Una notte di eccessi e il risveglio in catene in uno scantinato. Comincia così il percorso di sevizie subite da Tommy, un nipote di Alex di Arancia meccanica. La famiglia che lo ha catturato lo vuole per riempire il vuoto lasciato da qualcuno, non sappiamo se da un figlio o da un’altra vittima.
Al centro della tela di ragno, una madre che ricorda i personaggi di Tim Burton. Il padre è una versione aggiornata del servo sciocco del vampiro, e il figlio tratta Tommy come il regalo tanto atteso.
Pestaggi brutali e torture psicologiche degni di Guantanamo, umanità in catene, binari e pulegge, che però sono meno coercitive di quelle auto impostesi dalla collaboratrice domestica.
Cinematograficamente il film Goodboy del regista polacco Jan Komasa è valido. Potrebbe essere una storia di punizione e rieducazione come altre. Se non fosse per il suo sotto testo esplicito: la violenza e la brutalità portano alla felicità. La libertà alla dissoluzione morale.
Il messaggio è figlio di questo tempo di massimalismo religioso, aggressioni tracotanti e brutalità impunita e purtroppo l’impressione è che si tratti della gemma di un programma ideologico di cui avremo altre testimonianze.
Inquietante






