sguardo di leonessa che ha appena partorito/lancia furente contro i servi, quando qualcuno,/per porgerle una parola, a lei si avvicina». I lamenti e le descrizioni che fanno quanti la circondano contribuiscono a creare l’immagine di una donna devastata da forti passioni.
Medea vive le emozioni in maniera totalizzante, la imprigionano e influenzano le sue azioni; ama, odia, soffre in modo sfrenato e primordiale.
Questa potenza distruttrice che la domina la spinge a vendicarsi contro Giasone: uccide la sua futura sposa, il suocero e i figli. «Perciò chiamami pure leonessa, se vuoi, e Scilla che abitò il suolo tirrenio», con queste parole prende commiato da un Giasone disperato.
Anche Diane è dominata dalle sue passioni. Nelle varie scene erotiche e sensuali e nella disperazione finale, Lynch sottolinea il suo carattere selvaggio e passionale: l’amore per Camilla si trasforma in odio, l’odio la spinge ad assoldare un killer per ucciderla, poi il senso di colpa la spinge alla follia e, infine, al suicidio.

La solitudine e la fuga
«Io, invece, sola, senza patria, sono oltraggiata da un uomo, dopo essere stata rapita come una preda da una terra barbara, e non ho né madre, né fratello, né congiunto dove trovare approdo da questa sventura», lamenta la figlia di Eete non appena entra in scena.
In ultimo, Medea e Diane condividono un presente fatto di solitudine speso in una città che non appartiene a loro. È il profondo isolamento di due esuli. Questa condizione si accentua soprattutto al momento della perdita del proprio partner.
Ecco perché, nelle scene finali, dopo aver compiuto l’atroce vendetta, non rimane loro altra strada che la fuga: Medea scappa da Egeo, re di Atene, sopra il carro del Sole; mentre Diane, rosa dai sensi di colpa, prende la pistola e si uccide. Due uscite di scena definitive da due realtà per loro mortificanti.
Medea e Mulholland Drive sono due opere distanti nei secoli, eppure in esse gli autori descrivono passioni e tormenti ancora oggi contemporanei.

Emmanuele Antonio Serio è nato e vive a Salerno. È laureato in Filologia Moderna presso l'Università degli Studi di Fisciano. Da quattro anni è docente di Lettere presso una scuola media a Napoli. Nel tempo libero si "diverte" a scrivere di cinema, letteratura e musica presso alcune testate giornalistiche online. Inoltre, si diletta nella scrittura di poesie.




