Spazio Rivoluzione è un progetto indipendente palermitano. Il bel nome viene dal toponimo della piazza parlemitana su cui si affaccia lo studio galleria di Adalberto Abbate, artista e curatore palermitano.
La piazza si è guadagnata l’altisonante nome perché è stata il cuore della lotta ai Borboni e durante la primavera palermitana degli anni ottanta dello scorso secolo fu luogo simbolo della speranza di una città che in lotta contro la mafia e credendo in un cambiamento che ha cambiato poco e nulla.
Nato a Palermo nel 2018 come risposta al malessere sociale e politico, Spazio Rivoluzione ha occupato il vuoto etico ed estetico che il sistema dell’arte genera, quando ha come scopo il profitto ed è retto dalle leggi del mercato.

Spazio Rivoluzione non è solo un luogo dove l’arte e gli artisti agiscono, è una cellula di riflessione e resistenza dell’arte al degrado progressivo e costante delle relazioni umane. Uno spazio virtuoso, che si distanzia dalla decadenza del sistema sociale, uno spazio di libertà e confronto.
Come risposta al “sistema dell’arte, dove tutto sta tra la sagra e il gioco al rialzo” mi dice Adalaberto Abbate “Spazio Rivoluzione è una realtà che può far star bene gli artisti e chi fruisce il sistema dell’arte”.
Sandro Mele è un artista salentino che vive e lavora a Roma da decenni, che ha fatto del rigore etico la ragione della sua poetica. L’opera e la ricerca artistica di Mele sono sempre critica dell’esistente: in favore degli ultimi, degli immigrati e dei palestinesi; si battono per il rispetto dei diritti negati e sollecitano alla responsabilità il pubblico in difesa della Costituzione italiana.
Con coerenza Mele seleziona le occasioni di mostrare il suo lavoro e uno dei luoghi dove ama esporre è appunto Spazio Rivoluzione di Palermo, perché ha totale fiducia in Adalberto Abbate come artista e curatore.
Per questo quando ha deciso di attivare uno spazio desueto del suo studio per ospitare l’opera di altri artisti ha voluto che fosse Spazio Rivoluzione a gestirlo consentendo al progetto palermitano di avere una voce a Roma, in una delle aree più multiculturali della citta eterna.
Nella sua vastità, Roma custodisce isole come la Certosa, borgo storico di Roma tra via Casilina e via di Torpignattara. Luogo in cui l’identità dei romani che vi risiedono da generazioni si mescola con la multiculturalità dei nuovi residenti.
Dal 58 di via dei Savorgnan dal quale si accede ad uno spazio al sottosuolo, che era la legnaia del forno di Pietro Ciprari, militante antifascista negli anni della liberazione di Roma dai nazisti e dai fascisti.
Lo spazio underground destinato al progetto palermitano è scabro come può essere una cantina chiusa da anni il cui intonaco è sbruffato e macchiato, con striature prodotte dall’azione del tempo e delle piogge, le cui bocche di lupo – le finestrelle alte da cui si scaricava la legna da ardere per il forno – sono aperte.
Un ambiente che avrebbe scoraggiato i più arditi curatori ma in cui Abbate si trova a suo agio poiché lo Spazio Rivoluzione ha le stesse caratteristiche. L’unica modifica al sito: uno schermo bianco costruito ex novo da Sandro, che dà luce allo spazio e sul quale eventualmente si possono proiettare fotografie e video.
Spazio Rivoluzione ha abbracciato con entusiasmo l’idea di una sede romana per l’internazionalità e per l’intreccio delle relazioni multiculturali della città, e anche perché è l’occasione per sperimentare in una metropoli, rimanendo fuori dal controllo delle gallerie che tendono ad omologare ai desiderata del mercato il lavoro degli artisti, riducendo la libertà e creando disagio esistenziale a chi non si adegua.
Spazio Rivoluzione inaugura la sua attività romana con Megadeath una collettiva curata da Adalberto Abbate a cui partecipano oltre al curatore e al padrone di casa Sandro Mele, Paolo Canevari, Mario Consiglio, Lorenzo D’Anteo, Joseba Eskubi e Calixto Ramirez.
Nel titolo emerge immediato il riferimento al gruppo Heavy Metal Megadeth e agli anni ottanta dello scorso secolo: epoca in cui si viveva la guerra fredda, mentre la deterrenza nucleare era il contrappeso che stabiliva l’equilibrio tra i blocchi delle superpotenze. Oggi che il riarmo dell’Europa è all’ordine del giorno, è tornata all’orizzonte la minaccia della guerra nucleare.
Tuttavia Megadeath è soprattutto un riferimento a questi ultimi anni in cui ci siamo abituati a bollettini di centinaia di morti al giorno. La paura della morte inizia già con il Covid “durante il quale ci sentivamo come nel film Indipendence day tutti uniti contro gli alieni”, mi dice Abbate “la speranza è finita quando abbiamo visto morire [prima in Ucraina e poi a Gaza] gli altri sotto le bombe”. “Contro la malattia si poteva reagire” continua Abbate “ma la mancanca di giustizia della guerra toglie la speranza”.
L’orrore ha raggiunto vette inaudite, quando abbiamo visto l’esercito sparare sugli sfollati in attesa di cibo, sui bambini in fila per l’acqua; di fronte a tale infamia le nostre coscenze non hanno potuto tacere. La Grande Morte stende la sua ombra sugli anni venti di questo secolo, segnandoli come i più nefasti dalla fine della seconda guerra mondiale.
Nonostante il fardello di dolore da cui scaturisce la mostra, l’allestimento della stessa è ricercato e accurato: le opere di Adalberto Abbate, Paolo Canevari e Mario Consiglio sembrano affiorare in superfice dalle mura scabre e di colore bruno, fatte della stessa materia delle mura.
L’ambiente dialoga con la materia dell’opera e fa parte dello show che, nonostante la durezza dell’argomento e l’asprezza del luogo, è ironico e leggero: vedi la Cripta di Calixto Ramirez, i 2 fantasmi in volo di Joseba Eskubi e la battaglia urbana nelle fauci spalancate di uno squalo di Lorenzo D’Anteo.
Salutiamo con calore la nascita di questo nuovo spazio espositivo fuori dalle logiche speculative del mercato, un luogo che ha una storia e una vicenda materiale che rimane visibile, dove l’arte è protagonista in un contesto che ha una storia vivente e presente.
Informazioni: Megadeath | Sandro Mele, Paolo Canevari, Mario Consiglio, Lorenzo D’Anteo, Joseba Eskubi, Calixto Ramirez
- Fino al 7 gennaio 2026.
- Spazio Rivoluzione, via dei Savorgnan 58 Roma
- mercoledì dalle 16.00 alle 20.00.














