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Itineraria Memoriae. Lorenzo Gramaccia, la materia dei sogni

di Pietro Roccasecca

Itineraria Memoriae è la mostra di Lorenzo Gramaccia a cura di Maria Vittoria Marchetta, aperta fino al 7 novembre 2025 alla Galleria La Nica di Roma.

Lorenzo Gramaccia espone una serie di digital painting: elaborazioni grafiche e pittoriche di fotografie stampate, su una pregiata carta Hahnmuhle e finite da sottili interventi grafici manuali.

Lorenzo è un classico per formazione e inclinazione naturale ma non per questo è estraneo al suo tempo: si forma come artista presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, segue i corsi della scuola di pittura e si distingue per il suo disegno, per il suo talento grafico e pittorico vince premi e concorsi.

Disegna in grafite e sperimenta tecniche antiche come le punte metalliche: i Musei Vaticani conservano alcuni suoi disegni. Tuttavia l’attitudine alla ricerca e il desiderio di sperimentare e di non lasciare inesplorata alcuna strada, spingono Lorenzo a confrontarsi con il disegno digitale e la fotografia.

Le opere in mostra sono lo stato attuale della sua ricerca grafica e, conoscendolo, intuiamo che è solo una tappa della sua investigazione nel territorio dell’arte visiva.

La scelta di concentrarsi sulla fotografia e la pittura digitale, riducendo il disegno analogico a interventi di finitura è stata un punto di svolta: criticata dai cultori della tradizione che alzano il sopracciglio davanti all’abbandono dell’analogico e alla perdita dell’aura della mano d’artista e dai fautori delle nuove tecnologie che storcono il naso davanti alla composizione controllata e intimamente disegnata dell’opera.

Queste critiche sono apparenti e inessenziali: le tecniche sono cambiate molte volte e l’introduzione del disegno digitale è paragonabile a quella della carta alcuni secoli fa.

Nessuno dei grandi artisti del tempo s’intestardì con la pergamena, e tutti sperimentarono i nuovi media a loro disposizione. I nostri contemporanei fanno lo stesso con il digitale, le funzioni delle applicazioni digitali riproducono i passaggi tecnici del disegno analogico, consentendo di risparmiare tempo.

La qualità dell’opera arte non si misura dalla fatica necessaria a eseguirla.

Analogico o digitale che sia, il processo grafico e compositivo di Lorenzo Gramaccia non cambia, avviene sempre per stratificazioni. Se qualcosa si perde nel passaggio da analogico a digitale è la cancellatura, che, come ci insegna William Kentridge, appartiene a pieno titolo al disegno.

L’opera di Gramaccia è caratterizzata dallo studio del corpo umano, che è quasi un tabù dell’arte contemporanea: disegnare dal vero un corpo umano ti qualifica come accademico passatista, punto e basta.

Tuttavia l’arte contemporanea ha diversi filoni di approccio al corpo, ad esempio i miei favoriti: James G. Ballard, che negli anni Settanta ne La mostra delle atrocità e poi in Crash ha esplorato la compenetrazione del corpo con le macchine; oppure la condivisibile ribellione della New Body Art all’uso mercificato del corpo femminile che la nostra società patriarcale giustifica e consente. Ancora, le mutazioni chirurgiche di Orlan.

Lorenzo nella presente mostra indaga il corpo umano per parti, si tratta certo di metonimia: una parte per il tutto; ma v’intravedo anche una lezione della retorica ciceroniana: nessun corpo umano ha in sé tutte le sue membra belle ma può essere dotato di una parte di bellezza.

Alla ricerca della perfezione Zeusis scelse le cinque fanciulle più belle di Crotone da cui selezionò singole membra riassemblate in un ritratto di Elena. Lorenzo è un nostro contemporaneo e non ricompone le membra alla ricerca di una bellezza che neanche la natura può permettersi di raggiungere e solo l’arte può conquistare.

Nei lavori prese≤ntati in mostra, le membra umane rimangono frammentarie e non sempre riconoscibili a prima vista, sono forme quasi enigmatiche cui sono associati paesaggi naturali e antropizzati.

Lorenzo Gramaccia non cerca il bello ma indaga la memoria di luoghi emblematici del pianeta che ha visitato.

Scrive la curatrice della mostra Maria Vittoria Marchetta:

“Gramaccia nei suoi tanti viaggi raccoglie le tracce delle proprie esperienze, ma una volta tornato a casa nell’intimità del ricordare non si limita a narrare, sovrappone, non descrive evoca”.

La dominante cromatica delle opere è costituita dalla coppia quasi complementare di ocra caldo e azzurro denso e luminoso, che Lorenzo ha adottato al ritorno da un viaggio nel deserto del Wadi Rum, ma li adopera spesso in posizione invertita: i cieli sono ocra e i paesaggi azzurri: trasformando i frammenti umani in scenari lunari e i paesaggi emblematici in evanescenti vibrazioni di colore luce.

I colori del deserto, vestono le forme umane accentuando il confronto, il paragone, delle membra umane con le orografie dei paesaggi naturali e degli skyline delle metropoli che si stratificano nell’immagine.

Il quadro diventa un luogo della memoria, come nella mnemotecnica antica e rinascimentale in cui si associavano i ricordi in luoghi di un palazzo immaginario. Nelle opere di Lorenzo luoghi e corpi si associano per accostamento e somiglianza dei valori morfologici delle forme e i corpi chiamano alla memoria i luoghi e viceversa.

“Avevo davanti la maestosità del Morro Dois Irmãos, ma la mia mente disegnava te” scrive Gramaccia in una breve lirica che accompagna l’opera Saudade, svelando così il processo d’invenzione delle opere in mostra.

Per Lorenzo il disegno è un’attività mentale, non (solo) un’operazione manuale: il disegno è pensiero, è logos, è discorso poetico.

Disegnare, fotografare comporre in strati evocativi quello che si ha davanti agli occhi della mente, non riproduce il visibile. È un atto poetico che parla il linguaggio dei sogni e attiva in chi guarda il pensiero non verbale.

Informazioni Itineraria Memoriae, Lorenzo Gramaccia

immagine per Pietro Roccasecca
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